Ballate folk per sussurro solo

Lo si capisce da come pizzicano le corde di una chitarra, di
un’arpa, da come toccano i tasti di un piano, da come decidono di
utilizzare gli ausili di un computer. I Tape suonano con il timore che
quelle note appena sussurrate potrebbero, un giorno, non essere più
disponibili alla memoria dei posteri.

La memoria, qui, è
quella della tradizione folk, musica labile per definizione. Melodie
abbozzate la cui traccia resta, per alcuni frangenti, nella mente di
chi ha ascoltato, o, per frangenti un po’ più lunghi, su nastri che
girano per registrare, mentre altri suonavano. Nastri che solo la
curiosità dell’oggi porta a riversare su formati più stabili, più
longevi.

La memoria, qui, è quella di un computer. Ma un
computer non troppo potente, e utilizzato alla stregua di uno strumento
tradizionale. Nei dischi dei Tape l’elettronica non ha la funzione di
fare da fluidificante tra gli elementi suonati, come avviene nel grosso
dei lavori di elettroacustica che si compongono oggigiorno. Al pari
degli altri strumenti, l’elettronica incomincia un discorso, lo
interrompe. Cerca il dialogo delle altre voci, non lo trova quasi mai.
Disturba. L’elettronica è strumento di disturbo. Succede,
quindi, che anche la memoria del computer finisce per divenire memoria
a breve termine. Quel po’ di memoria che basta per produrre un brusio,
un ronzare di fondo, glitches e suoni digitali abortiti.

Andreas
Berthling, Johan Berthling, Tomas Hallonsten e un’infinità di strumenti
sono i Tape, che nascono nella Stoccolma che saluta il terzo millennio.
Due anni dopo arriva il primo lavoro, Opera(Häpna, 2002 / rist. con 3 br. inediti Häpna, 2008), un’uscita
accompagnata da un eccesso di prudenza tanto che una ancor giovane
Häpna, etichetta gestita per metà dallo stesso J. Bertling, ne stampa
solo poche copie, come avverrà per il secondo lavoro. Andranno tutte
rapidamente esaurite.

I brani sono dieci, come in quei vecchi album di canzoni. Ma quelle di Operanon sono esattamente canzoni, sebbene esteriormente, per la forma, per
il minutaggio, si potrebbero scambiare per tali. Sebbene la ricchezza
della tessitura sonora, l’abbondanza di strumenti utilizzati, la cura
nell’arrangiamento fanno pensare agli ultimi Talk Talk. Ma in Bell Mountain,
una svogliata chitarra folk disturbata dal fruscio di elettronica
discontinua. Nelle estenuanti ricerche di assestamento su una linea
melodica indovinata allo sbocciare di un brano, di solito un arpeggio
di chitarra. Nei grappoli di note, chitarra e vibrafono, che prendono
vita da una fisarmonica che pare omaggio a Pauline Oliveros (Longitude, Radiolaria). Nell’immancabile, meticoloso lavoro sugli armonici di una chitarra (Noises From A Hill). No, nemmeno l’ombra di una canzone in tutto ciò, ma sprazzi di bellezza miracolosa disseminati qua e là. (7.3/10)

Di
cui s’accorgono, primi, altri musicisti. Gli stessi che scorgono un
potenziale di bellezza infinita in ciascuno dei frammenti di musica di Opera. Naturale l’approdo ad un album di remix, ancor più se si riflette sulla logica compositiva che sta dietro ai brani di Opera.
Gli originali sono smembrati secondo l’unico decostruttivismo possibile
con Tape: se le composizioni scaturiscono da un’intuizione melodica
originaria in seguito reiterata (il minimalismo è influenza manifesta),
allora che si torni a quell’intuizione originaria. In Operette (CubicFabric, 2004) il più intraprendente è David Grubbs, che appesantisce di orpelli barocchi Radiolaria. Tutti gli altri stanno a guardare, come incantati, la purezza delle fonti, qualche ritocchino digitale (Ambarchi, Fonica), l’innesto (poco riuscito) di una base ritmica (Hazard), la sottolineatura dell’avviluppo ciclico tipico di certi brani (Aggereg, Mathieu), o addirittura un ulteriore lavoro di sottrazione e riduzione, se ancora possibile (chi, se non i giapponesi Minamo, con i quali i Tape divideranno in seguito un album, Birds Of A Feather, HEADZ, 2007). (6.5/10)

Registrazioni
d’ambiente, una chitarra, un sassofono ora più ora meno jazz, un
pianoforte. Stentano ad andare d’accordo. È la terza traccia, Crippled Tree, quella che racchiude in sé tutte le novità di Milieu (Häpna, 2004 / rist. con 3 br. inediti Häpna, 2008). Un sapiente utilizzo dei field recordings (Root Tatoo), una tromba che è sempre più spesso protagonista (Sponge Chorus), l’ombra lunga del jazz che si erge alle spalle di certi brani (o addirittura sentori di tango, in Long Bell e Golden Twig), l’impronta marcatamente acustica di certi altri (il banjo di Switchboard Fog, Oak Player).
Un album breve, per molti versi simile al precedente, forse meno
dispersivo e più centripeto rispetto alla parvenza di una struttura,
seppur evanescente, pur sempre immaginifica. (7.3/10)

Dopo l’Olanda dell’improvvisazione per la serie Mort Aux Vaches (Staalplat, 2004), per il terzo album i Tape scelgono la Germania, Colonia, Marcus Schmickler (l’uomo dietro Pluramon), che si occupa della registrazione, del missaggio, produce. In Rideau(Häpna, 2005)la
durata dei brani, solo cinque, si dilata notevolmente. L’atmosfera si
fa più cupa, meno intima, gli sprazzi di melodia sono bagliori
improvvisi e fortissimi (Sunrefrain). Chi ascoltasse queste
note senza conoscere i Tape, etichetterebbe con troppa fretta: post
rock. E’anche il disco in cui più forte si percepisce l’influenza del
minimalismo (reichiano: A Spire) sul processo compositivo: i
brani sono lunghe pulsazioni di suono che carezzano una melodia
proposta da uno strumento (un organo, un piano, una chitarra). Per chi
scrive, il lavoro meglio messo a fuoco a tutt’oggi. (7.5/10)

Ormai
affare di culto, dopo aver calpestato le terre di Giappone, Taiwan,
Stati Uniti e mezza Europa, il terzetto giunge al traguardo del quarto
album, Luminarium (Häpna, 2008), registrato
in quella Stoccolma che pare percepirsi tra le righe di brani ieratici,
figli di una scrittura che deve meno all’improvvisazione che
all’acquisito mestiere di costruire micro-sinfonie arrangiate come se
il mondo, domani, potesse all’improvviso smettere di ascoltare.

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