ph Tom Sheehan

Another GREEN World

Chi ha avuto modo di vedere la pellicola che omaggia la scena post-punk di Manchester, 24 Hour Party People (di Michael Winterbottom, film del 2002 uscito l’anno dopo in Italia), ricorderà la scena dove dei giovani Sex Pistols suonano, la sera 4 giugno del 1976, al Lesser Free Trade Hall per un pubblico che di lì a poco e invogliato da quello show (tra i pochi presenti c’erano Tony Wilson, Martin Hannett, Howard Devoto di Buzzcocks e Magazine, i futuri Joy Division e persino Mick Hucknall dei prossimi Simply Red) avrebbe intuito cosa fare delle proprie vite.

In quella stessa tournee, esattamente il 6 dicembre 1976, la banda assemblata dal “bottegaio” Malcom McLaren fece tappa nel nord dell’Inghilterra, destinazione Leeds. La scena che si presentò quella sera fu una fotocopia dei sei mesi precedenti, ossia un pubblico (verosimilmente più numeroso della tappa mancuniana) stregato da quei quattro inetti che padroni (si fa per dire…) di un songbook rubato a Chuck Berry e Stooges, suonavano terribilmente più eccitanti di chicchessia accademico prog-rocker. La storia quindi si ripete: infatti, dopo quel concerto un giovane lì presente, Green Gartside, decide che il momento di mettere su una band è arrivato.

Green (Paul Strohmeyes all’anagrafe) è di origini gallesi. Una madre poco incline alle passioni artistiche del proprio ragazzo e un padre commesso viaggiatore lo portano da subito, come reazione, a crearsi un proprio metro quadro ed avvicinarsi alla musica (il primo disco ascoltato dal nostro fu Revolver dei Beatles che lo spinse ad abbonarsi, all’età di otto anni, al New Musical Express, mentre il primo concerto assistito fu Rod Stewart al Reading Festival del 1970) e poi alla politica, entrando a far parte del partito comunista locale (con interessi manifesti verso le teorie di Marx, Bakunin, Derrida, Deleuze e Lacan) insieme al suo collega  di studi Nial Jinks. Il divorzio dei genitori lo porta ad assumere il cognome del nuovo compagno della madre, Gartside, mentre il nome Green se l’affibbia egli medesimo dopo un viaggio in treno che gli rivela come tutto fuori dal finestrino fosse verde (…).

La differenza sostanziale – forse la più sostanziale – tra i musicisti punk e quelli di estrazione post è la costante tendenza agli studi artistici di questi ultimi, tant’è che Green, in compagnia dell’inseparabile Jinks, si trasferisce di stanza a Leeds per studiare nel locale istituto d’arte. Una sosta di appena quattro anni che gli permette, tuttavia, di conoscere il futuro batterista Tom Morley, intraprendere saltuari lavori (lavorerà anche in un garage) al fine di acquistare la sua prima chitarra elettrica nonché assistere a quel famoso concerto di fine ’76 che pigia il nervo scoperto di Green e dei suoi colleghi, che armati di do it yourself e qualche ascolto velato – ma non troppo – di Henry Cow (band che attraversò gli anni del prog per puro caso…) e Robert Wyatt  decidono di dire la loro sotto la sigla The Against, suonando il primo gig come supporters ai locali Sos. Ma proprio mentre Leeds si appresta a divenire la “città dei Gang Of Four” (altri marxisti dichiarati),  nel 1978 i The Against  traghettano via a Londra e si accasano nel colorito quartiere di Camden Town in uno squat in Carol Street per ribattezzarsi Scritti Politti, ovvero moniker che storpia i famosi Scritti Politici dello scrittore, filosofo e politico Antonio Gramsci.

