Bianchi per caso

“Molta gente non capisce un cazzo. ” (MCA)

Ci siamo cascati un po’ tutti all’inizio. Ce l’hanno fatta sotto il naso vent’anni fa, facendoci credere di essere gli inetti così tipicamente “all American” che il nome lasciava intuire. Roba per un B-movie da strapazzo: birra, sesso e strafottenza adolescenziale crudelmente esibite. Un accidente: se un paragone filmico ha da trovarsi, è con i sottili ma sbracati studenti di Animal House. Schegge d’anarchia alcolica incuneate nel sistema, pronte a farlo vacillare se non si prendono le dovute misure e s’inocula il vaccino. Ci provarono, a suo tempo, ma i tre tennero botta perché la missione era di quelle che segnano le epoche: recitare da pionieri del crossover in prima linea, facendosi dare una mano da colleghi come Run DMC, per abbattere la cortina che separava il rock dal rap, passando per il punk in versione hardcore e il metal. Perché erano la stessa cosa, generi spuntati dal basso e perciò alla democratica portata di molti se non proprio tutti, bastava aver qualcosa da dire e un modo per farlo che fossero qui per rimanere.

Afferrammo che si trattava della medesima frustrazione, schiacciata a forza dentro un disco e vomitata fuori dalle casse, come una lattina di birra agitata e aperta in faccia ai genitori, al preside, alla polizia. Cavandoci del denaro, poi, non lasciato in mano a un McLaren qualunque ma gestito con autonomia aromatizzata di sberleffo. Maturando addirittura, in saggi che non predicano, con una serie di dischi pressoché immacolata che è insieme causa ed effetto della crescita. Un percorso lungo il quale, a un certo punto, tutto fu chiaro come il sole. Che fossero tre ragazzi provenienti dalla borghesia ebraica newyorchese era il peggiore degli scandali, e fintanto che il ghetto non usciva dai propri confini tutto bene e sotto controllo, con gran fregar di mani ai piani alti del palazzo. Far passare Satchmo o Grandmaster Flash per folkloristiche macchiette non faceva differenza pur di intascarsi i proventi, ma guai a contaminare la gioventù WASP. Però, come per Elvis, quel che faceva paura non era il bacino roteante (nel caso specifico, una ballerina ingabbiata sul palco e le parolacce) ma bianco e nero che si mischiavano, per un po’ almeno, su di un bus che li portava in giro per l’America e sotto al palco da dove si sciorinavano le rime.

Lì stavano, inscindibili, la provocazione sociale e la grandezza stilistica: nel dare il “la” al decennio dei trapianti sonori e attraversarlo da Maestri. Nel far parlare tra loro mondi che – a torto, e molto – davamo scontatamente incompatibili ed erano così vicini da sfiorarsi. Quasi degli Hendrix a rovescio, fatti i dovuti distinguo, i Beastie Boys hanno impartito un’educazione sonora multicolore, dove trovavi George Clinton a fianco degli AC/DC, Afrika Bambaata sotto braccio ai Bad Brains e potevi adorarli allo stesso modo, senza vergognarti e perché mai dovevi. In moltissimi e tra loro disparati hanno con loro un conto aperto, e se l’hip hop è uscito allo scoperto fino a divenire – nel bene e nel male – ciò che è, il merito è pure loro. Il nuovo stile sul serio, una volta tanto.

GROWIN’ UP IN PUBLIC

“Il rap rivela lo stesso atteggiamento del punk di fine ’70.” (AD Rock)

Dall’ultimo dei nomi appena tirati in ballo conviene partire, perché è nel sottobosco della Grande Mela dei primi Ottanta che tutto inizia, quando Mike Diamond e Adam Yauch viaggiano a tutta – ehm – birra con l’hardcore vertiginoso (nonché scarsamente originale) dei The Beastie Boys, nei quali figura (una prima singolarità) anche la batterista Kate Schellenbach. Il primo vagito un EP nel 1982, quel Pollywog Stew (Rat Cage; 6.0/10) fedele alla linea e seguito l’anno dopo dal poco più fantasioso Cookie Puss (Ratcage; 6.5/10, nel 1994 riediti sull’esplicativo Some Old Bullshit; Grand Royal; 6.3/10): nel frattempo Kate ha dato forfait (fonderà le ottime Luscious Jackson) e con lei il chitarrista John Berry. Importante defezione, che fa posto ad Adam Horowitz, proveniente dagli Young & Useless e quindi dallo stesso giro. Ciò che imprime la decisa svolta è, tuttavia, l’arrivo in scena del barbuto Rick Rubin, amico (ma non per molto) e consigliere dei tre che da qui si ribattezzano come sappiamo. Costui li introduce al mondo parallelo dell’hip hop e li porta alla corte sua e di Russel Simmons, ovvero una Def Jam che sta raccogliendo attorno a sé i fenomeni che animano il Disco Fever o l’Anchor, locali per nulla diversi nello spirito dal CBGB’s, e le cui platee il trio contribuirà non poco a mescolare.

E’ lo stesso Rubin a far portentoso il primo album: sarà grande da produttore in seguito, ed è infatti dentro questi solchi variegati e in apparenza di granito che si gettano i semi dei ‘90. Non è hip hop Licensed To Ill (Def Jam, 1986; 9.0/10), dato che ci sono riff di chitarra a profusione, e neppure hard rock perché si rappa con mocciosa indolenza. Poi rammenti che Jimmy Page ha rubacchiato ai maestri del blues e, nel ridare ai Cesari ciò ch’è loro, la chiave apre una prima porta. Anche per i Beastie, che si premurano di ribadirlo con lo sconvolgente magma di Rhymin & Stealin e The New Style, che pendono una verso il lato pallido e l’altra d’ebano della mistura incontrandosi a metà di una terra di nessuno. La stessa che nutre i fiati della fenomenale Slow Ride a metà tra Baretta e la Stax, poi unifica Violent Femmes e Isley Brothers (Girls, che praticamente plagia Shout). Sconquasso da lasciar increduli prima e indurre a escandescenze da headbangin’ subito dopo, quando ti s’abbattono addosso Fight For Your Right (Lemmy al posto di Vicious per un inno sovragenerazionale) e No Sleep Till Brooklyn (Kerry King alla fermata dopo Hammersmith…).

