25 e non sentirli: il 1993 come anno di transizione per Diego Ballani

Siamo giunti alla quarta puntata della “rivisitazione” a posteriori degli album usciti nel 1993. Dopo quelle di Tommaso Iannini, Stefano Solventi, Stefano Pifferi, Marco Boscolo, Valentina Zona e Antonello Franzil, tocca alla top 10 di Diego Ballani.

Ripensandolo ora il 1993 mi appare come un fantastico anno di passaggio. Ovvio, è facile dirlo con il senno di poi. All’epoca, in quanto ventenne appassionato di musica e vorace lettore di riviste musicali, mi stavo semplicemente godendo una specie di età dell’oro dell’alternative culture, alimentata dallo spazio sempre maggiore che radio e tv dedicavano alle nuove sonorità anglo americane. Una cosa era certa: i mesi precedenti avevano chiarito anche ai meno attenti che gli anni 80 erano finiti. Nel bienni ’91-’92 si erano rotte le cataratte dell’underground americano e tutto ciò che era stato appannaggio delle college radio aveva iniziato a riversarsi nelle classifiche. Questo aveva drenato forze creative dalle etichette indipendenti, che dal canto loro stavano definendo (anche grazie a gruppi come Pavement, Sebadoh, Guided By Voices) una nuova fisionomia dell’indie rock.

A livello estetico fu un vero e proprio turning point, che fece giustizia di interi generi e favorì approcci più diretti e intransigenti. Un primo risultato fu che gli artisti, anche i più compromessi con il mainstream avevano iniziato ad imbracciare le chitarre elettriche. “Alternative” era dunque la parola chiave (e come tale utilizzata spesso a sproposito), seguita a ruota da “crossover“, inteso come meticciato dei generi, estrema reazione alle gabbie stilistiche del decennio precedente. Se il principio degli anni 90 aveva lasciato intravvedere nuove possibilità per band eccentriche come i Flaming Lips, rastrellate dalle major ansiose di scovare i nuovi Nirvana, il ’93 fu un anno di sentenze, che marcò la differenza fra gli artisti che avrebbero rappresentato il nuovo mainstream (vedi Smashing Pumpkins e Pearl Jam) ed altri che avrebbero avuto appena il tempo di affacciarsi nel grande giro (un consiglio? Recuperate Dragline dei Paw, uscito per A&M ed oggi praticamente dimenticato).

Dall’altra parte della manica la sensazione di essere nel mezzo di un guado era ancora più accentuata. I grandi fenomeni che avevano traghettato la gioventù britannica verso il nuovo decennio (ovvero house, baggy e, in misura minore, shoegaze) erano ormai giunti ad una fase di impasse, piegati da una battaglia spietata per conquistare l’attenzione dei media, combattuta quotidianamente contro il rock d’oltreoceano. Nel tentativo di contrastare le sirene del grunge, si azzardavano commistioni sempre più curiose fra rock ed elettronica e si inventavano improbabili revival come la New Wave Of The New Wave. In questo senso il ’93 fu l’anno in cui il risorgimento british ebbe inizio. La dimostrazione lampante di come ad Albione sarebbe bastato rivolgere lo sguardo al passato per ridare lustro alla sua pop music.

Quelli che seguono sono pertanto i miei album preferiti di quell’anno confuso ed eccitante. Una selezione equamente divisa fra innamoramenti in tempo reale, ritorni di fiamma e riscoperte tardive.

Suede – Suede

L’anno prima, nel marzo del ’92, il magazine Select aveva già dato fuoco alle polveri con uno special britcentrico dal titolo “Yanks Go Home“. In copertina un androgino Brett Anderson incarnava il desiderio dei giovani sudditi di Elisabetta II di superare la dittatura dell’understatement. I Suede erano il frutto dei mai sopiti fremiti smithsiani, del complesso rapporto del pop albionico con il teatro e il vaudeville, della reazione scomposta alla prepotenza con cui il grunge aveva attirato su si sè tutti i riflettori. I Suede degli esordi erano questo e molto di più: con un Anderson che, furbescamente, si definiva un bisessuale ancora privo di esperienze con persone dello stesso sesso, e intanto sculettava androgino sul chitarrismo acido di Bernard Butler. Dal ’92 al ’93 il gruppo inanellò una sequenza di singoli mozzafiato che portarono ad un primo album febbrilmente atteso. Persino dalla nostre parti era palpabile la sensazione che qualcosa di grosso stava per accadere. Personalmente vi giunsi quando la bomba era ormai esplosa. Il video di Animal Nitrate imperversava su Video Music e le riviste di marzo lo avevano incoronato disco del mese. Nulla però mi aveva preparato a quei primi accordi così languidi e voluttuosi con cui si Butler apriva So Young. Dal canto mio fu amore immediato. E a giudicare da come la band è stata accolta nelle date italiane dell’ultimo tour, la magia è arrivata ancora intatta ai giorni nostri.