Skank Bloc Bologna (palesemente ispirata dalle agitazioni politiche italiane del ’77; quante le assonanze coi Durutti Column…) è la nuova via del gruppo: cinque tortuosi minuti di funk pallido distribuiti Rough Trade ma di pertinenza St. Pancras, label fantasma con tanto di  packaging descrivente costi di produzione e dettagli riguardanti la registrazione. Il singolo arriva alle orecchie di John Peel, che non esita un attimo a passarlo in rotazione nel suo influente show per poi invitarli a registrare la prima delle famigerate session, negli studi della BBC: quattro canzoni che poco si discostano dal singolo di debutto e che collocano I SP al crocevia tra il Canterbury sound (Henry Cow, Robert Wyatt) e nascente avant-rock (This Heat e in parte Pop Group). Ma è la seconda session – siamo ora nel 1979 – ad esibire i primi cenni del Gartside che verrà, dacché la presenza di Hegemony, seppur ostica, esibisce una linea melodica alquanto dissonante al cospetto delle oblique Messthetics e Opec-Immac che con Confidence, dal successivo Ep Four A Sides, delineano uno scenario pop.

Un sentore che si tocca con mano non appena Gartside, che intanto è ritornato brevemente nel natio Galles per curarsi da una forma acuta di polmonite nonché dallo stress da concerto, stende le note di  The Sweetest Girl, deliziosa ballata in levare à la Wyatt (che qui suona le tastiere) che non solo apre il nuovo corso del nostro, ma anche la compilation in combine tra Rough Trade e New Musical Express C81 che festeggia i cinque anni di vita della label.

Ma mentre tutti i debutti eccellenti della new wave sono stati più che consumati, gli Scritti Politti continuano a macinare singoli come Faithless, Asylums in Jerusalem e Jacques Derrida finché, nel 1982, la Rough Trade dà alle stampe Songs to Remember, titolo sufficientemente pleonastico dal momento che ognuna delle nove canzoni si ricordano tra le migliori dell’epoca. Influenzato dal nuovo R&B, soul e proto-dance proveniente da New York, il  full lenght è lo spartiacque definitivo tra i Politti che furono di fine seventies e quelli che attraverseranno gli anni ’80: rimane lo spauracchio canterburiano, ma alle asprezze simil Henry Cow fa posto definitivamente il verbo più pop della cittadina anglosassone, ossia Hatfield And The North, Caravan e ovviamente Robert Wyatt cosi come si risente il funk, oggi non più spigoloso anzi filtrato secondo i nuovi modelli dance statunitensi. Inaugura Asylums in Jerusalem, reggae dolciastro e meno efficace di Gettin’, Havin’ And Holdin’,  laddove il battito in levare nasconde una sottile patina melanconica. Si scopre, poi, come la duttilità vocale di Gartside si espanda sino a lambire inaspettate ascendenze glam al modo di colui che il glam l’inventò, Marc Bolan, rivelatorie nel boogie-folkye di Jacques Derrida (ovvia la dedica per il teorico della Decostruzione…) e bluesy di Rock-A-Boy Blue. Poi il wyattismo puro della bellissima, con tanto di vocoder e cori gospel, Faithless che fa da aperitivo per la conosciuta The Sweetest Girl con una Sex che farà ballare anche nel terzo millennio.

Ma l’argomento lo riprenderemo più avanti; quello che conta è il successo del disco che guadagna il sesto posto nella classifica inglese e il primo in quella indipendente. Con Songs to Remember si chiude però la parentesi indie dei Politti, visto che l’abbandono di  Tom Morley coincide con un contratto Virgin che permette un dispendio economico, viste le casse folte della nuova label, senza freni. La scelta del produttore cade quindi su Arif Mardin (già al lavoro con Chaka Khan e  Aretha Franklin), uomo che fa intendere come il sound sarà ancor più laccato per le charts. Non illuda la presenza di Robert Quine alla chitarra e Fred Maher alla batteria, Cupid & Psiche (Warner Bros, 1985) possiede quella precisione di plastica che negli anni ’80 significava drum-machine: Maher è plagiato dall’ego di Gartside che lo costringe l’ex Massacre (mica uno qualunque..) a sampler pomposi che all’epoca neanche i Breakfast Club! Wood Girl (Flesh and Blood) è un reggae allegrotto che quasi scimmiotta il lavoro dei coevi Ub40; Small Talk e Perfect Way sonofiumane di stacchi ritmici – rigorosamente generati dall’allora popolare Fairlight Music Computer –  poveri di verve e ora anche la voce di Green comincia fastidiosamente ad assumere toni artificiali quasi volesse imitare il Michael Jackson più romantico (A Little Knowledge,). In definitiva, un disco che ascoltato oggi non regge il peso degli anni ma che all’epoca stravinse la sfida delle vendite, arrivando quinto nella classifica inglese e cinquantesimo in quella americana.

