I 10 film (+1) da guardare per celebrare la Caduta del Muro di Berlino

A 30 anni esatti dalla Caduta del Muro di Berlino che, di fatto, ha sancito l’inizio dell’era moderna per come la conosciamo oggi, è sempre bene celebrare quegli autori che attraverso il sottile e in certi casi sublime utilizzo del mezzo cinematografico hanno saputo raccontare un’epoca fatta di divisioni, lacerazioni politiche, idealismi estremi ed estremizzati, di perdita diffusa di umanità e del bisogno di tornare alla condivisione, a quella speranza in un’unione che speriamo di non dover mai veder perduta. Tutto questo a causa non solo di un muro fisico costruito nel 1961 a Berlino, ma più che mai di uno mentale che dal dopoguerra al 9 novembre 1989 ha spaccato in due il pianeta in altrettante fasce di pensiero, con il consumismo americano da un lato e la lotta comunista dall’altro. Il cinema, nella sua forma più alta e non solo (sono molti i film cosiddetti “commerciali” che hanno saputo raccontare la contrapposizione ideologica di quel tempo) ha sempre fornito un ulteriore sguardo, un occhio privilegiato sugli eventi, una prospettiva certamente soggettiva ma allo stesso modo condivisibile degli errori e degli orrori compiuti in passato, sia attraverso le pellicole del tempo che su quelle sviluppate a posteriori.

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Realizzato mentre i lavori sul Muro non erano ancora stati completati, si tratta della quarta collaborazione tra il re della commedia americana Billy Wilder e lo sceneggiatore I.A.L. Diamond, dove i due – praticamente in stato di grazia e con una sensibilità per il tempo presente che quasi sconfinava nella precognizione – non risparmiano nessuna critica al vetriolo sulla ridicola polarizzazione ideologica a cui il mondo stava andando in contro. Ecco quindi che tra i protagonisti c’è la figlia del capo dell’americanissima Coca-Cola che si innamora perdutamente di un giovane della Berlino Est, con quest’ultimo che verrà sedotto in qualsiasi modo dalle bellezze e le comodità del capitalismo a stelle e strisce. Un’opera spesso dimenticata tra quelle del maestro Wilder, eppure si tratta probabilmente della sua più cinica su un certo modo di interpretare la realtà e la politica, con il suo sistema binario (capitalismo/comunismo) già allora messo pesantemente in discussione.

La spia che venne dal freddo (Martin Ritt, 1965)

Per cavalcare l’onda lunga del successo della saga di James Bond al cinema, nel pieno degli anni Sessanta e della Guerra Fredda, Martin Ritt – che all’epoca era reduce dal successo di vari film con Paul Newman – decise di adattare l’omonimo romanzo di John Le Carré, uno dei maestri indiscussi del thriller spionistico, per far cambiare di segno al cinema il genere. Ne risulta un film che è il negativo della saga di Ian Fleming, dove l’agente segreto non guida un Aston Martin ma una Trabant, dove l’ambientazione non è esotica e ricca di avventure dal sapore erotico, ma desolante e specchio di quella Berlino lugubre e asettica, figlia proprio della divisione fisica della città. Un noir mascherato da thriller con uno splendido Richard Burton nella parte del protagonista.

Il sipario strappato (Alfred Hitchcock, 1966)

A sette anni da Intrigo internazionale, Alfred Hitchcock torna al genere thriller spionistico con una pellicola sicuramente tra le meno memorabili della sua filmografia ma che conserva tutt’oggi più di qualche motivo di interesse. La trama, pur avendo quel diffuso sapore di già visto, è sempre avvincente e la confusione narrativa a cui va incontro lo spettatore è una buona metafora dell’atmosfera di incertezza che si respirava all’epoca. Furono semmai i demeriti dal punto di vista produttivo a castrarne la resa conclusiva: prima di tutto l’imposizione dall’alto di due attori in voga come Paul Newman e Julie Andrews i quali, pur nella loro consueta bravura, all’interno del quadro hitchcockiano appaiono spaesati e fuori sincrono; una suspense che stavolta non mantiene la sua forza per tutta la durata della pellicola, nonostante uno script sulla carta molto promettente, e infine l’assenza di Bernard Herrmann alle musiche a causa di un litigio col regista. Non fondamentale, ma sicuramente da recuperare.

Possession (Andrzej Żuławski, 1981)

Primo film di questa selezione in cui lo scenario della Berlino della Guerra Fredda fa solamente da sfondo alle immagini sullo schermo e ne potenzia la carica simbolica e metaforica. La vicenda che segue il percorso di Anna e Mark è figlia dell’esistenzialismo di Bergman (Scene da un matrimonio), che utilizza il genere horror e l’elemento grottesco in maniera acuta in modo da risvegliare le più nascoste pulsioni dell’animo umano e il senso di disagio dello spettatore. Più celebre per le sue numerose versioni (visto l’alto grado di censura che ebbe all’epoca), la pellicola, che fu anche co-prodotta dalla Germania Ovest, curiosamente non venne mai distribuita su quel territorio e la versione approvata in via definitiva dal regista vide la sala cinematografica solo nel 2013 (è quella da 123 minuti).

Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, 1987)

Probabilmente l’opera cinematografica che più di ogni altra ha saputo coniugare splendidamente il gusto per la ricostruzione di un determinato sentimento storico con un’aura poetica e sognante tipica di tutto il cinema di Wim Wenders, che porta qui a compimento tutti quei temi più volte affrontati nel corso di una carriera intera: dalla malinconica perdita della propria identità a temi quali l’assolutismo della libertà che talvolta è più uno stato mentale prima ancora che fisico; non mancano poi gli alti riferimenti letterari, come alla poesia di Rainer Maria Rilke, rielaborati grazie all’aiuto in sede di sceneggiatura di Peter Handke, Premio Nobel per la letteratura 2019. Impossibile poi dimenticare il volto carico di sofferenza e curiosità di Bruno Ganz, così come non si può togliere dalla mente la disillusione del personaggio di Peter Falk. Tornato nelle sale proprio per il 30° anniversario della Caduta del Muro.

Good Bye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003)

Opera di sottile intelligenza, capace di unire al meglio il dramma della conclusione della Guerra Fredda alla commedia pura, Good Bye, Lenin! è uno dei film (insieme a quello di Wenders) che più riflettono attorno al valore simbolico del Muro e a come attorno a esso siano nate, cresciute e sviluppatesi coscienze e quindi vite intere di persone comuni. Come a dire, anche l’ultima delle famiglie di una comunità ha contribuito a fornire, con la propria, l’identità di un’epoca intera. Uno dei maggiori successi di sempre del cinema tedesco, ha contribuito a cementificare uno dei periodi storici meno raccontati al cinema, ovvero quello della Germania post-riunificazione e la progressiva occidentalizzazione dell’est. Indimenticabile poi la colonna sonora di un magnifico Yann Tiersen. Il film contribuì a lanciare anche il talento di Daniel Bruhl. Tornato nelle sale proprio per il 30° anniversario della Caduta del Muro.

Le vite degli altri (Florian Henckel von Donnersmarck, 2006)

Chiamato ancora come testimone degli eventi della Guerra Fredda dall’interno della stessa Berlino Est, stavolta lo spettatore si ritroverà immerso nella routine degli inflessibili agenti della Stasi, responsabili della sicurezza dello Stato della Repubblica Federale Tedesca, in quella che si rivela una notevole opera d’esordio per Florian Henckel von Donnersmarck. Il risultato è un’abile ricostruzione storica che non cede praticamente quasi mai al facile stile ricattatorio verso il pubblico, ma anzi cerca in ogni modo di instillarsi all’interno dell’occhio di chi osserva e non disdegna nemmeno strizzatine d’occhio a un capolavoro come La conversazione di Francis Ford Coppola, con cui la pellicola ha più di qualche debito (estetico e narrativo). Indimenticabile, poi, la sofferta e intensa interpretazione di Ulrich Mühe (scomparso poco dopo l’uscita del film).

La scelta di Barbara (Christian Petzold, 2012)

Al suo sesto lungometraggio, Christian Petzold fa centro e regala un’opera densa di significato e ricca di spunti d’approfondimento. Calata nel contesto della Berlino divisa dal Muro, la Barbara del titolo è la manifestazione ideale della doppia faccia della Germania dell’epoca e il suo sviluppo psicologico segue di pari passo quello emotivo dello spettatore che, trovatosi davanti freddezza e gelo, lentamente riscoprirà il calore della condivisione e dei rapporti umani. Un lungometraggio che indaga efficacemente il concetto di identità non solo personale ma estendibile a un’intera nazione, dove questo è ripetutamente messo in discussione dalle mille contraddizioni da cui è attraversato. Orso d’Argento alla regia per Petzold al Festival di Berlino, che negli anni successivi avrà modo di regalare altre perle quali Il segreto del suo volto o La donna dello scrittore, mantenendo al centro della sua analisi proprio il rapporto tra l’essere umano e la Storia.

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015)

Seconda parte del trittico dedicato alla Storia degli Stati Uniti d’America e felice connubio artistico tra Spielberg e i fratelli Coen (che insieme a Matt Charman firmano la sceneggiatura), Il ponte delle spie è un’efficace spy story costruita come una macchina a orologeria, dove a primeggiare è sempre la dimensione umana dei personaggi ritratti e messi in campo a dispetto del respingente pragmatismo delle istituzioni (che si tratti del giudice della Corte Suprema o degli agenti della CIA o del KGB). Proprio come nel precedente Lincoln e nel successivo The Post, al regista interessa prima di ogni altra cosa la dignità umana, qui rappresentata dalla doppia figura di “standing man” rappresentata dal Jimmy Donovan di Tom Hanks e dal Colonnello Abel di Mark Rylance (giustamente premiato con l’Oscar). In mezzo la tensione disumana tra le due Germanie appena separate dal Muro, attraversate letteralmente e metaforicamente dalla luce proveniente da un uomo giusto.

Bonus: La talpa (Tomas Alfredson, 2011)

Pur non avendo nulla a che fare geograficamente con il Muro di Berlino, La talpa – adattamento cinematografico del romanzo di John Le Carré (già citato in questa selezione) – offre uno sguardo limpido e coinvolgente delle varie forze messe in campo in questo gigantesco conflitto silenzioso, dove i servizi segreti britannici si ritrovano schiacciati dalle due grandi superpotenze (USA e URSS) e sono costretti a guardarsi allo specchio per cercare di ritrovare prima di tutto una ragione interna a determinati non-sense. Il lungometraggio di Alfredson rispecchia bene la carica riflessiva del romanzo di partenza, in più aggiunge una componente emotiva che trova il suo apice sia nel calore con cui viene dipinto da Gary Oldman il personaggio di George Smiley, sia nella delicata ricostruzione del rapporto d’amicizia tradita tra due cruciali personaggi coinvolti. Un film di spionaggio intimo ed esemplare nel ritmo della narrazione che non procede mai per scossoni ma sempre con un misurato dosaggio dei suoi colpi di scena.

10 Novembre 2019
10 Novembre 2019
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