25 e non sentirli: i dieci dischi e le nuove scoperte del 1993 per Antonello Franzil

Siamo giunti alla quarta puntata della “rivisitazione” a posteriori degli album usciti nel 1993. Dopo quelle di Stefano Pifferi, Marco Boscolo e Valentina Zona, tocca ora alla top 10 di Antonello Franzil.

Mi inserisco anche io nella proposta di Stefano Pifferi, un gioco legato al recuperare i suoni e le sensazioni vissute 25 anni fa, alla scoperta di nuovi gruppi e nuova musica. Per i più giovani però vorrei anche inquadrare musicalmente il periodo. Il 1993 è l’anno del boom di Non è la RAI, chi guarda la TV si deve sorbire il noiosissimo polpettone di Pavarotti & Friends, al primo posto in classifica in Italia troviamo Nord Sud Ovest Est degli 883, a Sanremo vince Enrico Ruggeri con Mistero e tra i giovani l’esordiente Laura Pausini. Nel 1993 la maggior parte delle scelte musicali alternative allo strapotere della TV erano affidate al passaparola, tutti gli appassionati ricordano gli ascolti casalinghi con gli amici per scambiarsi le rispettive scoperte musicali o semplicemente per condividere un disco comunemente apprezzato. Molti dei consigli erano demandati al proprio spacciatore musicale, ossia il titolare o il commesso del negozio di dischi che si frequentava (esatto cari millennials, passavamo più tempo nei negozi di dischi che al bar o in discoteca, sappiatelo), le cose più strane poi si scoprivano dalle recensioni delle riviste musicali e dalle proposte musicali dei programmi delle radio private.

Proprio in quegli anni, ai tempi dell’università (degli altri, io lavoravo già da qualche anno), con alcuni amici curavamo su una radio privata locale una bellissima rassegna musicale che si chiamava Rockin’ In The Free World, e coprivamo tutte le sere 7 giorni su 7, spaziando dal blues al pop e passando per il grunge e il jazz. Nello spazio che gestivo col mio amico Marco affrontavamo i nuovi suoni, sia elettronici sia le nuove derivazioni del rock e della black music americana. La radio era una delle poche alternative per vivere appieno la musica, dopotutto vivevamo in una città di provincia, su un’isola, non c’era internet e le low cost ancora non erano neanche nei nostri sogni, e in Sardegna il 99% dei concerti erano concentrati nella stagione estiva. Il massimo che potevamo ottenere nelle infinite notti invernali era un concerto al Menestrello (il circolo in voga all’epoca) con un esordiente Samuele Bersani che canta Chicco e Spillo per tre volte, perché ha solo 5-6 pezzi in repertorio. Ci abbiamo bevuto su una bottiglia di mirto a fine concerto, chissà se si ricorda ancora (la sbronza col mirto, intendo). E noi eravamo così genuinamente folli che proprio dal Menestrello facevamo una puntata settimanale, un talk show IN DIRETTA (nel 1993, senza internet, senza ripetitori, solo con tanta passione e una linea telefonica). E come noi tantissime persone che facevano cose simili in giro per la provincia italiana: chissà quante storie che ci sarebbero da raccontare.

Ma è tempo di passare alla musica. Quello che segue è quindi un elenco che, rispetto a quelli delle puntate precedenti, sarà legato più a quelle che ai tempi erano davvero per me nuove scoperte, con dischi che addirittura non sono mai entrati in nessuna classifica. Dopotutto, come diceva Stefano Pifferi nella prima puntata, questa è “una selezione arbitraria e limitata a una decina di titoli, ovviamente figlia degli ascolti di chi scrive”.

Clock DVA – Sign

Dalla fine degli anni ‘80 stavo iniziando a plasmare la mia passione per la musica elettronica, indole naturale per me che già da un decennio smanettavo sui componenti dei PC, scrivevo software per diletto ed ero anche un divoratore di fantascienza. Proprio nel 1993 usciva Sign, quello che (ancora non lo sapevo) sarebbe stato l’ultimo album del mio gruppo preferito in ambito elettronico sin dagli anni ‘80, i Clock DVA: i synth glaciali e profondamente alieni, l’attitudine cyberpunk, quei suoni che oggi definiremmo electronic post-punk, il concept della band che richiama continuamente il rapporto uomo-macchina, senza dimenticare il pippone di Adi Newton nel libretto del disco sul significato di Sign(al) nell’esplorazione spaziale e sull’esistenza degli UFO. Potete anche rileggervi la bellissima intervista ad Adi Newton di qualche tempo fa.

Guru – Guru’s Jazzmatazz, Vol. 1

Nel 1993 arriva come una folgore un disco totalmente inaspettato, che sconvolge letteralmente gli equilibri tra i generi. In un periodo in cui l’hip hop veniva ancora considerato come la musica del ghetto (e quindi “ignorante”, nell’immaginario collettivo) arriva la buonanima di Guru con un disco ME RA VI GLIO SO. È proprio il momento del rap della East Coast, nel 1993 gli A Tribe Called Quest pubblicano Midnight Marauders (il seguito del fondamentale The Low End Theory) ed esce lo splendido Reachin’ (A New Refutation Of Time And Space) dei Digable Planets (uno dei gruppi più underrated nella storia dell’hip hop). Ma ai tempi la sensazione è che Guru’s Jazzmatazz sia la summa di tutta la black music realizzata sino a quel momento, e ai nostri occhi sdogana definitivamente una generazione di rapper della Costa Est dal flow raffinato e colto. Il successo del disco è soprattutto europeo, perché è proprio nel vecchio continente che il jazz è un genere che ha un alto valore commerciale, e il merito di questo disco è stato proprio quello di aver elevato il rango dell’hip hop nel vecchio continente.

