• apr
    01
    2004

Album
Zu

Atavistic Worldwide

L’etichetta Atavistic può vantare di aver prodotto grandi nomi quali Lee Ranaldo (Sonic Youth), Glenn Branca, Swans e Lydia Lunch. Non c’è da meravigliarsi di vedere accostato il nome del trio romano a questi campioni della sperimentazione. Radiale è un geniale misto di no wave, post rock e fusion. Il sound ricorda le più meste esperienze di Tom Waits e il lato più oscuro di Slint e Beefheart; ma il vero e proprio padrino dell’album è John Zorn: impossibile non scorgere tra le sonorità del disco i rimandi a Golden Palominos, Microsopic Septet, Slan, Naked City, Painkiller e Masada.

L’opera è divisa in due parti: la prima è composta da pezzi scritti ed eseguiti dagli Zu (l’unico Spaceway in azione qui è il sassofonista Ken Vandemark), la seconda comprende cover di gusto “cosmic” suonate insieme ai Dälek. Apre le danze l’hardcore-jazz di Canicula: su una frenetica e barcollante base ritmica si stagliano un basso sbieco e due sax che fanno la parte del leone. Sembra quasi di vederli, gli strumenti, disperati e singhiozzanti, in un caos progressive che gode di fraseggi agghiaccianti tra il sax baritono di Vandemark e quello alto di Mai, con il finale affidato alle potenzialità di Pupillo. Il feeling tra i musicisti è evidente, la musica è ispirata. E un titolo come Thanatocracy non fa altro che confermare questa tesi.

Sembra di sentire i Contorsions di No New York, stravaganza strumentale e free jazz all’ennesima potenza che non lasciano indifferente l’ascoltatore, mentre l’ottimo uso del basso ricorda incredibilmente i DNA. Lucida follia e tribolazione dominano anche Vegetalista, che inizia con una trasgressiva scarica di energia sempre più incontenibile e stizzita, fino a sfociare in un bell’intermezzo, premessa per la ripresa finale del noise esacerbato dell’intro. Una conferma arriva dalla bellissima Pharmakon, acido susseguirsi di sperimentazioni strumentali che confermano l’ottima preparazione jazz dei musicisti, aperta a ricerche sonore tra le più coraggiose.

Sono questi quattro brani il fulcro dell’opera: le cover risultano solo delle appendici. Lo stile dei brani che chiudono l’album si discosta da quello straziato della prima parte. Trash A Go-Go dei Funkadelic mette subito in risalto la doppia batteria, mentre i toni dei bassi e dei sax sono più rilassanti e melodici, la qual cosa rende piacevolmente vario l’album. Theme De Tokio, pur distando anni luce dall’originale dei maestri Art Ensemble Of Chicago, è di ottima fattura ed è molto godibile. Se gli Art Ensemble Of Chicago sono irraggiungibili, You And Your Folks, Me And My Folks, ancora dei Funkadelic, è inaspettatamente superiore all’originale (ritmicamente poco coinvolgente e mal curata).

Gradevole la cover di Space Is The Place (suite di 22 minuti di Sun Ra, qui ridotta a 8 minuti), che presenta una geniale intro (We Travel The Spaceways) affidata a brevi e convulsi fraseggi, mozzati da un rullante che sfocia nel riff del brano di Sun Ra: una prestazione non da tutti, che solo dei veri jazzisti potevano regalarci.

In definitiva un ottimo album, che fonde la rabbia e la sregolatezza della “noise wave” con un succulento space jazz. Anche l’Italia, a quanto pare, può produrre nel 2004 dischi altamente qualitativi.

1 aprile 2004