All Roads Lead To Heaven

Ragazzi vi faccio partecipi di questa cosa, sto registrando questa intervista su un vecchio nastro dei Butthole Surfers…Sorrisi, The Geologist prende la palla al balzo e dice: sai che è un piacere tornare ai vecchi mixtape concepiti per l’autoradio? Ultimamente ho rimesso mano su dei vecchi nastri dei Pavement…Conrad Deaken ha fatto le valigie, non sarà più il chitarrista degli Animal Collective, il gruppo di adozione newyorkese non rimedia alla dipartita, sarà Avey Tare a coprire parzialmente il ruolo vacante. Il caos è lontano, così come le danze della pioggia in ‘crosta’ moderna di Here Comes The Indian. E’ una tecnologia di basso profilo quella che informa Merryweather Post Pavillon, ultimo cimento su Domino e forse uno dei primi grandi dischi di questo 2009. Qualora sia lecito parlare di grandi dischi in questo decennio ed in questo secolo, sapete come vanno le cose…Cambia l’estetica ma non la forma, è il pop la finalità, canzoni con un bridge ed un ritornello, làddove fosse possibile ossessivo, vedi alla voce My Girls.

Un disco che risente anche della benevola influenza di quel piccolo miracolo chiamato Person Pitch, edito da Paw Tracks e concepito nella sua disordinata cameretta in quel di Williamsburg da Panda Bear. E’ già in quel disco che si schiude la valvola creativa del complesso, un sommo anticipo, pur se ideato da un terzo dei cospiratori in azione. Più che parlare di addizione è bene soffermarsi sugli estremi, attratti da una filosofia che prevede agli antipodi reliquie sixties ed ombre da chimico dancefloor gli Animal Collective non sono altro che nuovi depositari di un malandrino gioco andato in scena a più riprese negli ultimi venti anni. Madchester, con gli eroi locali a rimpinzarsi di ecstasy sulle note del tridimensionale movimento acid house. Od anche i beffardi autori breakcore – da Venetian Snares in giù – che in un’altra vita si lasciavano andare nel circle pit al concerto crust punk di turno. Uno scambio che prevede un’appartenza, un’identità storicizzata.

Se in Europa le camere di dialogo tra rock estremo e visionario – Inghilterra in primis ovviamente, mettete in relazione Crass, Ozric Tentacles e la cultura dei rave party – sono state da sempre trafficate a spron battuto, il fenomeno negli States è forse meno radicato e radicalizzato. Tentativi ve ne sono stati, ma sempre piuttosto timidi, laddove era semplice accostare indie, post-rock e l’esacerbante termine IDM. E’ stata probabilmente la DFA di James Murphy a rendere meno ovvia l’associazione, portando alcuni protagonisti della tarda scena post punk a cimentarsi con la musica da ballo, seppure attraverso dinamiche diverse. Perchè se in Juan MacLean (ex chitarra dei Six Fingers Satellite, uno dei gruppi più alieni ad esser passato da casa Sub Pop) il ritmo è scandito, manifestando anche un certo gusto per italo disco ed house, è con i Black Dice che si compie il vero miracolo. Un altro trio di Brooklyn, anch’esso adottivo. E da tempo immemore legato alle stesse sorti degli Animal Collective.

Lo stesso van, la stima reciproca, pur nella convinzione di muoversi ai lati opposti di un comune spettro. E come accaduto per i Black Dice di Repo, che definiscono in maniera ineluttabile il loro stato dell’arte – convogliando se possibile tutte le musiche ritmiche contemporanee – anche gli Animal Collective verranno ricordati per il loro strepitoso slancio tecnologico, laddove i sospiri acustici sono sostituiti da un robotico e

