Questo folk è un po’ free

Sembra ieri quando un pugno di artisti, per la maggior parte inglesi, pensava di dover cambiare il mondo sventolando motti tipo “il silenzio è il nuovo rumore”. Si parla di folk: Nick Drake, Tim Buckley… questi e altri i nomi tirati in ballo per “sponsorizzare” un movimento, il new acoustic movement, che, come la maggior parte dei fenomeni appoggiati dalla stampa inglese, durò una strizzata d’occhio lasciando ai posteri poco o nulla.

Tutto questo mentre dall’altra parte dell’oceano i giovani bianchi americani continuavano, anche loro in “silenzio”, ad ampliare la tradizione folkloristica. Se analizziamo, ad esempio, certe frange del post rock stelle e strisce si nota come il folk ne è parte integrante imprescindibile: da campioni del genere come Gastr Del Sol sino alle distese psichedeliche dei Low, e poi cantori solitari come Will Oldham, noisers pentiti come Michael Gira, per non dire di personaggi camaleontici come Beck, tutti legati da un filo sottilissimo che si chiama tradizione.

Quindi, se il N.A.M. non è stato altro che suonare come i Radiohead, quelli compresi tra The Bends e Ok Computer, senza spina, parlare di nuovo folk, oggi come ieri, significa soffermarsi su personaggi quali i Microphones di Phil Elvrum, Califone, Dave Fischoff et similia, con outsider d’eccezione tipo The Books, il duo formato dal violoncellista olandese Paul de Jong e dal chitarrista americano Nick Zammuto. È grazie al coraggio di contaminare che il folk riesce a rinnovarsi sfornando ibridi sempre più bislacchi, come uno strano combo della provincia americana dal bizzarro nome di Animal Collective.

Attivi dal 2000, gli Animal Collective – David Portner-Avey Tare, Panda Bear, Conrad Deacon-Deaken e Brian Waltz-The Geologist – sono titolari di quattro uscite maggiori, sempre con ragione sociale diversa, ma è solo grazie all’ultima fatica Here Comes The Indian (e all’interessamento della label Fat Cat, che ha appena ristampato i loro primi due lavori) se il collettivo è diventato il nuovo nome da seguire.

Animal Collective sta comunque soprattutto per Panda Bear e Avey Tare. Sono loro le menti dietro al progetto che mette radici nel primitivo folk delle origini e il free form freak out di Red Crayola, un gusto per la suite riecheggiante gli Amon Düül, un pizzico di insanità pop alla Brian Wilson e Syd Barrett, colate di suoni trovati, fields recordings e glicht di terz’ordine. In tutto questo calderone, i nostri amano presentarsi sul palco travestiti con maschere e abbigliamenti grotteschi nella migliore tradizione residentsiana, e se provate a chieder loro quali artisti amino, risponderanno Love, Satie e Fennesz. Fanno musica libera, dicono, cercando un contatto spirituale con natura e vita che parte dal folk per espandersi in lidi ancora sconosciuti.

Imparentati con mille genie diverse, gli Animal Collective sono pronti a raccogliere il testimone rimasto vacante dallo scioglimento dei Microphones e farne tesoro per loro come per noi.