Hai paura del pop?

Prologo: come volevamo essere

Che dagli anni Ottanta non si potesse uscire vivi è una palese esasperazione di un concetto che ha un certo fondamento, come sa chiunque ci sia passato attraverso. Tra le molte prove a carico, c’è un film del 1992 tratto da uno spettacolo teatrale del 1989, Volevamo essere gli U2 di Umberto Marino. La vicenda di un gruppo di amici che prova a metter su una band si dipana con la tessitura farraginosa delle fiction televisive a basso budget, ma quel che è peggio la musica “suonata” dai ragazzi è una insulsa parata di cover, il minimo sindacale per far armeggiare gli strumenti e pagare pegno al plot. Come dire, il rock resta fuori campo. Niente male per una pellicola che reca nel titolo la band che segnò come poche altre l’immaginario collettivo rockista del periodo.

In quella stessa cuspide tra 80s e 90s, poco visibile ma formicolante, in Italia accadeva un movimento alternativo che tentava di parlare il linguaggio del rock con padronanza rinnovata. Il post punk si era rivelato un’onda lunga capace di dare vita alla scena bolognese, fiorentina, romana e milanese. Proprio nel capoluogo meneghino sul finire degli 80’s presero vita gli Afterhours, per volontà di un cantante e chitarrista dal timbro graffiante e impetuoso, il classe ’66 Manuel Agnelli.

Strategie anglofone

Il quartetto faceva perno su un’idea rock dal lirismo ruvido e volitivo, segnatamente USA, come è palpabile nel mini album d’esordio All The Good Children Go To Hell (Toast Records – 1988, 6.6/10), vuoi per l’approccio da Dylan elettrico e scontroso di Billie’s Serenade e Independent Houses, vuoi per la cover di Green River dei Creedence Clearwater Revival. Ben presto però la proposta si struttura e diversifica. Dalla Toast Records i Nostri passarono alla Vox Pop, etichetta allestita in proprio, tanto per ribadire lo spirito fieramente alieno tanto al mainstream quanto ai circuiti diversamente istituzionali delle band engagée. Quindi, col mini During Christine’s Sleep (Vox Pop, 1990 – 6,8/10) approfondirono l’attitudine a stelle e strisce: c’è una Plastic che chiama sua Bobbità ad incrociare corde unghiose con X e Dream Syndicate, mentre la calligrafia dimostra sorprendente versatilità aprendo alla ballad opalina vagamente Alex Chilton di Icebox e al crossover stradaiolo di Tina’s Got a Brand New Boy. Un’acida e sognante Inside Marilyn Three Times sarà il canovaccio di Dentro Marilyn, un lustro più tardi – ma sembra un’era geologica – reinterpretata da Mina col titolo di Tre Volte Dentro Me.

Dopo la partecipazione ad un tributo ai Joe Division organizzato dalla Vox Pop (reinterpretarono in chiave minimale Shadowplay), arrivò un ep dal piglio ben più tumultuoso e bizzarro come Cocaine Head (Vox Pop – 1991, 7.0/10), riconducibile per molti versi al coevo lavoro dei Red Hot Chili Peppers, di certo post punk versante Cramps o volendo del coevo grunge con fregole sincopate. Non stupisce che al plauso della stampa specializzata italiana si aggiungessero gli elogi di testate straniere autorevoli come Alternative Press. A quel punto gli Afterhours erano una band col rock indocile, mutevole e mutante nel mirino, senza le tipiche sudditanze e gli scimmiottamenti delle band italiane, il linguaggio crudo e disturbato, l’indole indie senza compromessi. Siamo quindi già ad un passo dalla chiave di volta.

Negazione ed attrazione

Tra il ’92 e il ’95 la band matura il nocciolo poetico attorno a cui graviterà tutta la successiva produzione: dopo l’ep che ribadisce l’estro ingrugnito e visionario che prende le mosse dal grunge solo per esplorarne il retaggio (in coincidenza del quale entra in formazione il batterista Giorgio Prette), è tempo di avere a che fare con l’estro pop che divide l’anima, cioè del secondo album Pop Kills Your Soul (Vox Pop, 1993 – 7.2/10). Canzoni costruite attorno a melodie accattivanti e trovate d’impatto, una vena che pulsa beffarda, impetuosa e struggente per un miscuglio eterogeneo che riesce a sintonizzarsi sulla stessa frequenza portante, rock disturbato che pure vuole far parte delle tue frequentazioni quotidiane perché, casomai non te ne fossi accorto, il quotidiano è disturbato. Un gioco di negazione e attrazione tra rock e pop che di fatto li salda in una stessa cifra espressiva, tesa fino al disequilibrio e perciò viva, insidiosa, rapace.

