Amor Vincit Omnia: intervista a Drone126, beatmaker ufficiale della Lovegang

Anticipato lo scorso anno dal cortometraggio Amor Vincit Omnia, composto dalle tracce Lambrusco, Pretty De Niro e La Danza dei Soldi, a febbraio 2019 è finalmente arrivato l’atteso disco d’esordio di Drone126, beatmaker ufficiale del collettivo romano CXXVI (126, come i gradini della Scalea del Tamburino, dove i componenti della crew hanno iniziato ad incontrarsi). In Cuore Sangue Sentimento troviamo dunque tutti i più noti sodali: da Franco126 (indubbiamente il più famoso a livello mediatico) al vero leader, il bohémien Ketama126, dal romantico e camp Pretty Solero al più nichilista e autodistruttivo Ugo Borghetti, immersi nel consueto contesto di pomeriggi grigi e sostanze, delusioni sentimentali e precarietà esistenziale.

Grazie alla regia uniforme di Drone126, capace di inglobare tutte le sonorità che da sempre caratterizzano la proposta di questi giovani capitolini (trap, hip-hop più classico, songwriting e indie-pop) in un flusso più elettronico del solito, ma sempre torbido e dopato, l’opera si candida come l’assoluto vertice artistico per la crew, l’apoteosi di una poetica unica e disturbante: un frullato psicotropo di tradizione trasteverina, da Califano (omaggiato abbastanza chiaramente all’inizio del corto sopra citato) al TruceKlan, e influenze internazionali che pescano dai suoni urban più suggestivi, visionari e storti. Abbiamo scambiato qualche parola al riguardo con l’autore, all’anagrafe Adrian de Carolis.

Per quanto il suono da te proposto (scuro, pastoso, alterato e quasi rallentato) sia decisamente avanti per l’hip-hop italiano (e non solo), non si avvicina comunque alla sperimentazione elettronica più noise che evoca invece il tuo nome d’arte, posso chiederti da dove viene?

In realtà deriva dal mio nome anagrafico, Adrian, che per qualche motivo ai tempi del liceo era stato ridotto a Drian; da lì il passo a drone è stato breve. Sono anche da sempre un appassionato di fantascienza e intelligenza artificiale, quindi mi piaceva che ci fosse un rimando a quell’immaginario.

L’altra parte del tuo alias artistico rimanda invece all’appartenenza alla crew 126, cosa vuol dire per te far parte di un collettivo e soprattutto com’è nato e come si è sviluppato il vostro?

Ho conosciuto gli altri membri della 126 quando ero al liceo, per cui il nostro legame precede l’attività musicale ed è prima di tutto un rapporto di amicizia. Fare musica è stata più che altro una conseguenza naturale dello stare insieme e della noia adolescenziale. Oggi, più che un collettivo, Lovegang rappresenta per me un microcosmo nel quale avviene praticamente tutta la mia vita. Un insieme di legami, rapporti, intuizioni e punti di vista spesso anche in contrasto e in tensione tra loro, che si riflettono nella natura “schizofrenica” della musica che facciamo, e che spesso sconfina in generi e sonorità all’apparenza molto lontani tra di loro.

Il ruolo del producer e beatmaker in un collettivo hip-hop è assolutamente centrale (basti pensare all’importanza di RZA nella definizione non solo del suono del Wu-Tang Clan), anche se paradossalmente il suo nome è quello che meno colpisce gli ascoltatori più superficiali. Mi piacerebbe sapere come vivi questo tuo essere comunque dietro le quinte…

Se ho finito per fare il produttore è sicuramente anche perché l’idea di stare dietro le quinte mi ha sempre attirato di più, quindi il fatto che in alcuni casi l’ascoltatore “medio” possa non sapere chi sono non mi spaventa particolarmente. Il lavoro del produttore a me ha sempre ricordato quello del regista di un film: anche se l’attenzione del pubblico è sull’attore in scena, chi tira veramente le fila si mantiene in secondo piano. In Cuore Sangue Sentimento ho cercato di avere lo stesso approccio: anche se i protagonisti di questa storia sono indubbiamente i frontman del gruppo, sono pur sempre io ad averla scritta, cercando di far combaciare tutti i pezzi del puzzle. Mi fa molto piacere che tu abbia citato RZA, è sicuramente una delle mie ispirazioni maggiori per quanto riguarda l’approccio “cinematografico” alla produzione e al ruolo che ricopre nel collettivo.

Le tue produzioni suonano probabilmente più elettroniche di molte altre in campo hip hop, nonostante negli ultimi anni (se si escludono progetti volutamente old school come in Italia il bravo Gionni Gioielli) le distinzioni tra generi sono sempre più labili (Clams Casino è forse l’esempio più rappresentativo, con i suoi mixtape strumentali, precedentemente sfruttate da grandi mc, che sono ormai dei classici dell’elettronica contemporanea): qual è il tuo rapporto con la musica elettronica? È un mondo che segui?

