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Si alza il sipario sul nuovo Aphex Twin: first listen e recensioni (compresa la nostra) di Syro

Dopo i listening parties, il brano in ascolto, le interviste (a Rolling Stone, Pitchfork e The Fader), il packaging in cortocircuito minimale/concettuale/dettagliato con annesso papello delle macchine utilizzate per comporlo, siamo entrati nell’ultima fase della studiata campagna promozionale che ha accompagnato il tanto atteso album di Aphex Twin: il 5 settembre è terminato l’embargo per gli articoli dedicati al disco (almeno per chi rientrava tra i fortunati ad avere il promo in prima battuta), e qualche giorno fa abbiamo avuto anche noi la possibilità di ascoltare, in anteprima, SYRO, la cui uscita ufficiale è fissata per il 22 settembre 2014.

Da quel che vi riassumeremo, e vi dirà Alessandro Pogliani nella nostra recensione, l’aria che tira, da FACT con Joe Muggs (storico giornalista elettronico inglese) a Derek Walmsey di WIRE, è quella di un grande ritorno mitigato dai giudizi più o meno taglienti di chi voleva (o pretendeva) da Richard D. James innovazione a tutti i costi. Leggerete del punto di vista di molti utenti sullo storico forum We Are The Music Makers e di tante dettagliatissime descrizioni e giudizi, a partire da quella più completa di tutte, ovvero quella di Muggs, seconda solo al nostro Pogliani, ma il giudizio è chiaramente di parte.

Muggs fa una disamina dettagliata pezzo per pezzo, e tenta di addentrarsi nel disco con riferimenti incrociati fra discografia AFX e nomi eccellenti del passato elettronico. Per riassumere possiamo dire che i paletti su cui si muove sono una retrofilia costruttiva dei ’90, che riporta in auge il beat funk, tagliando con svaporate Orbital, dei bonghi (l’etnico che non ti aspettavi dai tempi di Digeridoo…) e pure qualche accenno alle estetiche sci-fi di Vangelis. In più qualche ricordo acido, ovviamente l’ambient-marchio-di-fabbrica, la prog-fusion di Squarepusher e qualche accenno da dancefloor detroitiano. Il disco “è molto buono con cinque instant-classics e altre cose molto belle. Ben fatto Aphex“. Questo il giudizio sintetico.

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Possiamo aspettarci qualcosa sopra la media anche leggendo i commenti di Josh Thomas su Hyponik. Il disco è definito come “il più accessibile e ballabile” dell’intera discografia di Aphex, con “riferimenti alle varie fasi della sua carriera passata, una specie di ‘best of’ con materiale completamente inedito”. Anche qui vengono confermate le “intro ambient, i breakbeat forsennati, basslines a onde quadre, vocoder, accordi sci-fi e pure qualche bongo”. Un album più “disciplinato e comunque pieno di momenti da restare a bocca aperta”.

Joe Clay, su The Quietus, sembra andarci un po’ più con le pinze, e visto che il sito per cui scrive non è poi così affezionato ai suoni elettronici, il suo giudizio sembra essere più onesto, se non altro mediato e condito da gusti diversi dall’epica post-rave anni Novanta. Vediamo cosa scrive: “non che SYRO non sia buono (è molto, molto buono), ma manca di quelle innovazioni che ci avevano fatto pensare: ‘Cristo santo, sta succedendo davvero?’. Il più grande rammarico è che non ci siano cose così fresche come DigeridooOnGirl/Boy Song o Windowlicker, tanto per nominare quattro delle sue più grandi hit”. E qui viene il bello, completamente in disaccordo con Muggs: “I punti di riferimento del lavoro sono i dischi stampati a nome di The Tuss (uno dei tanti alias di Aphex) e la serie Analord, più che Drukqs o i due SAW. […] Un equivalente diretto di SYRO potrebbe essere m b v dei My Bloody Valentine. Il seguito tanto atteso di Loveless suonava proprio come il seguito di Loveless, un disco ben radicato nell’era in cui era stato composto il predecessore, cioè gli anni Novanta. Ho trovato il disco brillante, ma un po’ anacronistico (nel contesto della musica elettronica moderna). Non è il lavoro che definisce un’era o che ti fa andar via di testa. Mi aspettavo troppo? Probabilmente sì. Dovrei accontentarmi di quello che è? Naturalmente, e non aspetto altro di sentirlo ancora (e ancora e ancora)”.