Nirvana – In Utero

Nel ’93 se eri un ventenne che fino a qualche anno prima non si riconosceva in nessuna delle sottoculture esistenti, è probabile che stessi aspettando il nuovo album dei Nirvana come il Verbo. Di In Utero ricordo l’attesa spasmodica, l’avidità con cui leggevamo le recensioni caute delle riviste e un pungente senso di delusione che ebbi al primo ascolto. Perché, ok, lo sapevamo che non si sarebbe trattato di un nuovo Nevermind, sapevamo anche quanto fosse stata sofferta la gestazione. Però non ci aspettavamo che fosse tutto così cupo, anche in quei momenti di finta tranquillità. Con sconclusionate puntate al nichilismo di Bleach (ma senza il suono livido degli esordi) e gingilli di maniera come Heart Shaped Box e Rape Me, che ricalcavano con troppa precisione il canovaccio dei precedenti singoli. A colpirmi l’immaginazione erano i primi secondi di Serve The Servants, con quel verso (“Teenage angst has paid off well / now I’m bored and old“) che di lì a qualche mese avrebbe assunto il senso di un cupo presagio. C’erano poi i brani più intimi e dolorosi, che non a caso sarebbero migliorati nella versione unplugged. D’altra parte nelle ultime interviste Kurt aveva espresso ammirazione per il percorso artistico dei REM. E allora chissà. Magari se le cose fossero andate diversamente, i Nirvana avrebbero abbracciato una lacerante classicità e Cobain avrebbe costruito, insieme a Stipe e Lanegan, un ponte fra passato e presente della canzone americana tout court. A quel punto In Utero, sarebbe apparso per quello che era veramente: il più classico degli album di transizione.

Blur – Modern Life Is Rubbish

Per molti Popscene, il singolo che i Blur pubblicarono nel ’93, fu il vero calcio d’inizio del Britpop. All’epoca la band aveva già all’attivo un album (Leisure) che cercava la quadra fra shoegaze e baggy sound. Una prematura stagnazione artistica, però, favoriva il cambio di passo. Albarn e compagni rispolverano il look pulito dei mod e il ritmo delle serate sotto anfetamina. Il rilancio passa per i fiati di Popscene e per uno sfortunato tour di 44 date negli USA che aveva il sapore del rancoroso addio fra i Blur e l’idea di sfondare oltreoceano. Per reazione Albarn sfornava un nuovo singolo (For Tomorrow) che suonava come un pastiche di vaudeville e flemma kinksiana. Le foto promozionali (British Image #1 e #2) e il titolo del nuovo album (Modern Life Is Rubbish) alimentarono per un po’ l’idea che la band si fosse arroccata su un conservatorismo dalle tinte xenofobe. In realtà il lavoro suonava come il manifesto del nuovo guitar pop, diviso fra caricature sociali alla Ray Davies, vagheggiamenti 2 Tone e melodie di matrice XTC. Il capolavoro dell’era britpop resterà Parklife ma, fra pittoresche scenette cockney e miniature art pop da lucciconi agli occhi, la Londra immaginata dai Blur non sarà mai altrettanto fresca ed eccentrica.