Consenziente ritmo cardiaco

Torniamo alla cronaca. Concerto che fa registrare il tutto esaurito quello dell’Auditorium in Roma, il gruppo ha il vento in poppa. Per loro è l’esordio europeo in un luogo che abbia le fattezze di un vero e proprio teatro. Sarà anche la prima volta per molti presenti, che del vizioso circolo lisergico del gruppo avevano sentito parlare, distrattamente. Sono cambiate molte cose. Gli Animal Collective da beniamini di una scena underground divengono punto focale di un macrocosmo indipendente in disfacimento. Suonano di fronte ad una media di 1000 persone negli States e sono tra i primi ad ammettere che il viaggio in Europa non sia poi così conveniente, d’accordo per il cambio, ma il loro cachet negli States è sensibilmente più alto…

Voglio focalizzare la mi attenzione sul vostro suono, che oggi è più indirizzato verso una certa elettronica. Volevo comprendere quale fosse il processo che vi ha portato a realizzare l’ultimo album, partendo dalle digressioni chitarristiche psichedeliche e dal sound percussivo che in qualche maniera avevano contraddistinto il vostro suono alle origini.

Il dettaglio più importante credo sia nell’attenzione riservata ai bassi, ad una forma che appunto utilizzasse una forte componente ritmica. Ovviamente l’abbandono del nostro chitarrista ci ha spinto a scrivere e a pensare in maniera diversa, ed onestamente abbiamo tutti accolto con grande entusiasmo questo tipo di cambiamento. L’interesse suscitato in noi dalla musica techno, dall’ elettronica in salsa lo-fi e da una certa idea di ‘campionamento hanno accelerato questo processo.

In tutto questo diviene più difficile riprodurre la vostra musica dal vivo

Questo dipende dalla percezione che il pubblico ha dei nostri concerti dal vivo, dal loro stesso desiderio di vedere riprodotta esattamente quel tipo di composizione. Abbiamo un’idea piuttosto chiara di come debbano suonare i nostri pezzi. Ovviamente l’esperienza live va ad alterare certi processi generati in studio, nel nostro caso si tratta di aggiungere, piuttosto che di sottrarre. In tutto questo evitiamo anche di abusare di troppi suoni pre-registrati.

Com’è cambiata la percezione del pubblico nei vostri confronti?

Sicuramente possiamo dirti che il nostro pubblico è cresciuto progressivamente, si è ampliato il cerchio dei nostri ascoltatori. E ci sono molte persone presenti sin dalla prima ora che hanno apprezzato tutti i nostri piccoli cambiamenti stilistici. C’è anche una percentuale minore di sostenitori che ci ha abbandonati lungo la strada, magari non abbracciando completamente la nostra attrazione verso sonorità elettroniche. Ma il nostro desiderio non è mai stato quello di realizzare dischi rivolti ad una piccola nicchia. Un altro dato importante rappresenta l’età dei nostri sostenitori, ora sono mediamente più giovani, ed anche questo è un processo maturato nel corso degli anni. Come del resto possiamo affermare l’equilibrio tra i sessi, dato che ai nostri concerti il numero delle ragazze presenti sta quasi per pareggiare quello dei ragazzi.

Ci sono stati cambi attitudinali? Spesso, nel periodo medio della vostra carriera, siete stati associati al movimento neo-folk…

Abbiamo iniziato a ricevere maggiori attenzioni dopo Sung Tones, che era un album che effettivamente spostava gli equilibri verso quel tipo di sonorità, quindi fu anche più semplice associarci a quel movimento. Era cambiato anche il tenore delle formazioni con cui solitamente giravamo, per dire, agli esordi abbiamo spesso diviso il palco con gruppi più ‘noise’, come i Black Dice ad esempio. Ma non ci piace pensare alla musica in termini esclusivi. E’ chiaro, esistono una miriade di micro scene, e ci sono persone non necessariamente disposte ad accettare il cambiamento, soprattutto quando inizi ad ottenere determinati riscontri. Ma in questo caso entriamo davvero nella sfera personale. Il nostro obiettivo, sin dagli inizi, è stato quello di raggiungere il maggior numero di persone, senza ovviamente cedere ad alcun tipo di compromesso. Non abbiamo mai chiuso ad altri suoni o ad altre idee per finalizzare il nostro programma. Non ci siamo mai chiusi rispetto alla possibilità di crescere pur muovendo la nostra ispirazione.