Io mi sono avvicinato prima alla musica elettronica che all’hip hop, in particolare sono sempre stato un appassionato di drum’n’bass. Però sono anche uno di quelli che ama campionare, quindi quella di ascoltare e pescare da generi anche molto lontani è sempre stata una parte importante del mio processo creativo. Per quanto riguarda le mie principali influenze, potrei sciorinare un elenco infinito di producer storici, ma la verità è che l’ispirazione maggiore l’ho sempre presa da gente con cui ho lavorato di persona: Il Tre, Nino Brown, Ketama, Carl Brave, G Ferrari ecc.

Sai già che lingua ciancico: romano classico”. 2008 è uno dei momenti più alti dell’intero disco e, oltre ad essere probabilmente anche il brano più old school che tu abbia mai realizzato, vanta una collaborazione molto significativa, quella con Chicoria, storico mc romano appartenente al TruceKlan. Com’è nata questa collaborazione e qual è il tuo rapporto (ma anche quello della crew più in generale) con la storia dell’hip hop romano, con chi è venuto prima di voi?

Mi fa molto piacere che quella traccia in particolare sia stata recepita così bene, io vengo dal boom bap e ho sempre cercato di dire la mia in quell’ambito (dai tempi di Bocca della verità di Ketama o Rapdoom di Gemitaiz). Magari potremmo addirittura assistere a una rinascita del genere, e a questo proposito hai fatto bene a citare Gionni Gioielli nella domanda precedente. Per quanto riguarda il mio rapporto con la tradizione rap romana ti posso dire che In The Panchine è tra le ispirazioni maggiori per Cuore Sangue Sentimento: è un disco rivoluzionario e innovatore da molti punti di vista, ma soprattutto è tra quelli che ci ha fatti avvicinare al rap italiano. In questo senso la presenza di Chicoria nel pezzo assume una valenza anche simbolica, rappresenta un po’ un passaggio di testimone.

Tra Noyz Narcos e Gemitaiz, due veterani della scena che si stanno adattando molto bene ai cambiamenti senza comunque snaturare la propria proposta, e realtà più giovani (tutti voi del giro 126/Lovegang e Achille Lauro), Roma è sempre centrale nella mappa della doppia acca italiana, allo stesso tempo voi, Achille ed in generale la più recente scena trap condivide però un immaginario decadente che è ben diverso dal disagio cantato da Noyz, per esempio in Zoo de Roma (d’altronde era il 2010), anzi potremmo dire che ne è naturale conseguenza. Dalla rabbia, dall’incertezza e precarietà a questa attitudine da fine impero, con voi che cantate di droghe e giornate tutte uguali, trascorse quasi in un’immobilità forzata (ed i tuoi beat contribuiscono assai a questa atmosfera), con Achille Lauro che per registrare Pour l’Amour si rinchiude circondato da amici, collaboratori e sostanze in una villa, quasi in un’atmosfera da cornice boccaccesca, considerato tutto questo come mai che la roba più fresca e giovane che arriva da Roma porta con sé queste sensazioni? È legato alla città, alla sua politica?

Credo che il concetto di decadenza sia piuttosto calzante quando si parla di Roma. Io sono uno di quelli che detesta l’attitudine disfattista e lamentosa tipica di queste parti, ma allo stesso tempo devo ammettere che è un momento difficile per la città. La sensazione d’immobilità e di ristagno è molto forte nella mia generazione, e credo che questo si rifletta molto anche nella nostra musica. Per certi versi le proposte musicali che hai citato, oltre a tutte le altre che sono uscite da Roma negli ultimi anni, rappresentino uno dei segnali di maggiore resistenza al decadimento generale, e farne in qualche modo parte è entusiasmante.

Cosa pensi della vittoria di Sanremo da parte di Mahmood con un brano prodotto dal tuo collega Charlie Charles? Pensi che questa vostra generazione trap possa finalmente svecchiare i canoni del pop (inteso anche come immaginario nazional-popolare) e in generale del mainstream in Italia? Se sì, come mai la trap come linguaggio può finalmente riuscire dove non sono riusciti in precedenza l’hip hop classico e persino il rock?

Credo che la vittoria di Mahmood sia un ottimo segnale per il pop italiano, la canzone mi è piaciuta molto e Charlie Charles è sicuramente uno degli artisti che ha fatto di più per elevare il ruolo del produttore in Italia. Del resto il fatto che l’industria mainstream vada a pescare tra i talenti più giovani e innovativi non è una novità; è anche un meccanismo sano. Sicuramente l’emergere della trap come linguaggio musicale globale ha contribuito ad alimentare questi processi, ma credo che molto derivi anche dalle innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato un po’ tutta l’industria. In ogni caso è un bene che sia così. Allo stesso tempo però sono un po’ ostile all’idea che il massimo traguardo per chi fa questo genere sia quello di finire nel pop, come se fosse quella la consacrazione suprema per un percorso partito dall’underground. Ripeto, faccio i complimenti a chiunque sia riuscito a compiere questo passo conservando la propria credibilità, ma non è l’evoluzione che mi interessa di più. Credo invece che nel futuro prossimo ci sarà spazio anche per proposte e sonorità molto ruvide e poco accomodanti. Un’estetica dell’imperfezione alla quale, nel mio piccolo, spero di contribuire.

12 Maggio 2019
12 Maggio 2019
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