Verso l’indeterminazione, senza verso

All’indomani dalla pubblicazione di Una Giornata Uggiosa fu chiaro ai più che la collaborazione Battisti-Mogol si fosse esaurita. C’era stato sì il successo del singolo Con Il Nastro Rosa ma per tutto l’album ti abbracciava una nebbiolina umidiccia aizzata da testi che, se da una parte premevano su tematiche comuni alla gente comune, dall’altra porgevano il fianco a quanti accusavano il paroliere milanese di impantanare Battisti nella formula buona per tutti e per nessuno della canzone pop-pantofolaia.

Da tempo il compositore aveva decretato lo stop di ogni attività promozionale (ultima tournée nel 1976, ultima apparizione in playback per la Tv svizzera nell’80); a conferma di una decisione tanto drastica va riportato lo spiazzante annuncio del ’76: “Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare con il pubblico solo per mezzo del suo lavoro”. Un risolutivo giro di vite avvenne con la pubblicazione di E già (Numero Uno, ‘82): infatuatosi dal synth-pop di Ultravox (periodo Midge Ure) o più semplicemente della new wave d’oltremanica, Battisti concepì un coraggioso prodotto di transizione, adoperando i testi forzatamente intellettuali della moglie Grazia Letizia Veronese sotto pseudonimo di Velezia. Significativi i ringraziamenti a questo e quello, dalla poesia americana del ‘900 alle religioni indiane e passando per l’architettura postmoderna.

Poi venne Pasquale Panella. Poeta e scrittore romano, fresco dall’avventura riuscita a metà nell’album di Pappalardo Oh! Era Ora (suonato quasi interamente da Lucio) al Nostro fu chiesto di scrivere i versi per la successiva uscita discografica del compositore poiano. Il risultato spiazzò critica e fan: Don Giovanni (Numero Uno, ‘86) sottolineava ai duri d’orecchio un cambiamento drastico sotto ogni profilo. L’album uscì in solo vinile e musicassetta (si dovette aspettare il ’94 per la versione cd) con un elegante acquerello astratto tracciato dallo stesso Battisti, il quale realizzerà le immagini per tutti i dischi successivi, via via più minimali e desolanti. Le Cose Che Pensano apre a un pop della malinconia cocente, “jazzato” in un completo dai toni blu notte, oppure siderali. Vale in parte per Panella la considerazione rivolta ai testi di Syd Barrett dal critico Paolo Bertrando: “Pare stia per arrivare da qualche parte (…) ma in qualche modo non ci arriva mai. Si crea una costante tensione, uno spiazzamento in cui l’ascoltatore è insieme affascinato e deluso, preda dell’inquietudine”. Va da se che Panella è scrittore per davvero, autore tra l’altro del romanzo La corazzata e della raccolta Oggetto d’amore, editi entrambi dalla coraggiosa Minimum Fax. Una rara padronanza del linguaggio gli permette di piegare significati vecchi e nuovi alle bizze di uno spirito sbarazzino, disinteressato a tracciare con la precisione dei più. Egli insinua, più che descrivere o narrare. Il discorso meriterebbe uno spazio a parte ma basta l’ascolto delle immagini culinarie in Fatti Un Pianto per intendere una fetta della grandezza sprigionata dalla coppia artistica (poi si gioca al cataclisma dei sentimenti, esagerando sul finale con Battisti che si fa imperativo nel dictat “Dai piangete!”). La titletrack è struggente reinvenzione dell’amore; Madre Pennuta, maliziosa, porge il fianco a ogni deragliamento del subconscio; Il Diluvio combina perfezione stilistica a parole in bilico tra il dramma e la beffa. Da questa manciata di brani gli Audio 2 costruiranno inizio e fine della propria carriera, facendone un Bignami per i ragazzi del muretto. In ogni testo di ogni album Battisti-Panella sono contenuti una miriade di versi illuminati dalla sintesi perfetta delle più disparate tecniche letterarie (collages, patchwork, pastiche, manipolazioni, paradossi, aforismi fittizi…): mettersi a elencarli o commentarli sarebbe gioco meraviglioso ma estenuante; ci si atterrà a pescare nel mucchio. Line-up (come dai tempi di Una donna per amico) è e sarà fino all’ultimo album, esclusivamente straniera.

