Sphere
Ott
20
2013
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Esplorare l’universo sonoro di Monk è ancora – a 2013 inoltrato – un’esperienza sorprendente, spiazzante, intrigante. Accostarsi ai materiali tematici, ai riff, alle strutture del grande maestro afroamericano, farlo definendo appena il canovaccio di una sua composizione, è ancora un atto spregiudicato. Occorreva aggirare le trappole della citazione ad effetto, della struttura riposante, della melodia-boa, dell’appiglio contro l’abisso. Ciò perché il punto di partenza, il liquido amniotico da cui intraprendere il “viaggio”, è stato quello dell’improvvisazione totale, di una ricerca timbrica, sonora e ritmica che conducesse agli approdi di riferimento, alle vestigia monkiane. In queste camere sperimentali, per queste stanze sonore, abbiamo giocato a “rincorrerci”, con brevi soste, per dare senso tematico al diletto, a questo “suonare insieme”. Un viaggio onirico, forse, per acque apparentemente chete, alla ricerca di affioramenti, di reperti e di isole quali tappe del nostro errare. Un progetto a-leaderistico, paritario, in cui ogni individuo-strumento dei “Try Trio” risponde a chiamate arcaiche e senza tempo, quali quelle del Verbo di Monk: monade in costante mutazione [fonte: Improvvisatore Involontario]

di Fabrizio Zampighi

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