Si continua a guardare alla scena d’oltreoceano, prediligendo però gli spasmi losangelini dei Red Hot Chili Peppers (Terry Fill Me Up, On Time) o la Cincinnati grondante soul degli Afghan Whigs (Coalition), ma è particolarmente significativa la cover della beatlesiana Hey Bulldog, in una versione tirata che non avrebbe sfigurato nel coevo Vs. dei Pearl Jam. Gli Afterhours a quel punto eccedono se stessi, capiscono di non bastarsi confinati nella sottoghettizzazione “indie” italiana. Soprattutto, vedono nel cantato in inglese un limite masochistico da cui decidono di smarcarsi. Due le mosse che precedono il nuovo corso della band: la partecipazione a E cantava le canzoni (EMI, 1993), album tributo a Rino Gaetano di cui interpretano una trasfigurata, commossa e psicotica Mio fratello è figlio unico, prima prova in italiano della band; altra partecipazione ad un tributo, stavolta è I Disertori (Columbia, 1994) dedicato ad Ivano Fossati, del quale interpretano la opening track, una quanto mai turgida e impetuosa La canzone popolare.

Quindi arrivò la svolta vera, quel Germi (Vox Pop, 1995 – 7.5/10) che li vide ripensarsi in lingua italiana. Non a caso ai pezzi nuovi si affiancarono le riletture di quattro cavalli di battaglia dei precedenti lavori. Da un lato Ossigeno, Pop (una canzone pop) e Vieni dentro sono in sostanza le taduzioni di Oxygen, Come inside e Pop Kills Your Soul, dimostrando d’amblé quanto l’italiano potesse tecnicamente competere con l’inglese – grazie anche all’utilizzo disinvolto e spesso estremo della tecnica del cut up -, mentre Dentro Marilyn riprende Inside Marilyn Three Times enfatizzandone il chorus in senso melodico come fosse una naturale conseguenza del cambiamento d’idioma. Ed è questo un punto cruciale: il quartetto – Agnelli, Prette, Iriondo e Zerilli – sembrava muoversi in un solco facinoroso e tentacolare, costantemente in bilico tra tumulto post-punk disturbato noise (la title track, Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, Siete proprio dei pulcini) ed estro melodico (Strategie, Plastilina) seppur ammorbato da dissonanze e patologie liriche.

Si impone quindi una calligrafia satura di tensione, come un agguato costante e reciproco tra l’attitudine sperimentale (portata in dote soprattutto da Xabier Iriondo, chitarrista votato alle dissonanze scorticate ed evocative), la vena rock-hardcore e le sempre più palpabili suggestioni pop. Una strana e fruttuosa forma di equilibrio, corroborata dalla “consacrazione” di Mina che come già detto nel ’97 inserì la propria interpretazione di Dentro Marilyn (reintitolata Tre volte dentro me) nel proprio album Leggera (PDU, 1997), galeotta la figlia Benedetta che, divenuta amica di Manuel, fece conoscere il pezzo alla Tigre di Cremona.

Incarnare l’esasperazione

Defunta la Vox Pop, gli Afterhours firmarono per la Mescal di Valerio Soave, in procinto di diventare una delle label indipendenti più attive del Belpaese. La falsariga di Germi fu ripresa e superata da Hai paura del buio? (Mescal, 1997 – 8.0/10), dove la scrittura di Agnelli – autore di quasi tutti i pezzi – raggiunge nuovi livelli di ecletticità ed istrionismo, senza con ciò sminuire il contributo di Iriondo e Prette, nonché di un elemento aggiunto come il violinista Dario Ciffo. Diciannove le tracce, un carosello sbalorditivo di schegge hardcore noise (Dea, Veleno), torridi residui grunge (Rapace, Male di miele), siparietti cameristici (Come vorrei), psicosi post-blues (Terrorswing) e teatrini allibiti (Senza finestra), ballad che incedono nevrotiche (Punto G, 1.9.9.6.) e languide (Pelle, Voglio una pelle splendida), guizzi caustici (Questo pazzo pazzo mondo di tasse, la controgenerazionale Sui giovani d’oggi ci scatarro su) e psichedelia balzana (Mi trovo nuovo).