Il successivo L’apparenza (Numero Uno, ’88) sancisce un nuovo modus operandi imposto dal paroliere che, per rendere il processo più interessante, consegnerà i testi fatti e finiti attorno ai quali Battisti dovrà arrangiarsi a costruire le musiche, forzando i versi in metriche spesso asimmetriche tra loro. Per capire quali funzionino il musicista adotta la tecnica: se non si capiscono vanno bene. L’operazione verrà iterata per gli album successivi prima sotto dettatura telefonica, poi via fax, infine come e-mail. Questa condizione acuirà lo straniamento dell’ascoltatore, ora commosso da emozioni quasi identificabili (“Quindi facendo finta/che non sai parlare/ti metti un dito in bocca, l’anulare”) ora intontito da rime semplicemente destabilizzanti (“Ah! come sono vivace come uno che tace”). L’apparenza è raccolta di emozioni oscure per formazione pop; niente assoli, niente ritornelli a ingombrare la pista. Incapace di descrivere l’opera a dovere decido di sottoporla all’ascolto di alcuni stimati conoscenti. Alcune impressioni: “Non ha senso”, “Mi istupidisce”, “Difficile cantarci sopra”, “Non è Battisti”, “Ogni giorno ci scopro qualcosa”.

La Sposa Occidentale (CBS, ’90) tenta d’investigare un funk bianchissimo secondo synth-pop e scampoli d’italianità. Di che parla Tu Non Ti Pungi Più, droga? alienazione? Non puoi che supporlo. Potrebbe Essere Sera, Campati In Aria e la titletrack si distinguono per un’effervescenza che la voce di Battisti non contribuisce a evidenziare, ma una cosa è certa: ci si aspetta qualsiasi parola della nostra lingua. L’amore cantato nei successi da classifica pare messo da parte. I Ritorni, invece, lo ripiglia, appiattendolo contro metafisiche d’inspiegabile efficacia e risultando alla fine uno dei pezzi preferiti dell’intero catalogo, anche dai fan della prima ora. Panella scopre una nuova forma di commozione, rifiutandosi saviamente di darle un nome: “Abbiamo un solo limite: l’amore che ci divide/come la ragione, perché con la ragione si sopravvive a tutto/si distrugge il distrutto, ricostruendo a intarsi la copia fedele dell’innamorarsi”.

Cosa Succederà Alla Ragazza (Columbia, ’92) ripiomba in quella sconsolatezza rintracciabile più nell’atmosfera che nelle liriche, impiattando tentazioni quasi techno, come nel delirio dadaista della titletrack. La Metro Eccetera recupera soluzioni melodicamente vincenti ma Ecco I Negozi e Però Il Rinoceronte ribadiscono un’incalcolabile distanza tra gli autori e il pubblico. Qualcuno parlerà di operazione fine a se stessa. Altri si spingeranno a teorizzare significati a mo’ di scatole cinesi: le iniziali di Cosa Succederà Alla Ragazza (C.S.A.R.) sono anche quelle con le quali si indicavano gli zar russi, dunque un Battisti “monarchico” rivelerebbe una volta per tutte la sua inclinazione di estrema destra. Venne scomodato perfino Wittgeinstein, parafrasato nel giudizio: “Quest’album lo comprenderà solo colui che abbia già pensato pensieri ivi espressi”. Un critico musicale ipotizzò la religione come puro fraintendimento linguistico contro la logica (e torniamo a Wittgeinstein), forte dell’ambiguità aizzata in Così Gli Dei Sarebbero (“…Mancandole la ‘esse’, lei diceva ‘Nettuno nettuno’/così gli dei sarebbero un intimo difetto di pronuncia”). Esercizi fino allo slabbramento, per chi non si accontenta del prodotto comprato in discoteca.