Preceduto da riconoscimenti da parte di Madness (che nel 1986 coverizzano  The Sweetest Girl, seguiti di qualche mese addirittura da Miles Davis che risuonerà Perfect Way per il suo Tutu) il signor Gartside, oramai cittadino newyorkese, arriva alla soglia degli eighties per inerzia, inespressivo e partecipe dell’unico tonfo artistico di Madonna, che nel pessimo Who’s That Girl pensa bene di affidare al nostro quattro minuti oltremodo pessimi, quelli di Best Thing Ever, per la soundtrack omonima alla pellicola. Provision (Warner Bros, 1988)indisaluta il decennio nel peggiore dei modi, patinando all’eccesso gli arrangiamenti – stavolta in odore di sequencer – e senza lasciare un ricordo di canzone che sia una; e se il meglio proviene dall’ennesimo omaggio al peggio Michael Jackson (Overnite), neanche l’onore di disco posto a tastare l’efficienza degli impianti Hi-Fi (si parla del suono e non certo del contenuto…) lo salva da un anonimato preoccupante. Un Dark Side Of The Moon degli’80, insomma, che vede tra l’altro uno sfatto (chi vuole capire capisca…) Miles Davis ospite in quella Oh Patti (Don’t Feel Sorry For Loverboy) presente poi nientemeno che al Festivalbar.

Dopo questo tracollo un silenzio di undici anni, un gap attenuato da una collaborazione con la British Electric Foundation, progetto di Martyn Ware degli Heaven 17, per l’indovinatissima cover di  I Don’t Know Why I Love You di Stevie Wonder bissata subito dopo dalla singolare rivisitazione di una vecchia b-side dei Beatles, She’s A Woman, che vede come ospite il rapper Shabba Ranks: è  l’ ouverture didascalica al nuovo lavoro. Anomie & Bonomie (Virgin, 1999), disco che riverisce il nuovo suono nero con credits a firma Mos Def, Me’Shell Ndegeocello, Wendy Melvoin (già corista con Prince) funziona nello sdoppiarsi tra hip-hop da stadio (Tinseltown To The Boogiedown, Die Alone, Smith ‘n’ Slappy) e ritrovato smalto pop (First Goodbye è bella come il sole e la chiusa di Brushed With Oil, Dusted With Powder non è da meno). Certo, il disco è alquanto incerto (fa uno strano effetto il Gardside che si incrocia col parlato di Mos Def…) ma la vena ritrovata (specie in episodi esenti di rhyming hip-hop) lascia ben sperare.

Poi il nuovo millennio del ritrovato amore per la new wave d’antan: Rapture, !!! e compagnia a studiare il  vecchio catalogo Factory e Rough Trade. Tra i tanti un riccioluto che pare la versione radical shic di Giorgio Moroder, Trevor Jackson, pesca dal vecchio roster di Geoff Travis Sex degli Scritti Politti, che rieditata come Too Much sarà uno dei pezzi forti del debutto dei Playgroup. Un piccolo ma significativo segnale che verrà raccolto anche dalla stessa Rough Trade che nel 2005 raccoglierà – finalmente – i singoli pre-Songs to Remember nell’antologico Early. Il tutto mentre da un po’ di tempo a questa parte… (GA)

Il bello di essere “outside” – Intervista a Green Gartside

Raggiunto via e mail, Green si rivela personaggio affabile e acuto, mosso da un ritrovato entusiasmo verso la sua rinata carriera, il suonare dal vivo e la musica in generale (presente e passata).