Troppo sferzanti e disturbati per venire accodati al rock autorale alla Ligabue, disposti però a concedere squarci carezzevoli che poco si addicono alla dimensione alternativa, gli Afterhours si imposero come fenomeno anomalo, adorato da quanti ci videro una risposta forse un po’ tardiva ma autorevole alle vampe grunge/hardcore e agli azzardi del post-rock, oppure un aggiornamento dell’approccio espanso e irriverente di un Battisti, al contrario avverso da coloro che li interpretavano come una furba miscela di espedienti, o semplicemente provavano istintiva antipatia per l’ingombrante figura del leader. Agnelli infatti afferrò con decisione le redini della band, imponendo il proprio approccio impetuoso sul palco (nei concerti del periodo Manuel si dedicava sovente alla pratica dello stage-diving, come ho avuto la ventura di appurare personalmente) che faceva il paio con l’iconografia da rock star maledetta e intransigente, come se fosse mosso dall’urgenza di estremizzare l’immaginario in cui credeva fortemente, di incarnarlo a costo di esasperarne l’aspetto, tentando così di colmare il divario tra i sogni di rock’n’roll e la realtà angusta dello shobiz italiano.

Le performance coi vestiti da bambolina del periodo Germi e gli assalti da iguana successivi sembravano dire agli spettatori che dovevano aspettarsi di tutto fuorché uno spettacolo dimesso. Che l’esuberanza nel rock non è affatto un peccato, anzi, può rappresentare un intelligente additivo. Una estetica dell’eccesso quindi ma a tutto tondo, con ricadute come abbiamo visto sulle escursioni stilistiche, dalle massimamente ostiche al carezzevole più struggente. Un’idea di prassi rock che non operava distinzioni preventive tra alternativo e popular, e proprio in questo solco gli Afterhours decisero di spingersi, sempre più a fondo.

Perversa carezzevole schizofrenia

Con Non è per sempre (Mescal, 1999 – 7.8/10), prodotto da Fabio ‘Magister’ Magistrali e Maurice Andiloro, sfornarono un album più compatto (“appena” 13 pezzi), meno disposto a siparietti bizzarri, tuttavia la forbice tra la vena carezzevole, l’acidità e la sperimentazione si allargò, azzeccando in qualche circostanza una sintesi notevole, vedi il caso di L’estate, ballata lasciva (“la tua bocca cieca che mi aspetta/sento che ha ragionevolmente fretta“) con vampe noise-psych al calor bianco (notevole il lavoro al violino di Dario Ciffo, ormai membro stabile della band), oppure l’arguta Superenalotto. Fu però la presenza di due pezzi strutturalmente leggeri come Baby Fiducia (estro brit e corettini Stones) e Bianca (non lontana dagli Smashing Pumpkins più morbidi) a segnare la percezione di questo disco, che peraltro vantava in scaletta altre evoluzioni melodiche come il romanticismo power-pop della title track e la struggente Oceano di gomma (dedicata ad un amico scomparso). Va detto però che il Julian Cope ipnotizzato Lennon di Oppio, il punk noise di La verità che ricordavo, il trip-hop fibrillato Nick Cave di Tutto fa un po’ male, l’inno generazonale disturbato di Non si esce vivi dagli anni ’80 e la nevrastenia Suicide di Milano circonvallazione esterna raccontano una storia diversa, costituiscono un dark side stranamente organico alla parte più solare, forse perché ad unirle c’è un’insidia di fondo costante, un ghigno di sferzante e perversa desolazione.

La direzione comunque è segnata, e Iriondo decide di non seguirla per dare vita a situazioni soniche più azzardate come i Six Minute War Madness ed il relativo side project A Short Apnea (assieme a Paolo Cantù e Fabio Magistrali). Gli Afterhours divennero così sempre più il progetto di Agnelli, che nel frattempo aveva diversificato il raggio d’azione, facendosi valere come produttore per Cristina Donà, Scisma, Verdena, Massimo Volume e Marco Parente (non certo a caso nel novembre 2001 gli verrà assegnato l’Italian Music Awards come miglior produttore italiano), disimpegnandosi come scrittore con Il meraviglioso tubetto (Mondadori, 2000), realizzando assieme ad Emidio Clementi dei Massimo Volume il reading Gli Agnelli Clementi, infine e soprattutto organizzando il festival itinerante Tora! Tora!, sorta di vetrina live della scena alternativa italiana sulla falsariga dello statunitense Lollapalooza.