Panella, stanco dell’operazione (da una delle rare interviste: “Perfino Luzzatto Fegiz cominciava a parlarne bene”) chiude con Hegel (Numero Uno, ’94), suonato dal solo produttore Andy Duncan e il polistrumentista Lyndon Connah. Il gelo è palpabile, la voce un guscio svuotato, persa in recitati senza vita o in deboli falsetti. Le parole, al solito, restano miracolose. Ma è chiaro uno scollamento con le strutture ritmiche, invero banalotte e testardamente sintetiche. Si rispolverino almeno le morbide La Bellezza Riunita ed Estetica (“Se lo spirito s’eccita, per caso esilarando/oppure ardendo, bruciando bruciando”).

Finisce lì (non con la burla dell’album postumo L’asola o meglio La “sola”, né con le due deboli pre-produzioni inedite Il Bell’Addio e Il Gabbianone), quell’ardua avventura, col triste epilogo della morte di Battisti a 55 anni nel ‘98. Nel 2006 Sony/BMG semplifica la vicenda raccogliendo gli album sopra detti nel triplo Battisti-Panella, Il Cofanetto. L’inclinazione verso il mistero non si fa attendere: dimenticate le copertine originali (sostituite da un dripping d’inchiostro) e tutti i crediti dei musicisti. In sostituzione, commenti in rime criptiche di Panella, ultimo guizzo per chiudere una storia leggendaria dal primo vagito. Tante le collaborazioni dello scrittore: Anna Oxa (contestatissima a Sanremo 2006 con Processo A Me Stessa), Branduardi, Cammariere, Zucchero, Cocciante. Nessuna di queste parentesi è però paragonabile alla sinergia sprigionata da quei cinque album, creatori loro malgrado di un nuovo presupposto della canzone italiana.

L’intervista

Pasquale, partiamo dall’epitaffio.

Qui giacciono le note. Composizione è un termine condiviso dall’estetica musicale e da quella mortuaria. “Composizione della salma” mi pare un’espressione giustamente conservativa, da conservatorio. L’artista (come “di seguito” è “detto” nei contratti ogni povero illuso) è un’urna cineraria.

Quando vuoi con forza, cosa vuoi?

Il meglio è l’abbandono e la spensieratezza. La tristezza è volerli con forza o con la forza. La tristezza è l’ultima risorsa.

Conoscersi delimita?

Conoscersi raddoppia. La stucchevole espressione “io è un altro” è la semplice risposta all’altrettanto stucchevole esortazione “conosci te stesso”. Il pensiero alla fine è una aggrovigliata cornice tra due stucchi.

Una maggioranza presuppone una maggioranza in errore?

La maggioranza è una figura retorica dell’essere umano come discorso (da discorrere: correre qua e là). Il punto è se il “qua” è più vasto del “là”. Poi: se sei qua o là. La maggioranza è romanzesca, la minoranza è poetica ma raramente. Più spesso è presunzione lirica, quindi maggioranza.

L’Italia è veramente quella dell’Albertone nazionale e del “Volemose bbene”?

Altro che “volemose bbene”… Sordi come Totò e Peppino, il loro cinema, sono gli originali di cui Apocalypse Now e Blade Runner sono il plagio spettacolare. Sono entrati nelle tenebre del cuore e hanno visto cose.

Provare imbarazzo per la proprie opere giovanili è un buon segno?

Il ragazzino che ero mi intimorisce, è l’autore che ammiro di più.

Chi si evolve si complica?

No. L’inizio è una splendida complicazione. Chi si evolve, purtroppo comunica, mette le mani sulle ostie, ne ha licenza, diventa eucaristico: l’ecumenica resa.

Che ci fai in arte col buon senso?

Il buon senso è una buona digestione.

