Etno-immedesimazione in due mondi

Non esistendo, si è inventato

Strano indagare a ritroso per indagare il passato di un personaggio che ha appena licenziato due dischi, fatto una mostra (peraltro a Milano), e che continua a incendiare i live di pura forza vitale.

Bizzarro intervistarlo e retro-datare l’alternanza tra domanda e risposta su anni che non sono questi, ma che seppur di poco li anticipano. Non è un esperimento, è una retrospettiva che legge una trasformazione nei suoi presupposti, nelle condizioni che l’hanno resa possibile. Ed è un modo per scavare una storia dietro a un personaggio che è sempre sembrato, nell’eccesso mistico che esprime da quindici anni, uguale a se stesso.

Arrington De Dionyso è una trasfigurazione vivente. Uno Stanislavskij della musica. O meglio, un Bela Lugosi rimasto su un tappeto volante che viaggia in grotte inesplorate dell’estremo oriente. Detto altrimenti, ADD è un interprete che non riesce più a uscire dal personaggio e che fa di sé, del suo corpo, un canale di trasmissione, molto sicuro di sé ma di un sé che trascende la sua persona, che va al cosmo. Lo abbiamo intervistato e abbiamo scoperto un mantra vivente concettualmente molto coeso, dal quale è stato molto difficile ricostruire un passato.

Partiamo dal presente. Malakait Dan Singa e Suara Naga, gli ultimi due album licenziati in un paio d’anni sotto il nome De Dionyso – che già per questo non possono che evocare uno spostamento culturale, nello spazio e nel tempo – portano una cifra personalizzante che mai avevamo ipotizzato, per un musicista nato nei pruriti metropolitani USA.

Sono dischi che mantengono il graffio garage che, come vedremo, è stata la sottile, ancorché abrasiva, linea rossa di tutta la carriera di Arrington. Eppure esercitano un détournement, una deriva culturale inesplorata. De Dionyso e la sua band suonano il solito baccanale sanguigno di Old Time Relijun-iana memoria, band pilastro di Olympia con cui ha iniziato la carriera, ma su lyrics interamente cantate in indonesiano, che Arrington ha appreso da autodidatta. Dietro al surreale, la trance delle divagazioni a fiato – sax o clarinetto basso – alimentano un’aura di mistero e di altro-mondismo. Come direbbe Peter Galison, studioso di Storia della scienza e della fisica, Arrington non opera una sovrapposizione tra due mondi, quello americano di partenza e quello indonesiano di arrivo, ma una sintesi che inevitabilmente crea ex novo una zona franca, una terza arena. Una Trading Zone, per dirla alla Galison, che si riferiva a un laboratorio al MIT di Boston dove fisici teorici e sperimentali smisero di essere quello che erano per diventare entrambi una cosa di mezzo.

Ce lo conferma Arrington: “Se avessi registrato un intero album in inglese o francese, i suoni degli strumenti forse non sarebbero cambiati così tanto, ma il solo cantare in un’altra lingua si riflette nel processo di songwriting, in maniera sorprendente”.

La figura di De Dionyso è sempre sembrata una congiunzione degli opposti. È, dal primo suono emesso dall’ugola dionisiaca, trascendente ma estremamente carnale. Lo stesso Arrington, a vederlo, in foto o dal vivo, non si distacca dal musicista indie-americano “medio”. Epperò si nota un guizzo, un’intersezione di postura e abbigliamento, che ibrida il suo modo di stare al mondo. Non stupisce allora di vedere il garage americano lo-fi virato in atmosfere e lingua provenienti dal Sud-Est asiatico. Lo stesso Arrington, interpellato in proposito al motivo della scelta indonesiana, ci risponde semplicemente: “perché no? In realtà la domanda dovrebbe essere “perché non l’Indonesia”. Malaikat Dan Singa è un progetto utopico, un trionfo dell’immaginazione”. Per poi aggiungere, con un sarcasmo sotto al quale ancora una volta è difficile discernere tra l’esserci e il farci: “Se non esistesse una performance dance hall e trance-punk, basata sul cantato di gola e sul clarinetto basso, cantata in indonesiano, ispirata dal misticismo ebraico e da William Blake, bisognerebbe inventarla.” Non esistendo il genere cui Arrington tende da sempre, se l’è dovuto inventare.

