Westworld

Analysis – “Westworld” – 3×07

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Dopo l’ultimo eplosivo episodio, in cui le varie storyline dei personaggi affrontavano un punto di svolta importante e probabilmente irreversibile (Charlotte e Serac su tutti), adesso è la volta di Caleb, l’everymen tipico della cultura narrativa americana dagli anni Cinquanta in poi, il cui percorso sembra ricalcare quello del riconoscibile antieroe carpenteriano, immerso suo malgrado all’interno di eventi ben più grandi di quanto effettivamente riuscirebbe a gestire, di cui non si capiscono del tutto i contorni (se sia uno dei buoni o uno dei più spietati), che sembra agire per convenienza ma che in fondo è mosso da una morale condivisibile, nonostante le azioni da lui compiute in passato. Proprio il suo passato è al centro di Passed Pawn, dove quello che finora era stato un semplice pedone nella grande scacchiera di cui però ancora non riusciamo a vedere i contorni, è diventato il perno fondamentale dal quale iniziare a immaginare un futuro, se questo sia migliore per le macchine o per gli uomini o per nessuno è tutto da vedere e con molta probabilità lo scopriremo non tanto nel finale di stagione, ma in una quarta appena annunciata.

Come tutta la stagione, anche questo antipasto della resa dei conti è legata a stretto giro con l’universo wachowskiano, tra anomalie imprescindibili per ogni sistema informatico, figure che assurgono al ruolo di eletti e digressioni necessarie all’ampliamento di uno schema che sappiamo essere molto vasto nelle menti dei creatori Jonathan Nolan e Lisa Joy. Il problema, quindi, non sta tanto nella ripetitività di certi schemi concettuali, oggi inevitabile, quanto nella loro programmatica freddezza. Il fatto che Caleb si sia rivelato un soggetto fondamentale per i piani di Dolores lo avevamo capito dall’episodio #1, e come dicevamo una settimana fa Westworld ha elevato il concetto di controllo all’ennesima potenza, spargendolo non solo nell’oliatura di certi meccanismi narrativi, ma anche nelle rappresentazioni caratteriali dei personaggi, che appaiono quindi trattenuti, eccessivamente misurati, in cui anche il primo showdown tra Dolores e Maeve appare poco emozionante; primo, perché non risolutivo; secondo, perché le motivazioni che spingono Maeve a contrapporsi all’avversario appaiono poco convincenti proprio a causa di un’eccessiva e schematica freddezza complessiva.

Insomma, Westworld sembra abbia fatto così bene i suoi compiti a casa da essersi spinta un po’ troppo oltre con il calcolo e aver lasciato per strada le emozioni. Un errore di questo ragionamento così logico e studiato potrebbe essere rintracciabile nell’aver declassato praticamente a comparsa Bernard, la cui continua impasse psicologica, incentrata su quale lato della scacchiera occupare, si era rivelata veicolo funzionale e fondamentale per alcuni dei momenti emotivamente più validi dell’intera serie. Non è un caso se l’unico personaggio per cui si arriva a empatizzare quasi completamente sia quello di Charlotte, l’unico a sviluppare una propria “umanità” man mano che i ricordi della sua mente iniziano a prendere il sopravvento sul calcolo binario. Dolores è la fredda e spietata calcolatrice di sempre, Maeve ha un fine ultimo che ne giustifica qualsiasi mossa, Serac è il classico e ambizioso villain disposto a sacrificare ogni cosa per il suo obiettivo. E Caleb, infine, è un’anomalia tenuta sotto controllo. Almeno finora. Il finale ci rivelerà le sue scelte, ma a quel punto sarà già troppo tardi per sviluppare un qualsivoglia attaccamento.