Anzitutto, com’è stato tornare dopo ventiquattro anni alla Rough Trade? Che differenze ci sono con l’etichetta che ricordavi?

La Rough Trade di oggi mi ricorda tantissimo quella di fine ’70 / inizio ’80. C’è lo stesso entusiasmo, lo stesso straordinario supporto per gli artisti. Sono fortunatissimo ad essere tornato. Devo tantissimo a Geoff Travis, letteralmente e metaforicamente!

Per White Bread, Black Beer hai fatto quasi tutto da solo. C’è qualcuno che ti ha aiutato?

L’unico aiuto mi è arrivato dall’ingegnere del suono Andy Houston, che ha registrato le parti vocali e mi ha dato una mano a mixare l’album. Per il meglio o per il peggio, è tutta mia la responsabilità!

Se confrontato con il precedente Anomie & Bonomie, White Bread è un disco molto diverso. Se quello era più vicino al classico stile pop elaborato dagli Scritti Politti negli ’80, questo nuovo album suona molto più intimo, rilassato e, per certi versi, “adulto”. Come lo rapporti all’interno della tua discografia?

Penso di essere d’accordo quando dici “intimo e rilassato”, un po’ meno quando dici “adulto”, grazie a Dio il mio sviluppo si è arrestato qualche anno fa! Scherzi a parte, penso che in dischi come Cupid And Psiche e Provision fossi molto più interessato all’aspetto musicale, volevo che fossero incisivi da quel punto di vista. Sono dischi incentrati sul concetto di groove, di musica suonata da più persone; questa volta invece è tutto incentrato sulla voce, sulle parole e sulla melodia.

A parte i riferimenti alimentari, a cosa si riferisce il titolo del disco?

“White bread” è un termine americano, usato in senso dispregiativo per indicare la parte “senz’anima” della cultura bianca. Per il resto, anche se nella tua cultura probabilmente non sono un pasto molto indicato, la birra scura e il pane bianco (insieme alle noccioline) sono alla base della mia dieta!

Se in brani come After Six viene fuori il tuo solito stile, l’elemento base di queste nuove canzoni sembra il folk-pop, come se il tuo songwriting si sia orientato decisamente sul versante classico (vedi Snow In The Sun. Cooking, Mrs. Hughes, Dr. Abenathe), un po’ tra i Beach Boys, il pop californiano dei ’60, gli inevitabili Beatles… mi sbaglio?

Hai assolutamente ragione. In questo disco ci sono tutti gli ascolti della mia infanzia. Prima del punk, quando ero al liceo adoravo Joni Mitchell, i Fairport Convention.. insomma, tra l’Inghilterra e la West Coast.

Sul versante opposto, qua e là resta una certa impostazione elettronica, comunque molto leggera ed eterea (come in Boom Boom Bap o Petrococadollar). Usi strumenti analogici o digitali?

Sì, infatti le altre cose che ascoltavo al liceo erano Brian Eno e Robert Wyatt! Amavo il mood di dischi come Rock Bottom e Taking Tiger Mountain By Strategy. In questo mio nuovo album c’è un mix tra synth analogici – Se1, Nord, Super Jupiter etc – e roba come Virus, Supernova, più alcuni synth più soft come il Pro 53. Come software, preferisco il Logic piuttosto che il Pro Tools, lavorando su un Mac G5.

A proposito di Wyatt, sei sempre in contatto con lui?

No, ma dovrei… e lo sarò presto!

A quali stili musicali sei interessato oggi?

Continuo ad avere una mentalità molto aperta. Ho ascoltato un sacco di hip hop della prima ora, dell’electro e, tra le cose della mia infanzia, Richard Thompson (per esempio).