U2 – Zooropa

Zooropa è stato già da allora uno dei dischi più chiacchierati degli U2, sicuramente quello coi suoni più sintetici, che fa da ponte tra la virata berlinese di Achtung Baby e la ultra pacchianata di Pop e relativo PopMart Tour. Il disco è ben descritto da Stefano Solventi nella recensione: «Zooropa non è un grandissimo album, ma è – lo sembrò fin da subito – un album emblematico di un’epoca crocevia in generale e per il rock in particolare».

Frankie Hi-Nrg Mc – Verba Manent

Siamo in piena esplosione sulla scena nazionale delle posse e delle crew metropolitane, il rap poesia della strada cantato dagli Assalti Frontali o l’hip hop militante dei 99 Posse di Curre Curre Guagliò. Però poi salta fuori Frankie hi-nrg mc col suo look molto più rassicurante per il pubblico non-rap, testi poco politicizzati ma assolutamente politici e tirati giù con un lessico colto e forbito, le basi di Ice One talvolta jazz funk e sempre molto groovy, i discorsi di Sandro Pertini come intermezzo a rassicurare quelli che benpensano.

Swervedriver – Mezcal Head

So bene che il vero successo inglese di quegli anni fu l’esordio degli Suede, e con quella copertina con due esseri androgini impegnati in dolci effusioni non poteva che essere un successo commerciale. Ma in quei tempi ero molto più attirato dallo shoegaze ruvido e muscolare degli Swervedriver, avevo consumato il loro primo album Raise, le loro canzoni erano un vero concentrato di energia, con le loro lunghe cavalcate elettriche e le melodie brutalizzate da wah wah lancinanti. Mezcal Head fu prodotto da Alan Moulder (già produttore di Ride e Smashing Pumpkins) e aveva il pieno supporto della critica, ma non riuscì mai a sfondare nelle classifiche di vendita: troppo americano per gli inglesi e troppo inglese per gli americani. Io continuo ad ascoltarlo con estremo godimento, anche dopo 25 anni.

The Afghan Whigs – Gentlemen

Gentlemen resta probabilmente il capolavoro di quel genio musicale che è Greg Dulli e dei suoi Afghan Whigs. Un disco di struggente bellezza, quei rari casi musicali in cui tutti i pezzi sono di livello altissimo, un disco che puoi mettere su in loop durante un lungo viaggio sino a perdere il conto di quante volte lo hai riascoltato. Dopo 25 anni la sontuosa, elegante, dolcissima My Curse, cantata da Marcy Mays degli Scrawl (che pubblicano quell’anno il loro quarto album Velvet Hammer), riesce ancora a strapparti una lacrimuccia. Il 1993 segna anche un periodo felice per il panorama alternative made in Seattle, quell’anno esce un disco straordinario come Shame dei Brad e l’anno dopo il bellissimo EDC dei Satchel.

Tindersticks – Tindersticks

Un disco di esordio così si vede una volta ogni decennio. I Tindersticks irrompono sulla scena nel migliore dei modi: in pieno periodo grunge, con i chitarroni e le camicie in flanella, il loro indie pop fatto di melodie e parti orchestrali è in quel momento storico assolutamente fuori moda. Ma forse il segreto è proprio quello, un disco che riesce ad essere pop ma raffinato, orecchiabile ma complicato. Un disco che regge ancora oggi alla prova del tempo.

Dinosaur Jr. – Where You Been

Ho sempre avuto un debole per J Mascis e il suo modo di far urlare la chitarra, e per me Where You Been ai tempi era un disco bellissimo. A prescindere. Non mi sono mai fatto troppi problemi con lui, un artista che compravo a scatola chiusa. Aveva il suo stile ed è rimasto immutato nel corso degli anni. I Dinosaur Jr sono sempre stati questi, prendere o lasciare.

Primus – Pork Soda

Les Claypool era il Frank Zappa degli anni ‘90, una genialità fuori dal comune per quegli anni, con quel crossover strambo ai confini tra … tra … tutto! Forse non il disco migliore dei Primus, ma di sicuro il più complesso, riascoltato oggi Pork Soda è ancora un album senza tempo, e riesce ad essere moderno e attuale dopo 25 anni.

Living Colour – Stain

La prima metà degli anni ‘90 non è solo grunge, ma è anche il periodo d’oro del crossover. I Living Colour, con quella miscela esplosiva di funk, fusion, soul, blues, math-core, sono il lato black, rappresentato per la parte white dai Faith No More. Stain è il terzo album della band, e anche in questo caso non sapevamo che sarebbe stato l’ultimo (prima della reunion di qualche anno fa). Con l’ingresso nella band di Doug Wimbish le linee di basso si fanno ancora più profonde, Vernon Reid ormai è nel pieno della maturità artistica e viene fuori un disco ancora più duro dei precedenti.

22 ottobre 2018
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