E col buon gusto?

Il buon gusto è una buona espulsione. Questo per un’arte che sia un’ottima equilibratrice dell’intestino. C’è anche spazio per avanguardie purgative.

Fede e ateismo… o si tratta di saltare da un dio all’altro?

Non ci risparmieremmo nulla, né fede né ateismo. Infatti non ci risparmiamo né l’una né l’altro. Senza nemmeno troppi sforzi, soprattutto intellettuali, che non servono a nulla. La cosa avviene così, naturalmente (perché fede e ateismo attengono alla natura, ai sensi): succede che io senta parlare di fede da chi ne è intriso e i miei sensi reagiscono male, hanno la nausea (non solo il gusto e l’olfatto, ma anche il tatto, la vista e l’udito). Sarei ateo (infatti, quanto è possibile esserlo, lo sono) ma se sento parlare convintamente di ateismo ho un disgusto non per l’ateismo ma per l’ateo. Insomma, fede e ateismo sono due insopportabili presunzioni, ributtanti se provate (e poi dimostrate con i ridicoli mezzi dell’uomo). L’ossessione di tutti è la prova, la messa alla prova. Ma l’ateismo gode (sì, gode) di un vantaggio: si può essere atei da soli. La fede, anche eremita, vaneggia d’altro, dell’altro oltre sé. Pur nell’indigenza stilita, anzi di più. Per esempio la fame fomenta miracoli, visioni… la fame e l’astinenza incoraggiano familiarità con ciò che non c’è… si potrebbe anche dire che l’ateismo è vaneggiamento di sé oltre l’altro. Alla fine non sarebbero che due perplessità. La credulità in fondo (sul fondo) è una: credere di fondare solide impalcature sull’una o sull’altra perplessità. Credere cos’è se non credere di credere? Si balla, è un doppio passo: credere di credere, un principio di tango. Credere o non credere è un passo solo, primo e ultimo… aggiunto agli altri due fa tre, un tentativo, un’opportunità, un valzer, giri di speranze… prendi Dio, è un grande sforzo per l’uomo… secondo me nessuno ci crede… ma molti credono di crederci…

Proverbi: ci intravedi un retrogusto osceno?

Più che i proverbi i luoghi comuni hanno a che vedere con l’osceno quando tu, fuor di luogo, li frequenti. Retrogusto come tuo (mio) retrogodimento (più che retropensiero) bieco. Ne so qualcosa con canzoni e affini. La melodia, la linea del canto è un luogo comune, o lo crea, lo predispone, lo apparecchia… se si conoscesse l’indicibile, velato da tutto ciò che pare detto… se si conoscesse… io entro fuor di luogo in quel tinello (è la parola… la musica leggera italiana arreda tinelli) e alzo un paravento di parole… dietro il quale eccetera… un gioco per tutti? Leggere la critica con la patta aperta o col capezzolo che ancora fa il duro. Ah, la critica allora com’è piena di scurrili doppi sensi, veramente, il migliore Scarpetta… leggetela così, datele soddisfazione. Una commedia degli equivoci di livello alto, mica soltanto porte sbagliate che sbattono, ma proprio lavori di tutti i tipi, di bocca, di mano, d’anima e corpo. Il senso è doppio, uno è pensiero, in due fa corpo, la critica completa l’opera… il loro accoppiamento, tra opera e critica, è una farsa assai divertente…

Dove inizia il tuo mondo?

Da qui, da questo sguardo su questo farsesco orrore…

Te ne frega di risultare incredibile?

Si vede che lo sono. Essere credibili vuol dire, spesso, essere patetici. Se sono incredibile mi risparmio d’essere querulo, implorante… questi artisti… questi artisti penosi che chiedono pietà ovvero ti illustrano in tre prudenti parole la loro opera: come ruttano correttamente.

