Cosa ci insegnano i dati Spotify
Abitudini d'ascolto nell'era dello streaming

Siete sempre stati curiosi di poter spulciare un po’ di dati relativi alle abitudini d’ascolto su Spotify? Se lo strumento, con una trasparenza decisamente apprezzabie, mette già a disposizione direttamente in interfaccia il numero di plays per ogni singola traccia, quello che è più difficile da trovare – soprattutto perché le API di Spotify, per quanto potenti, attualmente non permettono di estrarre il numero di plays – è un database abbastanza esaustivo consultabile via web in grado di fornire informazioni dettagliate estratte dalla piattaforma. Il sito kworb.net tenta di colmare questa mancanza rendendo disponibile sulle proprie pagine una mole di dati enormi provenienti da Spotify, con un solo grande limite: i numeri di plays vengono contanti solamente quando una traccia non è presente in una delle classifiche (daily o weekly) di Paese. Ciò nonostante, c’è abbastanza materiale per ricavare delle evidenze, alcune scontate, altre meno.

1) In Italia lo streaming (in questo caso Spotify) sta prendendo sempre più piede, ma i dati di ascolto sembrerebbero inferiori a quelli di Paesi con molti meno abitanti (creando quindi un parallelo con quanto già succede a livello di vendite). Ad esempio, nei paesi scandinavi (specialmente in Svezia, dove è nato Spotify) il numero di plays medio tra i 10 brani più ascoltati di sempre è enorme, se comparato con la popolazione, mentre solamente in Francia il rapporto tra plays e popolazione è inferiore di quello italiano.

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2) L’effetto long-tail è e sarà sempre più diffuso: rispetto al concetto di possesso (CD, vinili, ma anche download), il concetto di accesso abbatte (in teoria) qualsiasi confine legato alla distribuzione e ai limiti della fisicità del prodotto. Questo, in parallelo con l’aumentare del volume di un database già di suo praticamente sconfinato, sembra destinato a dilatare giorno dopo giorno la definizione coniata da Chris Anderson.

3) Dai dati traspare una certa rivalutazione del passato, ed in particolare delle chitarre: se sull’attuale sono le pop-hits a dominare, andando ad analizzare i dati dei decenni precedenti ci si accorge come ad avere la meglio sono i brani prettamente rock-oriented divenuti con il tempo dei classici, anche brani all’epoca non necessariamente di estremo successo in classifica. Le tracce pubblicate negli anni ’90 con più ascolti su Spotify sono un chiaro esempio.

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4) La definizione di longevità assume nuove forme: prima dell’avvento dello streaming, tra classifiche di vendita e passaggi radio, le maggiori hit avevano picchi di due/tre mesi prima di passare in secondo piano succubi del continuo ricambio. Su Spotify il ricambio è comunque elevatissimo, ciò nonostante i grandi successi riescono a garantirsi milioni di plays anche dopo più un anno. Ad esempio, Uptown Funk di Mark Ronson all’apice del successo totalizzava 15 milioni di plays settimanali; oggi, ad un anno di distanza, continua a totalizzare 4 milioni di plays settimanali. Chiaramente, come nelle vendite, anche su queste piattaforme il trend di una hit che segna il ritorno dopo un album di enorme successo (Adele o Justin Bieber per esempio) è diverso da quello di una hit appartenente ad un artista agli esordi o non ancora sdoganato al grande pubblico.

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5) Siamo nell’era del featuring: osservando le classifiche dei brani più ascoltati, è facile notare l’elevatissima presenza di brani nati dalla collaborazione di più artisti di successo. Un mezzo che esiste da decenni e che ha sempre fruttato piuttosto bene (specialmente per alcuni generi), ma che in questi giorni sta probabilmente vivendo il periodo di massima esposizione.