Il metodo su cui sviluppare la missione è la creazione di collegamenti. “Con Malaikat dan Singa intendo comunicare con precisione scientifica che non esiste nessuna separazione tra materia e spirito. Logos e Mito si intrecciano, si collegano, e non esiste un altro modo di fare musica, almeno per me”. Niente di più affine alle culture orientali. In primis, la voce di De Dionyso – quello spettacolare strumento che va da Beefheart ai virtuosismi di gola che provengono dalla tradizione Tuva, nel sud della Siberia – è un modo di creare un superconduttore con la madre terra. È essa stessa un superconduttore.

Siamo convinti che ADD sarebbe molto contento di sentir definire l’ugola che gli appartiene con una definizione wikipediana di questo tipo: “La proprietà di resistenza zero e di superconduttività fu scoperta nel mercurio. Molti elementi hanno poi mostrato la stessa proprietà. In realtà alcuni […] presentano solo una transizione superconduttiva sotto particolari condizioni”. Ci sembra, appunto, che la carriera di Arrington sia una ricerca di queste particolari condizioni.

Perché dunque fare una retrospettiva su un artista ancora in piena attività? Perché ci fa capire il presente, il futuro e l’evoluzione. Il passato serve sempre a spiegare il presente. Ed essendo Arrington tutto teso a un tempo e a uno spazio che non esiste – e che si reinventa di continuo – leggiamo il suo passato per mettere in ordine il presente e cogliere gli appigli per la Trading Zone iperuranica ma terrosa in cui ci ha portato negli anni. “Il mio obiettivo è vivere ogni giorno al presente, senza paura del passato o del futuro, per vedere le minuscole scintille d’infinito che ci circondano in ogni atomo.

Il garage di carne e sangue

Il destino era forse segnato, se è vero che già dai primi anni di vita Arrington, classe 1975, è a contatto con musica che arriva da ogni parte del globo, Indonesia compresa, nelle sue sfaccettature e culture interne. Quello che oggi è un polistrumentista soprattutto dedicato ai fiati e alle corde vocali da piccolo suonava il piano e l’organo della chiesa che i suoi frequentavano spesso. La sua non è una vera formazione musicale, “c’era molta musica, ma nessuno che educasse ad ascoltarla. Ho dovuto trovare la mia direzione, non avevo nessuna guida, però fin da subito mi sono accorto di amare il suono degli strumenti, e soprattutto adoravo accompagnarli o sovrastarli con la voce.

Dal pianoforte gli interessi si spostano già in età adolescente verso musiche africane e raga indiani. Ma è il punk a colpirlo, non appena la sua famiglia si sposta a Spokane, nello stato di Washington. Al liceo fonda una band – gli Ipsofoog – ma non passa molto tempo prima che si inizi a dedicare ai nastri, con un impeto ormai parte del carattere: quello della rudezza punk, o del piglio garage del lo-fi, se si preferisce. Le primissime produzioni, che Arrington suona agli angoli delle strade, escono su una label locale, la Pine Cone Alley, ed è questa l’etichetta che licenzia i primi esperimenti sotto il moniker Old Time Relijun, dal nome di un gospel tradizionale di Charles Davis Tillman.

Nel frattempo ADD si è trasferito a Olympia, per fare il college. L’inizio di tutto, almeno su disco alla lunga distanza, è Songbook Vol. 1, uscito nel 1997, sorta di raccolta dei primitivismi che avrebbero, una volta coagulati sull’ugola di Arrington e sul garage roots-folk del resto della compagine, portato al primo e forse insuperato capolavoro della ragione sociale, Uterus And Fire.

Era un pezzo che registravo la mia musica con un quattro tracce. E spedivo il risultato agli amici. Due di essi, Aaron Hartman e Bryce Panic, futuri primi componenti assieme a me degli Old Time Relijun, mi chiesero se avessi intenzione di suonare queste cose con una band, un giorno. Rimasi attonito. Non solo nessuno me l’aveva mai chiesto, ma non avevo mai pensato che una band fosse una possibilità, e senza il loro aiuto non sarebbe mai nata.