Ironia della sorte: in pochi si sarebbero aspettati un tormentone da te, eppure “Trottolino amoroso e dudu…” da Vattene Amore per Minghi/Mietta…

Per me fu vera e propria sperimentazione. Altrove andavo a braccio, qui cercai. Quel verso lo volli e l’ottenni, me lo estorsi godendo, sia da estorsore che da defraudato, mi colsi sul fatto, ebbi coraggio… fu un verso urgente… come quando, abbracciato, abbracci, vuoi dire e non sai che cosa, vuoi suono, sei senso e vuoi suono, vuoi sboccare più che dire… mi commuovo al pensiero… e la commozione se lo divora, il pensiero… per voce maschile è “trottolina”… mi viene da piangere, piango col ventre…

Il motto di non so chi tuonava ‘Because we must’. Cos’è che assolutamente devi?

Una cosa che spesso devo o dovrei: lasciar perdere.

(“La Repubblica”, 1998) Tu a Boncompagni, che rimpiangeva il Battisti con Mogol: “…Con te ci vediamo fuori, perché io sono un teppista e vado fiero della tua imbecillità”. Eppure l’opera Battisti-Panella, a distanza di quasi 10 anni, non è ancora riuscita a convincere i grandi numeri. Sta lì la sua forza?

C’è qualcosa di grande in quei cinque dischi, ce la misi di mio, quindi so che c’è, e resta intatta… c’è questo, un’insinuazione: la possibilità di ignorarli quei dischi, di disinteressarsene, di farne a meno. Non ne hanno approfittato tutti perché l’interprete era magnifico.

Dylan sostiene l’impossibilità di far poesia nel formato della canzone popolare poiché la metrica del verso deve pur sempre adattarsi a esigenze estranee a quelle della letteratura vera e propria.

Le metriche predisposte dalla partitura di una canzone, dalla linea melodica, sono metriche ingenue. Ma non è questo il punto. Il punto è che sono metriche ingenue utilizzate con furbizia. Non con furbizia malevola, quell’astuzia nell’ombra, quell’ingegno rischioso se ti pescano. No, non quello… con furbizia benevola, sì, sicuramente… la scappatoia da fermi, illuminati bene, rivolti a un pubblico, come merluzzi con in bocca il limone del canto. La vera letteratura è quella che stiamo facendo adesso, perché non abbiamo clienti in pescheria.

Qual è la differenza meno evidente tra lo scrivere un romanzo e una poesia?

Mi è scappato detto prima. Non so se lo è ma dovrebbe. Sì, la maggioranza, la minoranza… io, per esempio… devo confessarmi, ho bisogno di un prete… ecco a che serve la religione cattolica, a dire frasi così, perfino sentitamente. Da ragazzino il solo pensiero di scrivere un romanzo mi faceva svenire, era la mia vita e il suo venir meno, e lo è ancora… perché non lo faccio? L’ho anche fatto, quasi evitando di farlo… perché non lo faccio? Perché per scrivere un romanzo devi sentire d’essere al mondo, e a me non pare d’essere al mondo, devi sentire intorno a te una maggioranza della quale fai parte, e io non la sento. Poi sono veramente quello che sembro, uno sprovveduto sia strategicamente che tatticamente… e se tu (non so a chi mi rivolgo)… e se tu in buona fede vuoi prenderti cura di me, allora dillo, fallo anche contro la mia volontà… allontana da me questi versi ingannevoli, questa illusione di minoranza… in musica per molti. Non sono nello stato d’animo che mi permette di sottilizzare su quale sia la differenza meno evidente. Che il romanzo sia accettazione e la poesia rinuncia? Può essere, dovrebbe, ma do i numeri, parlo in astratto. Perché concretamente né accetto né rinuncio, mi chiudo tutt’e due le vie.

Qualcosa in Hegel non funziona come ne L’apparenza o La Sposa Occidentale

I primi quattro dischi si ponevano, o disponevano, a favore di loro stessi, l’ultimo si dispose, o pose, a sfavor di sé. Fu giusto. E se non funziona sono contento, vuol dire che riuscii (non posso che parlare per me) a sabotarlo.