Nel frattempo, a suggellare la chiusura di una fase, aveva visto la luce Siam tre piccoli porcellin (Mescal, 2001 – 7.0/10), testimonianza live in due dischi – una parte elettrica e l’altra acustica – che fa antologia del repertorio in italiano (più una resa unplugged della springsteeniana State Trooper) esaltando la schizofrenia compositiva e la versatilità delle interpretazioni. Un lavoro senz’altro intenso e forse un po’ frettoloso, con l’inedita La sinfonia dei topi ad indicare beffarda la direzione intrapresa, lontana dall’atteggiamento di dogmatica pensosità di tanta scena alternativa, libera come abbiamo visto di sbrigliarsi viscerale e persino accomodante.

Aggrappati ad una (autorevole) radice psych

Il nuovo corso si delinea quindi come una rottura nella continuità, stessa l’irrequietezza e l’intensità dell’approccio ma più stretta la rosa espressiva, coagulata attorno ad un’idea psych-rock tosta, d’impatto, la polpa Seventies ravvisabile fin dalle timbriche, in un sound dominato sì dalle chitarre ma infoltito di tastiere ed altri ammennicoli visionari (su tutti il theremin), col violino di Ciffo chiamato a non far rimpiangere la chitarra obliqua di Iriondo. In Quello che non c’è (Mescal, 2002 – 7.7/10) il pop è bandito, malgrado le canzoni non siano mai state tanto legate da un filo rosso di classicità rock, barattate le vampe e gli sberleffi punk-noise per reminiscenze hard e digressioni acide variamente jazzy. I testi seguono a ruota, spingendo sul pedale dell’intensità intimista, delle meditazioni esistenziali e affettive che non ammettono l’uso parossistico del cut-up che aveva caratterizzato le più scellerate situazioni precedenti.

E’ emblematica in tal senso la title-track, ballata-turning point che sembra fare il punto nel mezzo del cammin della vita con piglio penetrante e crepuscolare, dopo il crescendo emotivo la coda strumentale che sembra alludere l’attitudine strumentale dei bei tempi andati (Area, Stormy Six…). Retaggi diretti di un viaggio in India – altro elemento rituale della stagione psych – assieme ad Emidio Clementi sono due ordigni incendiari come Bye Bye Bombay e Varanasi Baby – lirica e dolente la prima, tumultuosa la seconda -, mentre Ritorno a casa tenta la carta del reading rock à la Massimo Volume con risultati in verità non eccellenti (l’esperimento non si ripeterà). Detto che Non sono immaginario mette il dito nella piaga della virtualità delle relazioni in un autentico bailamme hendrixiano, anche ballate più accomodanti come La gente sta male, Bungee Jumping e Il mio ruolo non rinunciano a far pulsare la vena lisergica, segnando un distacco abbastanza netto dalla radiofonicità agrodolce di certi episodi di Non è per sempre.

Gli Afterhours sembrano quindi voler attraversare gli anni Zero imbarcandosi sul vascello più solido possibile, barattando la poliedricità con un linguaggio ben più solido e codificato ma non per questo privo di stratificazioni, mirando ad una autorevolezza rock al calor bianco destinata a trovare pieno compimento in concerto. Una mossa che si rivelerà azzeccata. Proprio l’attività live conseguente al lusinghiero successo di Quello che non c’è li porterà a dividere il palcoscenico con Mercury Rev e – soprattutto – i Twilight Singers di Greg Dulli. I rapporti con l’ex-leader degli Afghan Whigs diventeranno un vero e proprio sodalizio artistico, al punto da vederlo figurare come co-produttore artistico di Ballate per piccole iene (Mescal, 2005 – 6.4/10), album che spinge ulteriormente verso la quadratura del linguaggio, corazzando la psichedelia liquida del predecessore di elettricità compatta e squamosa. In questo quadro, le perturbazioni soniche (feedback e riverberi angolosi, organi nevrastenici, il violino amplificato…) continuano ad essere organiche alla trama sonora ma suonano al più come “normali anomalie”.

La sordidezza incalzante di Ballata per la mia piccola iena, una filastrocca nocchiuta come La vedova bianca, il funk-glam irsuto di Chissà com’è e il fuzz rutilante di E’ la fine la più importante sembrano altrettante strategie di decadenza armata, wild side torbido e crudo che getta una luce cupa sulla poetica autorale di Agnelli, il quale sembra in questa fase “accontentarsi” di riempire una casella pressoché vuota nel panorama italico, quella della rock band selvatica, intransigente, maudit. La falsariga è evidentemente quella del sound e delle sordide irrequietezze Afghan Whigs, che diventano quasi presenza palpabile nel soul infetto di Carne fresca, anche se riaffiora l’antica calligrafia nei barbagli da bohemienne urbana di Male in polvere o nel fantasma febbrile de Il compleanno di Andrea. La dimensione internazionale cui ormai ambisce il progetto-Afterhours, ribadita dalla presenza nei credits del chitarrista Hugo Race e di John Parish al mixer (senza il quale la concitazione mefistofelica di un pezzo come La sottile linea bianca probabilmente non sarebbe stato tanto… mefistofelica), sfocia quasi naturalmente nella pubblicazione di Ballads for Little Hyenas (Mescal/One Little Indian, 2006), ovviamente la versione in inglese di Ballate per piccole iene con la scaletta arricchita dalla cover di The Bed, pezzo archetipico firmato Lou Reed.