Al college De Dionyso studia etnomusicologia, si avvicina alla musicoterapia e alla danza giapponese Butoh. La carnalità e l’ultramondismo sono già nel DNA della band, e Arrington è già un derviscio navigato, seppur giovanissimo. A vent’anni è già un istrione del palco, è visto come uno sciamano ed è in grado di emettere virtuosismi vocali impressionanti. Il pericolo, per una band che sia sua diretta emanazione, è di essere limitata a contorno, e non aggiungere se non un pretesto collegiale e organico alle espressioni del virtuoso. Di fatto, è questa la critica che è sempre stata fatta agli Old Time Relijun. A volte, specie negli ultimi capitoli del percorso della sigla OTR, l’appunto non è stato del tutto fuori luogo. Arrington è ingombrante, probabilmente non per intenzionalità diretta, ma per l’incapacità, a volte, di stare nel nostro, di mondo, e quindi anche dei compari di band.

Ciò non toglie la grandezza del gruppo, e tanto più possono essere significative le critiche quanto più si riconoscono invece gli stati di grazia, i picchi di riuscita delle esternazioni violente e sanguigne dei Relijun. Uno di questi, come anticipato, è Uterus And Fire, album numero due della band, anno 1999, e prima uscita su K Recs, label che non abbandonerà più il Dioniso americano, neanche nelle scorribande transoceaniche. K, come sappiamo, significa etichetta ma anche gruppo di lavoro estremamente coeso: un nugolo di musicisti, da Calvin Johnson a Karl Blau, e un ambiente quasi famigliare – i Dub Narcotic Studios – che abbracciano i nuovi arrivati e li fanno sentire a casa. Uterus è un colpo grosso anche per i responsabili dell’etichetta. Un pugno nello stomaco raffinatissimo, alienante, già in grado di aprire mondi mentre ci fa osservare la carne vivida della musica. I riferimenti, che rimarranno tali, chiamano in causa il già citato Van Vliet e tutta la schiera di musicisti free-jazz più instabili. L’improvvisazione di De Dionyso (al sax, al clarinetto basso, alla voce) è figlia dei bruitismi beefheartiani ma è trascendentale come i soli dei grandi del free-jazz, della New Thing. Arrington è mistico ma sbrodolato, improvvisativo e alienato.

Eppure, almeno in Uterus And Fire, il fuoco non arriva unicamente dai polmoni del Nostro. Il baccanale del disco è profondamente rock, è ancorato alla dinamica devastante della sezione ritmica che si abbina allo sviluppo narrativo del solista. Dagger, il primo brano, ci trasporta in un garage scavato nella roccia, scolpito dall’interno a colpi di batteria e machete. Colpi secchissimi. Non è un caso: le pelli sono curate dal vero altro astro della band, Phil Elverum, che nel frattempo si è aggiunto alla missione, assieme al bassista Aaron Hartman. La strabiliante Archaeopteryx Claw, traccia numero due, è un esercizio di ipnosi da riff retti dalla spina affilatissima di Elverum. Senza di lui l’equilibrio non reggerebbe, l’alta tensione sarebbe sminuita o diventerebbe un simulacro di se stessa.

La band diventa rapidamente un punto di riferimento, e oggi, a dieci anni e passa di distanza da quei primi passi, sappiamo come sia stata pietra angolare di un crocevia di generi – tutti imperniati attorno alla materia viva e sanguinolenta del sound. Gli Old Time Relijun, a vederli da qui, sono stato tramite tra Captain Beefheart, la violenza androide ma carnalmente punk di San Francisco fine settanta (vedi Chrome) e quella altrettanto lunare e indisponente di Detroit (leggi alla voce android-punk, Human Eye e co.).