Quelli che, santino di Carmelo Bene alla mano, riversano fiumi d’inchiostro per illuminare il popolo in merito alla differenza tra “atto” e “azione”. Quante volte può stupire un esercizio di prestidigitazione prima della noia?

I celebri dualismi, come dire i celebri francesismi (tu che parli e tu stesso che ti ascolti)… le parole danno alla testa come il bene e il male (altre due parole… e, tra due parole messe in differenza, una è in atto e l’altra in azione), assillano, si congiungono o si distanziano a seconda, convengono o non convengono, da una parte la conversione, dall’altra la bestemmia… disessere o disfare, il cavillo, la logologia, il logoteismo, la creazione di un principio verbale, il pre-Dio… per dire che in principio poi… poi eccetera eccetera… l’uomo come fisima del mondo… Dare speranza quando dovresti essere: la speranza. La parola più infida del mondo.

Quelli che, spaventati dall’arbitrarietà concessa da Rimbaud al lettore nella rappresentazione delle Voyelles, si scervellano a capire perché la A sia nera, la E bianca ecc.. Una maniera per fermarli?

Più bella e più vasta, estesa come una carta geografica, concreta, pittorica, fu la poesia dalla quale anche quella nacque e che, prima di quella, lessi. Faceva così: A, Ancora; B, Bandiera; C, Casa; D, Dado; E, Elica; F, Farfalla… vocali e consonanti… e via così, per sempre. Perché le due poesie si somigliano? Perché manca il come. È il come che arresta il lettore per furto di similitudine… come fosse una mela che somiglia a una guancia, e quello che tu figuri ha sfigurato un viso. Perché fermarli? Lasciamo che corrano dietro Rimbaud che intanto urla: “Non mi ruberete nulla”. E ha ragione, con quella poesia cade (cadrebbe) la citazione, la sottrazione di verso.

Gli album con Battisti rappresentano un’esperienza sintetizzabile in una frase soltanto?

La dolcezza è inascoltabile… la dolcezza che io rivolsi a me… e fu per quella dolcezza che i cinque dischi sono forse gli unici che nessuno potrà mai ascoltare come merce.

Cosa non è possibile sintetizzare in una frase?

Le frasi esistono per questo: non tanto per sintetizzare ma per far sembrare sintetizzabile il mondo. Comunque, se proprio devo inventarmi una risposta (è un gran bel gioco stare al gioco), voglio dire la cosa che più mi pare sia temuta da chi si esprime per frasi, quindi da tutti, duttile come il caramello o il miele che cola in filamenti da medusa, e chi tocca quei filamenti muore. La dolcezza. Non è possibile sintetizzarla, uno: perché non è un prodotto di sintesi, due: perché facilmente diventa un’altra cosa.

Leggendo Panella si finisce per aspettarsi il ‘tutto’ a discapito del ‘qualcosa’. Una cosa banalina mi piacerebbe particolarmente: la scena di morte più intensa nella storia del cinema?

Più che nella storia del cinema, nella mia storia: la morte di Giovanna d’Arco, arsa viva nel film di Victor Fleming. Ero bambino e m’innamorai. L’attrice era Ingrid Bergman ma io vidi la ragazza. Sentiva le voci, io sentii che sentiva la mia. Non capii nulla del suo vaneggiamento di tutt’altro in sé, il suo delirio mistico. Fraintesi il rogo col godimento. O non fraintesi.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

L’illusione, come sempre, l’ho detto prima senza dirlo. Oggi si ascolta il suono della merce, la merce si legge, la merce si guarda. Artistico è il supporto. Il “di seguito detto artista”, com’è scritto nei contratti (il postumo), o “per brevità detto artista” (il caduco), è un complice della merce. L’illusione è che (io) sia un guastatore, un infiltrato o, stupidamente, un eroe.

1 Marzo 2007
1 Marzo 2007
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