E della scena contemporanea, che ne pensi? Ho letto che adori Sufjan Stevens.. e che mi dici della scena hip hop ed electro attuale?

Oh, sì, sapevo ci saresti arrivato.. Sufjan.. brillante, assolutamente brillante! Di recente non ho seguito molto la scena hip hop contemporanea, ho sempre amato l’hip hop della East Coast. E’ arrivata l’ora di scoprire qualcosa di nuovo!

Dopo una carriera che ti ha dato le sue soddisfazioni, negli ultimi diciotto anni hai pubblicato soltanto due dischi. Ti definiresti un outsider?

Oh, sì.. penso più che altro di essere “outside”! Gartside è assolutamente “outside”. Non tollero l’industria musicale, e in più sono pigro, e disprezzo il successo tanto quanto il fallimento.

Come per molte altre band, John Peel ha avuto un ruolo primario nel promuovere la musica degli Scritti Politti ai tempi della vostra comparsa sulle scene. Adesso che non c’è più, cosa pensi della situazione mediatica in UK? Ci sono altri talent scout? E che mi dici delle nuove band britanniche?

Eh, di John Peel si sente tantissimo la mancanza. Non so se qualcuno potrà mai prendere il suo posto. Sono stato anche al suo funerale. E’ stato enormemente importante per la mia vita, gli devo così tanto. Nuove band britanniche? Beh, tutte le “nuove” band britanniche che cercano di suonare come i Fall o i Gang Of Four o i Jam o i Clash o qualsiasi altra cosa.. mi fanno vomitare.

L’anno scorso la compilation Early ha di nuovo messo sotto i riflettori la tua primissima produzione. Da allora la tua musica ha attraversato diverse fasi, ma come vedi oggi quelle canzoni, il tuo modo di suonare di allora, il loro significato in termini sia musicali sia culturali?

Non credo sopporterei di ascoltare di nuovo quelle canzoni! Detto ciò, stiamo provando Skank Bloc Bologna per suonarla presto dal vivo! Penso quelli fossero tempi molto interessanti per tantissimi motivi, ma non mi guardo mai alle spalle. Non sono un nostalgico, tanto meno della mia storia.

Pensi che il rock o la musica “popolare” oggi possano avere ancora una funzione politica?

Funzione politica? Hmm… ho problemi con il concetto di “funzione”. La musica di oggi è politicamente interessante? Sì. Può avere un significato politico? Sì. Può il suo futuro avere una dimensione politica? Da qualche parte.. in qualche modo.

Di recente hai compiuto cinquant’anni. Se è vero che chi crede nelle utopie è un sognatore, quali sono i sogni che vuoi realizzare?

Come canto in Robin Hood: “I dream of ending these dreams of mine” (“Sogno di porre fine ai miei sogni”). Sono speranzoso. Mi piacerebbe avvicinarmi ad una verità (qualsiasi verità). Mi piacerebbe capire di più. Mi piacerebbe essere apprezzato.

E’ noto che non ha mai avuto un grande feeling con il suonare dal vivo. Di recente però hai ripreso. Com’è stato? Chi ti accompagna sul palco? Proporrai vecchio materiale insieme a quello nuovo?

Sì, ho ripreso a suonare dal vivo soltanto da poco … Di solito diventavo molto ansioso e soffrivo attacchi di panico! Ho arruolato una nuova band di giovani musicisti senza esperienza dal pub del mio quartiere!! Era quello che volevo fare. Enfatizzare l’amicizia, non tanto il suonare insieme. Sto cercando di rielaborare delle vecchie canzoni; l’altra sera abbiamo suonato The Sweetest Girl!

Che ne dici di un tour in Italia?

E tu, che ne dici di un invito? Stiamo per fare un po’ di concerti, e mi piacerebbe che presto qualcuno ci ingaggi per uno show in Italia! (AP)