Prova a prendermi

Come talvolta accade in ambito rock’n’roll, quella che è probabilmente la fase meno peculiare del percorso artistico della band milanese coincide con quello della consacrazione. Sempre più popolari in patria, dove riescono a raggiungere posizioni ragguardevoli nelle classifiche di vendita, si toglono la soddisfazione di portare la loro musica sui palchi tedeschi e statunitensi spalleggiati da Dulli. Quasi venti anni dopo i primi passi la parabola sembra quindi aver raggiunto l’apice. Tempo di raccolto, bilanci e decisioni. Concluso il rapporto con la Mescal, ecco l’accordo con la Universal, preludio ad un nuovo capitolo che, malgrado il cappello della major, segnerà una svolta rispetto al rassicurante percorso degli ultimi capitoli.

I milanesi ammazzano il sabato (Casasonica/Universal, 2008 – 7.0/10) infatti recupera di schianto la schizofrenia stilistica alla luce di un più quieto – o “maturo” – approccio autorale, è disco spiazzante, zeppo di sottintesi dolciastri (in guisa di macabro menù) e allusioni morbose, depistaggi folk-psych e vampe funk-wave. E’ come se Agnelli avesse voluto riappropriarsi della propria natura, professando un’impertinenza imprevedibile, acida e a tratti beffarda: pezzi come E’ dura essere Silvan (quasi un siparietto arty Roxy Music), il vitalismo tribale di Riprendere Berlino o l’amarezza giocosa di Tema: la mia città, sembrano frutto di un repentino contagio patafisico. Persino i titoli raccontano questa voglia di sconcertare l’auditorio (Tarantella all’inazione, Neppure carne da cannone per Dio), esercizi d’ironia scorbutica e amara affogati in un plasma sonico sfaccettato (organi, percussioni, fiati, coretti ebbri…) che parecchio deve al genio del polistrumentista Enrico Gabrielli (dei Mariposa), ultimo entrato in formazione. Album tutt’altro che risolto, è comunque una incoraggiante dimostrazione di vitalità, atto di transizione verso l’imprevedibile, il desueto, lo sconcertante e lo scomodo che fin dall’inizio rappresentano la vibrazione di fondo della calligrafia Afterhours, libera con ciò di oscillare tra gli estremi dell’assalto hardcore (Pochi istanti nella lavatrice) alla più obliqua, disarmata dolcezza pop (Musa di nessuno).

Ciò che segue è un volo libero. Libero da vincoli – il contratto con la Universal decade dopo un solo album – e da preclusioni. La partecipazione a Sanremo nel 2009 certifica la loro tensione popular in un ambito segnatamente rock, non ravvisando inconciliabilità tra le due dimensioni. Non a caso il pezzo che presentano sul palco dell’Ariston è Il Paese è reale, una ballata tosta con poche concessioni alla orecchaibilità, più necessaria che bella, sigla ideale dell’omonimo progetto che vedrà raccogliere in un doppio volume pezzi inediti di diciotto nomi della cosiddetta scena alternativa italiana (da Marco Parente agli Zu, passando per Zen Circus, Teatro degli Orrori e Cesare Basile…). Il resto, al netto di una pressoché incessante attività live (tra cui un particolare tour teatrale con ospitate illustri come Vasco Brondi, Antonio Rezza, gli Gnu Quartet e i vecchi amici Emidio Clementi e Xabier Iriondo), accade al ridosso di un presente che si chiama Padania, album che li vede recuperati alla più impetuosa e spiazzante versatilità.

Suggello provvisorio di una vicenda che lascia quale principale eredità, oltre ad un canzoniere degno di rilievo, il sospetto (quasi una certezza) che il rock italiano deve liberarsi soprattutto da se stesso, dai limiti culturali che lo incatenano ad una cautela fragile, castrante. Dovessimo riassumere tutto con uno slogan probabilmente sarebbe: non si deve aver paura di essere rock, anche a costo di essere pop.