Auteurs – New Wave

Nello stesso servizio con cui il Melody Maker apriva l’inquieta stagione del britpop venivano citati anche Pulp, i Denim dell’ex Felt Lawrence Hayward e gli Auteurs dello sfortunato Luke Haines tutti portatori sani di una vocazione glamour da esibire contro il puritanesimo grunge. Ripensandolo oggi, il rapporto di Luke Haines con il Britpop si è sviluppato in un modo lacerante: da un parte c’è la sensazione inebriante di averlo inventato e quella meno edificante di esserne rimasto ai margini. Di sicuro, insieme all’esordio dei Suede, il debutto degli Auteurs segnò la strada alla frangia glam del movimento. A differenza di Brett Anderson, Haines era artista meno sensuale, ma più concettuale; fomentato da un narcisismo e una misantropia che racchiudeva in cinici bozzetti (Junk Shop Clothes) o in ritratti carichi di pietas (Sturstruck) cantati su voluttuosi temi vittoriani. Il suo era un pantheon di scrittori falliti, piccoli truffatori e indomabili libertini raccontato con una scrittura elegante e deliziosamente folk, che gli sarebbe valsa la candidatura ai Mercury Prize. Riascoltato oggi, New Wave resta un album felicemente fuori dal tempo. Di lì a breve sarebbero arrivate le gioie del singolo Lenny Valentino e i dolori di un destino crudele che avrebbero determinato la sovrapposizione fra l’artista e i suoi romantici perdenti.

James – Laid

Oggi può suonare strano, ma nel ’93 i James erano una delle stelle più luminose del Regno Unito. C’era voluto quasi un decennio e una serie di peripezie non strettamente musicali, ma alla fine era bastato ricalibrare la loro carica anthemica sui suoni brillanti dei primi anni 90 per acciuffare il singolo vincente (Sit Down) e una fortunata doppietta di album come Gold Mother e Seven, con cui la band era riuscitai ad imbarcarsi tardivamente sulla scialuppa baggy. Quell’anno, dopo un tour acustico a supporto di Neil Young, il collettivo si incamminava in un viaggio introspettivo guidato da Brian Eno: quello che, per molti versi, finì per essere più un guru che un produttore. Nelle sei settimane di monastico ritiro nei Real World Studios, l’ex Roxy Music non risparmiò loro nessuna delle sue celebri strategie oblique (“scriveva ordini che mostrava ad uno solo di noi”, ricorda Booth, “tutto questo aggiungeva entropia alle nostre jam”). D’altra parte i James si dimostreranno veicolo ideale per perfezionare le teorie sviluppate con artisti più blasonati. Con quella capacità dei grandi produttori di coagulare la stratificazione sonora in brani di disadorna perfezione, Eno donava alla musica della band una spazialità funzionale alle melodie terse di Out to Get to You e Sometimes. Dominate dalla vocalità limpida di Booth le canzoni si srotolavano come flussi di coscienza, tanto che perfino anthem fortunati come la titletrack e Low Low Low si consumavano in una composta intimità fra la band e l’ascoltatore. Grazie a quel miracoloso equilibrio, Laid non sarà soltanto uno straordinario successo commerciale, ma finirà per rappresentare il massimo contributo dei mancuniani alla causa del pop inglese.

Dinosaur Jr. – Where You Been

Come molti album arrivati dopo il fall out alternative del ’92, Where You Been disciplinava gli eccessi sonici di J Mascis in un guitar pop pastorizzato ma di grande fascino. Il precedente Green Mind aveva trasformato il Dinosaur sound in un riconoscibile trademark. A questo punto Mascis aveva preso seriamente il proprio ruolo di Neil Young della Generazione X e aveva iniziato a scrivere ballate sempre più laguide, scosse però da un chitarrismo tempestoso che nell’opener finiva per allineare l’umore della provincia americana dei primi anni 90 a quello della West Coast dei 70s. In questo senso Where You Been non sarà forse il miglior album dei Dinosaur Jr. (titolo che con ogni probabilità spetta a You’re Living All Over Me) ma rimane il loro contributo più concreto alla causa dell’alternative rock. Il disco da fare ascoltare chi si intende spiegare il concetto di slackness: quell’indolenza elevata a categoria spirituale, stimmate dell’anima che renderà a Mascis proibitivo il successo su larga scala e al tempo stesso lo farà paladino degli outsider di tutte le latitudini.