Un momento imprescindibile di sintesi, oltre che di forte impatto. E, per fortuna (sua e nostra), Arrington non vive quei momenti da solo. Ci sono di mezzo non solo gli Old Time, con il comprimario Phil, anche se non per molti anni ancora, ma anche un mondo intero di personaggi e weirdismi che da Olympia scorrazzano per mezza America. De Dionyso è tra i fondatori, già a metà dei Novanta, dell’ormai storico Olympia Experimental Music Festival, raccolta annuale di musica da border line, stranezze audio e video, che si descrive da sempre come celebrazione della gente che ha perso la bussola, e che vuole sperimentare secondo un’etica DIY e fortemente avant. I tempi erano non sospetti, ma in molti leggono in questo appuntamento – oggi alla diciassettesima edizione – uno dei catalizzatori per i vari borborigmi weird che nei Duemila abbiamo tutti affrontato.

Rispetto alle speri mentalità oltranziste del Festival, i Relijun hanno un enorme vantaggio: vanno diretti al sodo, sono spendibili e comprensibili come un punteruolo accostato minacciosamente alla giugolare. La formula, alle primissime occorrenze, è già pressoché perfetta. Passa un anno e la pubblicazione di La Sirena De Pecera (K, 2000) già raccoglie inediti della band. Nel frattempo, Phil Elvrum è già alle prese con i Microphones, moniker con cui troverà realizzazione e il personale raggiungimento di picchi espressivi successivamente considerati, e a ragione, come parte essenziale nel catalogo dei sound ZeroZero. Phil si sfoga con gli OTR e si delizia con i Microphones. Persegue l’oltraggio punk e tribale con Arrington, e compone canzoni dedicate al fuoco con The Glow Pt. 2, primo capitolo fondamentale dell’esperienza dei microfoni. È il 2001 quando – sempre la K – licenzia The Glow, ma, tornando a noi, questo è l’anno dell’altro momento topico dei Relijun, ossia la pubblicazione di Witchcraft Rebellion (K, 2001). Il sodalizio tra i due sembra essere al massimo delle possibilità. Arrington è sempre più protagonista geniale e pazzoide delle canzoni, che però, ancora una volta, necessitano dell’impianto percussivo e dell’intelligenza di Phil per dare rotondità e appigli all’ascoltatore. De Dionyso distrigge ed Elvrum resiste e ricostruisce sulle macerie e con le macerie.

Arrington traccia così, in poche parole, i picchi della sua carriera, passando per Uterus And Fire e Witchcraft Rebellion, trovando anzi in Witchcraft la vera spinta, il vero raggiungimento della consapevolezza necessaria per proseguire il cammino – epperò individuale:

Uterus And Fire era un gran disco, che riuscì a catturare un carico deflagrante di emotività e impulso. Ma fu possibile grazie a una serie di fortunati accidenti che accaddero durante il processo di registrazione. In Witchcraft Rebellion – così come, ora, nei due episodi Malaikat Dan Singa – ho avuto per la prima volta la completa libertà e il controllo totale sul prodotto finale della musica. È stato entusiasmante rendermi conto di essere in grado di fare esattamente la musica che desideravo fare, senza nessun compromesso.

La tensione sottesa è chiarissima: Arrington si sta spostando da un’idea di band per affrontare il cammino da solo. Phil se ne accorge, decide di dedicarsi esclusivamente ai Microphones – che da lì a qualche anno sarebbero diventati Mount Eerie – e al suo posto il disco successivo (Lost Light, K, 2004) vede l’ingresso di Rives Elliott. Come pilastro rimane il solo Arrington, e nel tour italiano del 2004 lo stesso Elliott è già sostituito da Germaine Baca. Lost Light ha un concept religioso che pervade della sua intensità tutti i brani, finendo però con lo scaricare da questi la personalità che avrebbero potuto avere. I successivi 2012 (K, 2005) e Catharsis In Crisis (K, 2007) denotano il completamento di un passaggio di stato, il raggiungimento da un lato dell’alienazione, dall’altra dell’automatismo, nella composizione e nel risultato all’orecchio.