Anche Piers Martin su Wondering Sound sta nel mezzo e condivide alcune delle opinioni già citate. Fra i riferimenti vengono citati i lavori come The Tuss, il side project di Drexciya Transllusion, il prog-jazz di Squarepusher, e l’ambient di Erik Satie. “Alla fine non si può negare che James stia ancora lavorando su quello che manca, componendo musica come nessun altro”.

Louis Pattison su NME riporta un track by track che riprende i nomi già citati e che conclude così, riferendosi in generale al disco: “Sessanta minuti di braindance che conferma RDJ come uno dei più celebrati e influenti artisti elettronici. Speriamo di non dover aspettare altri 13 anni per il prossimo”.

Derek Walmsey su Wire recensisce il disco dicendo che l’artista “è tornato al 100%, modificando i suoni come cose imbottite, lavorando a maglia melodie lunghe, come una chioccia che fa uscire con delicatezza nel nido le uova preziose. Le prime quattro tracce viaggiano intorno ai 120 BPM e sono ben distanti dalle perversioni d’n’bass a 150 BPM. È il tempo della house e della disco, e può essere ballato da qualsiasi persona, sia fuori che sul dancefloor”. I riferimenti citati sono Herbie Hancock, i Parliament, il dance pop dell’americana Shannon, la house di Colonel Abrams, l’R&B e gli anni Ottanta. Gli anni ’80 non vengono trattati come in RAM dei Daft (un “executive summary”): qui si va a scavare “a fondo, nei circuiti”. L’album viene visto come una grandissima rilettura (“a grand synthesis”) del passato, a tratti anche “gioiosa”, visto che il Nostro ha già da un po’ passato i 40, ed è forse stanco di intristirsi e deprimersi con la sua stessa musica.

Non ultimo, il nostro Alessandro Pogliani nella recensione parla anch’egli di “mancanza di innovazione”, pur riconoscendo che “siamo di fronte ad un album maiuscolo”. Anche lui nota la somiglianza con la serie Analord e con le uscite a nome The Tuss. Un ritorno all’analogico retrofiliaco che “permette a James di flettere i muscoli del fuoriclasse e di confermare il titolo di Signore delle Macchine”. L’unica critica che si può muovere al disco è la sua “compattezza di intenti”, che vanno a pescare da un calderone classico e gelosamente già codificato con la tag aphextwiniano. Tra gli altri riferimenti spuntano i Boards Of Canada, i Kraftwerk, Hancock, Wonder e pure Brian Eno.

Per chiudere, siamo andati a sbirciare anche i commenti sullo storico forum We Are The Music Makers riguardo alle prime recensioni del disco. Fra le impressioni più o meno colorite (si contano a centinaia i fuck) sembra comunque condivisibile la critica al fatto che Aphex abbia composto ‘solo’ un bel disco, ma non fenomenale. I fan contestano le aspettative (cioè un nuovo capolavoro) dei giornalisti, che non si accorgerebbero dell’elevata qualità del disco (uno dei confronti più azzeccati è con le presunte capacità produttive di Skrillex ad esempio). Riportiamo a conclusione un post anonimo che tira le fila del discorso e che sembra condivisibile: “Dubito che ci saranno grandi sorprese o novità su SYRO […]. La cosa più innovativa è, forse, il fatto stesso che esista. Ciò mi rende sufficientemente felice. […] Vedo questo disco come: ‘Ciao, sono tornato. Ecco cosa volevate (Manchester, Metz, etc)’. Sarà un lavoro ascoltabile, divertente e godibile, che aggiungerà nuovi fan e farà felici i vecchi. […] Qualcuno si è lamentato del fatto che RAM dei Daft Punk non ha inventato di nuovo la ruota? No. Non c’è bisogno di reinventare la ruota se puoi reinventarti, ed è proprio in questo che i Daft Punk sono riusciti ed è questo che anche SYRO riuscirà a fare”.

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