L’altra influenza determinante sul disco è l’approccio vocale, che oltre a rimandare ai Beach Boys suggerisce paralleli con i gruppi vocali femminili dei sixties e le produzioni di Phil Spector…

Per questo disco abbiamo parlato molto degli arrangiamenti vocali, quindi si è trattato di un pensiero conscio. Non abbiamo del resto mai fatto mistero di amare i Beach Boys od i Beatles. Non volevamo spingerci oltre come su alcuni album del passato, utilizzando le stesse armonie all’unisono con più persone atte a ripetere la stessa frase. Abbiamo invece riflettuto a lungo sul contrappunto, sull’utilizzo di voci in sottofondo che potessero andare in un’altra direzione, al fine di ottenere un effetto meno immediato e scontato. Non volevamo ripeterci in questo senso. Il risultato da ottenere su disco nasceva proprio dalla contrapposizione di quello stile vocale molto anni sessanta, affiancato ad una produzione in cui ci fosse una presenza importante della componente elettronica, anche se in ottica meno hi-tech, dato che abbiamo lavorato su campionatori molto basici (ed economici) e molti dei suoni che ascolti su disco sono stati proprio ricreati in studio, da fonti quindi autentiche. C’è poi l’influenza del dub, il modo incredibile da parte dei produttori giamaicani di gestire le proprie risorse. Siamo dei grandi ammiratori di gente come King Tubby, invidiamo la sua capacità di ricreare dei suoni anche con mezzi di autentica fortuna.

Non pensate che la musica odierna abbia un impatto più timido sugli ascoltatori? E’ anche cambiato il modo di fruire e le cose accadono spesso in maniera più precipitosa…

Certo, non spetta propriamente a noi determinare la bontà di un disco, in termini di storia. E’ un po’ prematuro eleggere i classici contemporanei e questo è un tipo di atteggiamento che ha conosciuto le sue conseguenze estreme con l’avvento di internet, dove le informazioni viaggiano in maniera estremamente veloce. Bisogna attendere per poter storicizzare anche un singolo movimento, non puoi decidere nell’immediato che tipo di impatto potrà avere quel disco sull’evoluzione della musica. I ragazzi di oggi non hanno le nostre stesse reazioni, se un disco come Nevermind ha in qualche maniera contribuito a plasmare la nostra generazione, magari potrebbe rappresentare un ascolto qualsiasi ai giorni nostri.

Sta cambiando anche il modo di approcciarsi alla musica, penso anche alla miriade di blog che quotidianamente ci propongono dischi rari o misconosciuti in libero downloading…

Definitivamente, sono le stesse cose che ci toccano da vicini. Magari proprio attraverso quei blog arriviamo a mettere ‘le mani’ su di un disco che alla fine finirà con l’influenzare la nostra musica. Personalmente preferiamo acquistare un vinile nei negozi appositi, del resto è un atteggiamento che ci ha sempre distinti, sin da quando ai tempi della high school ci ritrovavamo alla mostra del disco e ci confrontavamo coi nostri rivenditori di fiducia. Però è ovvio realizzare quali sono i meccanismi che oggi portano a questo tipo di ricerca, c’è una miriada di musica là fuori, ottenibile gratuitamente con un click. Non credo che oggi la musica sia divenuta più ‘popolare’, credo invece che siamo in una fase di produzione massificata. Tutti possono arrivare ad incidere con estrema semplicità oggi. Se riflettiamo anche sulle modalità in cui la gente interagisce, notiamo anche uno svilimento dell’aspetto sociale. Non penso che internet sia un mezzo necessariamente democratico. Tutta la marea di informazioni condivise, i forum, i message board, spesso rendono i contenuti più impersonali. E’ semplice dettare legge in queste condizioni, quando nessuno ci mette la faccia. Sono condizioni che sono cambiate drasticamente. Le opinioni volano, non vengono firmate e sottoscritte, e spesso è facile dubitare della natura di questi stessi interventi. Personalmente non ce ne curiamo troppo.