Ufficialmente la band non si è mai sciolta, semplicemente è andata alla deriva. Provochiamo, in proposito, lo stesso Arrington, chiedendogli quando e come è avvenuto lo scioglimento degli OTR. “La band è nata nel 1995. Avevo vent’anni. Dopo otto album full lenght e dopo aver girato il mondo varie volte in tournée, qualcosa inizia a cambiare nel processo creativo di lavorare sempre insieme alle stesse persone. Può succedere semplicemente che, scrivendo insieme una canzone, uno possa dire, ‘bene, questo sound è interessante, ma non ha niente a che fare con gli Old Time Relijun’. Quando una direzione creativa si spegne, è il momento di cambiarla. Abbiamo suonato insieme l’ultima volta un annetto fa, ma di fatto non siamo più attivi dal 2008-2009.” Non sono certo tempi biblici. Un paio d’anni appena. Ciononostante, evidentemente il percorso di De Dionyso stava già seguendo altre rotte. L’esperienza di Old Time Relijun, e il seguito che la band riusciva a ottenere, sono un ricordo, e soprattutto nella seconda metà del decennio iniziano a uscire le produzioni soliste di De Dionyso. Così come sono nati, da iniziativa altrui, i Relijun si lasciano andare a se stessi quando di fatto Arrington rimane solo, avvolto dalle ricerche musicologiche e dagli esperimenti della propria voce. E si apre una nuova fase.

Ricerca etnomusicale e vita

Si mescola in De Dionyso autobiografia e interesse personale, ricerca e vita. Adotteremmo questa frase come riassunto degli ultimi anni della produzione a nome ADD.

È un movimento che ha sempre avuto a che fare con la ricerca antropologica, tanto più con metodo etnografico. Da un lato c’è lo sguardo dall’esterno, i Tristi tropici di Levi-Strauss, il tentativo di ricostruire meccanismi, strutture sociali e musicali a partire da un “altro” che rimane inossidabile. D’altra parte, c’è l’immedesimazione di cui si parla nelle prime righe, deontologicamente dai più inaccettata. Arrington appartiere evidentemente a questa seconda schiera di studiosi, che più che studiare una pratica la interpretano, mettendoci il proprio universo e modificandola. Come un etnografo che prende appunti sul proprio quaderno nella lingua del popolo che sta studiando.

Inizialmente, mi vedevo come un etnomusicologo semplicemente perché mi interessava ascoltare quanti più tipi di musica possibili, e imparare il massimo che si potesse. Ascolto ancora musica, ma ora mi interessa farla, partecipare nel continuum musicale. Rispetto a questo, spero che ci sia molto poco di ‘etnografico’ in Suara Naga. Fare musica è qualcosa di diverso. Per esempio, nella musica classica indiana, ci sono i droni. Ma uno può usare i droni anche in modo simile, e non avere niente a che fare con la musica indiana. Uso il throatsinging in tutta la mia musica, ma non sto ricreando in provetta la musica mongola, semplicemente ci sono sovrapposizioni, dovute al mio tentativo di arrivare agli estremi della voce umana. Ed è la mia esperienza, che è unica. Non ha a che fare con l’imitazione di un tipo di musica di una qualche parte del mondo. La musica fa parte dell’esperienza umana; forse la musica è il modo in cui il cervello mappa la coscienza, chissà.

Ecco spiegata la natura della ricerca di Arrington. E l’approdo all’indonesiano è solo l’ultima tappa di un’evoluzione già ufficialmente entrata in vigore con i progetti solisti di De Dionyso.

Ho suonato da solo frequentemente, fin dall’inizio della mia carriera, ma il primo album solista è stato Breath Of Fire (K, 2006), che ho registrato in Puglia con Fabio Magistrali. Subito seguito da I see Beyond The Black Sun (K, 2008). Ho anche realizzato un disco con un quartetto free-jazz chiamato The Naked Future, ma non suoniamo insieme da un paio d’anni. Ora, dopo Malaikat Dan Singa, mi sono messo a fare musica ‘di plastica’ con un macchinario degli anni Quaranta, un Record Lathe. Ne ho fatto anche un documentario, visibile qui: http://vimeo.com/14892109

ADD non li chiama progetti, si indispettisce quando ventiliamo la possibilità di distinguere “side projects” da “main project”. Ancora una volta, ci riferiamo all’episodio più riuscito del lotto. È meditazione, quella del De Dionyso di I See Beyond The Black Sun. E poi ipnosi percussiva su un ohm soprannaturale nella finale Pluto In Capricorn, dove compare una batteria, che ricorda subito quella percussione vivida e senza filtri di Phil Elvrum ai tempi degli Old Time Relijun, ma in realtà è opera di quella Germaine Baca.

