• feb
    28
    1992

Classic

Alias

Gli Yo LaTengo sono i degni continuatori dell’epopea musicale country-punk ribelle, visionaria e nevrotica dei Replacements e degli Hüsker Dü. Provenienti da Hoboken, New Jersey, presero il nome da una frase detta durante una partita di baseball, e iniziarono a suonare nel 1984 con al centro della formazione i due cantanti-chitarristi Kaplan e Dave Schramm, e la compagna di Kaplan, Georgia Hubley (batteria, voce). Fin dall’inizio si caratterizzarono per un  sound eclettico e avventuroso, per l’inquieta creatività e per la coraggiosa indipendenza stilistica. Frequentemente paragonati ai Velvet Underground (al punto da interpretarli nel film Ho Sparato a Andy Warhol) e ai Television (da cui riprendono il chitarrismo nervoso e trascendente), i Nostri hanno sfruttato le competenze musicali di Kaplan (critico musicale, prima che musicista) per costruire una carriera poliedrica (nessuno dei loro album è uguale all’altro) che viaggia fra hard-rock, noise, psichedelia e pop senza mai stancare, perché da ognuno di questi stili assimila i fattori salienti e più accattivanti. Nello stesso tempo gli YLT intercettano in parti uguali l’epos del punk dei Replacements e il power rock psichedelico, incalzante, generazionale (e quindi classico) degli Hüsker Dü. Paradossalmente, l’operazione portata a termine dagli YLT ha un che di nostalgico e rétro, e tuttavia battezza una sorta di nuova canzone (lontanissima dalla devastante disperazione del grunge), uno psych-pop complesso e complicato perché fatto di incastri e sovrapposizioni scelti a tavolino, ma che funziona perché rassicura l’ascoltatore con strutture melodiche ampiamente riconoscibili.

Una parte di questo programma fa capolino già nel primo LP della band, ovvero Ride The Tiger (1986), un debutto nobilitato dai suoni corposi e dallo spazioso e squillante jingle jangle delle due chitarre. Dopo tre album interlocutori, il vero salto di qualità avviene però con l’album May I Sing With Me (James Mc New al basso), che esce il 28 febbraio 1992. Come se avesse proceduto fino a questo momento a tentoni, qui la verve compositiva di Kaplan (rimasto unico chitarrista) raggiunge finalmente la perfetta alchimia e il più equilibrato dosaggio fra psichedelia e pop, fra frastagliato folk-rock e il noise punk più ribelle. La chitarra di Kaplan è dappertutto, lungo le tracce, nevrotica, maniacale, dolente. Attingendo alla lezione di Bob Mould, si insinua nelle pieghe dei folk-rock più tintinnanti (Five Cornered Drone) come in quelli più grintosi (Upside Down: qui però il modello di riferimento sono i Replacements), marchia a fuoco i garage rock più tempestosi (Out Of Window) sublimandosi nei maelstrom chitarristici di Mushroom Cloud Of Hiss (con un infuocato finale triturato dai feeedback), fa decollare i brani più tirati come il boogie di Some Kinda Fatigue, si distende infine nella psichedelia dilatata alla Jefferson Airplane di Always Something, in quella mesmerica di Detouring America With Horns (totalmente strumentale) per raggiungere la trance definitiva nell’immane drone di Sleeping Pill a un centimetro dal buco nero sonico.

Riascoltati una seconda, terza, quarta volta, questi stessi brani possono essere decifrati come il subdolo derivato della fusione di pop, psichedelia e noise in una sola fantastica tavolozza. A ben vedere c’è anche un accenno al lo-fi più solipsista e oscuro, probabilmente una conseguenza della collaborazione del gruppo con Daniel Johnston dell’anno precedente. La Hubley assurge a un ruolo più incisivo sia in fase compositiva (firma o co-firma 5 pezzi su 11), sia guidando e pennellando con la sua voce delicata il dream pop di Swing For Life, costruito su un emotivo fondo scala, e la ninnananna gotica di Satellite. Per quanto contenuti dentro strutture armoniche erudite, gli YLT coniano uno stile post-psichedelico (e persino post-pop) fieramente compatto, sotto il quale vivono e gorgogliano magma sonori energici, rumorosi e imprevedibili.

May I Sing With Me è un album in cui la ricombinazione degli approcci stilistici porta a una costellazione organizzata di punti di riferimento, reticoli sonori e allusioni ricercate. Eretico rispetto alle mode musicali dell’epoca ma eccitante per le sue ardite, dotte caleidoscopie armoniche, l’album è ormai un classico ed è considerato uno dei punti di partenza tematici della stagione dell’alt-rock degli anni Novanta.

28 febbraio 2017
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