6) L’indie è meno indie: su Spotify il divario di ascolti che si riscontra tra gli artisti mainstream e gli artisti “indie” più in vista è mediamente inferiore a quello che riscontriamo a livello di vendite (vedi gli album più venduti del 2015). Ad esempio, un album come Lost In The Dream dei War On Drugs su Spotify ha un numero di ascolti similare a quelli di Drones dei Muse, pur avendo venduto circa 1/4 delle copie dell’ultima fatica di Bellamy & co. Parallelamente, dalle nostri parti L’Italia è Peggiore de Lo Stato Sociale ha un numero di ascolti non troppo distante da quello dell’ultimo album di Laura Pausini, pur avendo venduto circa 1/10 delle sue copie. Un fenomeno che va a braccetto con l’effetto long-tail e che in un certo senso riequilibra un po’ le cose. Ciò nonostante…

7) Il mainstream è ancora il mainstream, anche nell’era di internet: come avevamo approfondito qualche tempo fa all’interno dell’omonimo articolo, in un contesto caratterizzato da una scelta così sterminata e da una situazione di perenne overloading informativo, il ruolo dei mass media classici (da sempre colpevoli di dare visibilità a pochi eletti) torna ad essere invadente. Di conseguenza, pur potendo optare per un ascolto attivo, la maggioranza della popolazione continua ad essere succube dell’ascolto passivo imposto dall’alto. Le classifiche dei brani/album più ascoltati su Spotify, ovviamente, lo confermano.

8) Non è ancora chiaro quanto sia profittevole per gli artisti uno strumento di questo tipo. Il caso che ha sollevato Geoff Barrow qualche tempo fa è esemplare: il tuttofare dei Portishead ha annunciato di aver guadagnato solamente 2.500$ da 34 milioni di ascolti sulle piattaforme streaming. Facendo un po’ di calcoli, moltiplicando 34 milioni di plays per la revenue media che assicurano i principali servizi di streaming, si ottiene una cifra completamente diversa da quella indicata da Geoff, ovvero un numero che ruota attorno ai 200.000$.  L’introito viene diviso tra membri del gruppo, autori, collaboratori, ecc.., ma rimane comunque il dubbio che la percentuale trattenuta dalla casa discografica sia elevatissima.

9) Il bacino d’utenza è ipoteticamente molto più vasto: alcuni Paesi non sono ancora coperti da servizi come Spotify (anche se i principali mercati lo sono tutti), parallelamente altri Paesi (ad esempio l’Italia, come abbiamo visto in precedenza) non hanno chiaramente ancora sviluppato tutto il loro potenziale. Immaginate quali potranno essere tra dieci-vent’anni i numeri dello streaming in un contesto mondiale dal digital divide molto più ridotto rispetto ad oggi e con una fascia di età più ampia cresciuta – e quindi abituata – con l’utilizzo di certe tecnologie.

10) I dati di Spotify delle ultime fatiche di Pink Floyd o di Madonna evidenziano infatti come le caratteristiche anagrafiche possano incidere sui risultati: The Endless River è stato uno dei dischi più venduti degli ultimi due anni, ma su Spotify – senza usare troppi giri di parole – non lo ha ascoltato praticamente nessuno. Da un lato le vendite sono state in buona parte il risultato del classico acquisto a scatola chiusa basato sul nome (o meglio, sul brand), dall’altro lato la fanbase dei Pink Floyd è mediamente composta da persone maggiormente propense ad un approccio verso l’ascolto di stampo “old-school”.

11) Diventa più remunerativo creare una hit che creare un album di successo: da sola una hit può totalizzare più di 400-500 milioni di plays, una cifra superiore alla somma dei plays delle singole tracce (escluse le hit, ovviamente) contenute negli album di maggior successo. Gli esempi che vanno in questa direzione sono molteplici, ma il caso più lampante è certamente quello di Mark Ronson: la traccia Uptown Funk ha raggiunto quota 530 milioni di plays, mentre complessivamente le restanti tracce contenute in Uptown Special superano di poco quota 45 milioni di plays.

13 febbraio 2016
13 febbraio 2016
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