È sinestesia trasformata in musica, così come il booklet è disegno che attende la meditazione sonora per avere la giusta linfa. “La mia citazione preferita è di William Blake, che mi è da ispirazione per la maggior parte delle mie creazioni musicali. ‘Lo spazio e il tempo sono demoni, che separano l’Uomo da Dio”. Temporalizzare, incasellare in successioni di eventi, è uno sforzo a cui Arrington non vuole sottoporsi, non in un esercizio auto-biografico, ma forse neanche nel metodo di comporre, che parallelamente alle nuove ricerche orientali si orizzonta sulla ciclicità reiterata, non troppo distante dalla scuola di Terry Riley.

La maggior parte delle mie composizioni sono basate su brevi frasi messe in loop, che però non prevedono l’uso di un sampler, ma vengono suonate da musicisti in carne e ossa, cosicché si possano formare piccole differenze negli attacchi o negli sviluppi dei moduli, impercettibili spostamenti di tonalità, che diano un effetto allucinatorio. In Suara Naga ci sono molte canzoni in cui i loop sono basati su alcuni cliché del classic-rock, oppure su beat hip-hop suonati in maniera appositamente inesatta, di modo che possano creare composizioni inedite.

Anche qui, la rielaborazione diventa idiosincrasia, senza la sfumatura disforica del termine. L’esperienza del musicista produce un’unicità, che esula dai riferimenti. Quando gli chiediamo una carrellata di musicisti a cui guarda con interesse, ci parla praticamente solo dei suoi amici. L’unico che cita che non è compagno di scuderia, e che quindi esula dalla compagine K Recs, ma che proviene da quella Thrill Jockey, è appunto Daniel Higgs. Altro musicista americano che guarda a Oriente. Personaggio per molti versi simile a ADD. Uno che dopo un’esperienza di band post-hardcore – in quel caso i Lungfish, formatisi già nella seconda metà degli anni Ottanta – si è dato ai raga indiani e alla mistica musicale, e solitaria. Non a caso il punto più alto per Daniel è forse la raccolta fuori formato di Atomic Yggdrasil Tarot, ricca di disegni patafisica e transumani a opera dello stesso Higgs.

Moltissimi elementi in comune, dunque. Chiediamo a Arrington cosa attiri ai musicisti americani dell’Oriente, posto che qualcosa li affascini degli altri mondi. “Molto interessante!”, esclama ADD, “ma posso solo fare una supposizione: in America l’immaginazione è uno dei valori più riconosciuti, e forse questo porta a non accettare semplicemente le cose per come sono, ma a fare ricerca, a essere curiosi, a indagare altre forme”.

Si torna con il pensiero al senso di comunità dell’Olympia Festival; il contrasto con un progetto solista – quello di Malaikat Dan Singa, all’interno del quale Arrington si avvale di una decina di musicisti diversi, che ruotano a seconda delle circostanze – non sussiste se la personalità del singolo si inserisce in un programma comune. A suo dire, poi, la solitudine del processo creativo non esiste, se l’energia arriva direttamente dal cosmo, e dalla carne della terra. Un altro loop. Uomo / mondo / cosmo. Parlare di Arrington, del suo presente e del suo passato, porta a intraprendere circolarità di ragionamento e ispezione. Siamo convinti che questa retrospettiva debba però aver termine con un gancio nell’immediato futuro, cui vorremmo partecipare, se non fosse impossibile. A breve Suara Naga sarà suonato da Arrington e dalla sua band direttamente davanti a un pubblico indonesiano. Chissà se la reazione sarà simile a coloro che in USA per primi videro strepitare gli Old Time Relijun ai tempi di Uterus And Fire.

13 Giugno 2011
13 Giugno 2011
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