Guided By Voices – Vampire On Titus

Per alcuni sono stati la lo-fi band per antonomasia, anche se rispetto a gruppo coevi, certo più imparentati con punk e hardcore, i Guided By Voices puntavano ai 60s di Byrds e Who. Di certo hanno rappresentato l’archetipo di un modo artigianale di intendere il pop. Non fosse per la bulimia con cui, dai primi anni 80, Robert Pollard e Tobin Sprout hanno iniziato a comporre power pop song dal taglio classico. Il progressivo disprezzo per la forma giungeva al culmine con il dittico Propeller / Vimpire On Titus (che la Matador pubblicò in un unico CD), dove jingle jangle adamantini e catastrofici power chords venivano buttati al vento in mozziconi sonori da un minuto scarso. Sotto i grumi di rumore e fruscii si nascondevano gemme sonore che duravano il tempo di una strofa e un ritornello. All’epoca si diceva che una band normale avrebbe tirato fuori almeno tre album dai pezzi di Vampire on Titus. In realtà, il senno di poi ci insegna quanto forma e sostanza coincidessero, visto che, quando i GbV inizieranno ad allungare la durata dei brani e a migliorare la qualità delle registrazioni, parte del loro fascino, semplicemente, svanirà.

Slowdive – Souvlaki

Diciamoci la verità: la stampa italiana, come del resto quella britannica, riservò al secodo album degli Slowdive appena qualche trafiletto. Nel ’93 lo shoegaze era ormai un genere agonizzante e gli Slowdive erano stati i primi su cui si erano rivolti gli strali della stampa pro grunge, per via di quell’immagine autoindulgente da giovani borghesi immersi nella loro bolla psychopop. Per la band di Reading il ’93 fu un anno pieno di amarezze, a dispetto dei buoni auspici con cui si erano svolte le sessioni di registrazione. Per dire, alla jam space ambient Souvlaki Space Station aveva preso parte persino Brian Eno, che pur rifiutando di produrre l’album volle esprimere la propria stima nei confronti della band. Eppure di quel gruppo così fragile e bellissimo che recuperava l’allure gotico dei Cure di Faith e Pornography, il droning sound degli Spacemen 3 e il noise d’oltreoceano per trasferirlo in una dimensione metafisica, sembrava che nessuno sapesse più che farsene. Bisognerà attendere il decennio successivo perché gli Slowdive ottengano l’agognata rivincita. Una rincorsa iniziata all’inizio del nuovo millennio, con il proliferare di band ed etichette cresciute grazie ai semi che Souvlaki aveva gettato.

Sebadoh – Bubble & Scrape

Perennemente divisi fra i turbamenti elettroacustici di Lou Barlow e le dissonanti tirate noise folk di Eric Gaffney, i Sebadoh hanno sempre avuto un problema di disomogeneità. Per trovarsi di fronte alla raccolta più compiuta del gruppo bisognerà attendere il successivo Bakesale. Tuttavia Bubble & Scrape resta la migliore introduzione all’arte caotica dal gruppo. Non fosse perché Barlow vi perfezionava il songwriting dell’outsider con il romanticismo ombelicale di pezzi come Soul And Fire e Happily Divided. Di fronte a tanto splendore e fragilità, i teatrini dissonanti di Telecosmic Alchemy e Fantastic Disaster fungevano da camera di decompressione emotiva. Insieme rappresentavano le due facce di quell’indie anni 90, quello di cui solo poco tempo prima, con il brano Gimmie Indie Rock, i Sebadoh avevano osato scrivere il manifesto.

New Bomb Turks – !!Destroy-oh-boy!!

Mentre intorno a loro era tutto un fiorire di band alternative che suonavano come Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, i Turchi viaggiavano a ritroso, con uno stile che incarnava lo spirito dissacrante delle prime produzioni garage, del frat rock e del punk dei 70s in versione ultra lo-fi. Una miscela che aveva mandato in sollucchero Tim Warren della Crypt, ma che non era ancora nulla rispetto a quello che sarebbe venuto a breve. Ancora oggi !!Destroy-Oh-Boy!! sembra un’arma contundente che sfracella tutto ciò che trova sul suo cammino. Merito della perizia di Mike Mariconda, già produttore di Devil Dogs e Raunch Hands, nonché amico di Billy Childish. Era stato lui a prendere quattro ragazzi di buona famiglia e a frustarli fino a instillare in loro la purezza dei Saints e l’arroganza dei Dead Boys. La foga che mettevano era tale che ogni canzone si concludeva al doppio della velocità con cui era iniziata. Con il benestare di Maximum Rocknroll, l’impatto sulla scena punk rock dei 90s fu devastante, tanto che quando Lars Frederiksen andò in studio per registrare con i Rancid chiese che il loro primo album suonasse come !!Destroy-Oh-Boy!!. Era l’inzio di una delle ultime grandi storie del punk rock.

21 novembre 2018
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