La sorniona Paul Revere e la post disco di Hold It, Hit It riequilibrano la bilancia, i piatti della quale saltano sotto la scombinata Brass Monkey, con ottoni che maneggiano un funk intellettuale e bianco che si trova solo a New York, fungendo da ponte per il riassunto finale di Slow And Low e Time To Get Ill, tra chitarra chirurgica, rime ipnotiche e rintronante turntabilism. Ci vollero due anni di lavoro, ma il risultato è un disco impossibile da sottovalutare per impatto e portata, sulle prime monolitico e viceversa articolato. Parve insuperabile e quasi ne fummo persuasi non appena i media si accorsero dell’apparenza dei Ragazzi Bestia, del tour con Madonna e di Eloise nella gabbia col fallo gonfiabile (agli Stones, dieci anni prima, andò liscia e i perché saranno chiari…), dell’amicizia con Tyson e dell’uovo marcio tirato in volto ai pagliacci Sigue Sigue Sputnik.

Caos premeditato e ovvio contante a fiumi che ne deriva mentre l’ascesa sembra inarrestabile; gli si ritorce contro, invece, a Liverpool, dove AD Rock rispedisce al mittente una lattina e centra una ragazza incolpevole. Non si aspettava altro: il relativo processo e i problemi di royalties con la Def Jam bloccano la posse per due anni e rotti. Reagiscono facendo quadrato, i tre, con orgoglio genuinamente “hc” che partorisce un lavoro complesso e in anticipo come Paul’s Boutique (Capitol, 1989; 7.8/10), meditato e stratificato secondo atto che in tempi non sospetti tira fuori dall’armadio funk e Parliament. Prodotto da quei Dust Brothers che stavano dietro a Tone Loc e saranno il carburante segreto di Beck su Odelay (si sente, altrochè), emerge alla distanza con trame percussive e cantilene, con la blaxploitation minimale di Egg Man, col funk indolente che si respira ovunque e in Shake Your Rump su tutto, con le venature electro e le corde prelevate da Abbey Road per The Sound Of Science. Redimono qualche lieve stiracchiamento l’immensa Looking Down The Barrell Of A Gun (oscura possanza che somma i Black Sabbath e Sly Stone), il piano liquidamene jazz che imperversa in What Comes Around e i fiati che fan lo stesso in Shadrach.

C’è un singolo che diresti uscito ieri, Hey Ladies, ma non arriva che al numero 36 e delle vendite stratosferiche del predecessore – 750.000 copie solo nel primo mese e mezzo – manco l’ombra. E’ solo una transizione, però di livello elevatissimo, che il triennio incombente collocherà nella giusta prospettiva.

THE BEA(S)T INSIDE

“Gli U2 ripropongono lo stesso giro di chitarra da anni.” (AD Rock)

Diventar grandi non piace a nessuno, costa fatica e regala cose che capisci più tardi, se hai fortuna. Al trio tocca prender armi e bagagli e rifarsi le ossa da zero, perché il disco non è piaciuto all’etichetta, convinta di avere assoldato una gallina dalle uova d’oro che ha tradito le attese. Si rimboccano le maniche e coi proventi guadagnati fin lì allestiscono uno studio e fondano un’etichetta di loro proprietà, la Grand Royal. Come accennato, servono trentasei mesi per (buone) nuove: la copertina di Check Your Head (Grand Royal, 1992; 7.8/10) ostenta custodie di chitarra e basso sul selciato di una strada, mutamento ribadito dalla foto interna con Mike e i due Adam circondati da strumenti a pestare convinti e sorridenti. Si introduce l’idea di ensemble aperto con l’arrivo del pilastro Mark Ramos Nishita (sarà il loro Bernie Worrell), del produttore Mario Caldato Jr. e d’un plotone di percussionisti. Eccellente disco, ben scritto ed eseguito, porta avanti metamorfosi e incroci con un cantiere doppio su vinile, dove la molta carne al fuoco è quasi mai bruciata o scotta.

Arriva pure tra i Top 10 e un po’ sa di rivincita dei falsi nerd, suonato più spesso dalle radio dei college che da quelle black nonostante l’apertura che mette in ginocchio, elastica e vitale per l’inafferrabilità baciata da spontaneo groove, da Jimmy James alla rugosa Gratitude, passando per Funky Boss e Pass The Mic. Si affacciano con prepotente gusto le tastiere ribollenti di “Money” Mark, fenomenale nell’acid jazz Pow, nell’hop quasi “trip” Groove Holmes e nell’ipnosi da jungla metropolitana Lighten Up. Finger Lickin’ Good apre squarci d’India e campiona Bob Dylan nel fianco di un rimare sciolto che ha perso impudenza e acquisito autorevolezza. Come del resto fanno una mesmerica So Watcha Want e la sensualità “fumosa” di Something’s Got To Give, che rammoderna la psichedelia come Stand Together la no wave. Torna pure il punk a rotta di collo che con Time For Livin’ lancia il messaggio oltre la barricata, definitivamente raccolto e scagliato nei cieli dalla levitante visione di Namasté. Tempo per un altro capolavoro, a questo punto, che sintetizzi non solo un sviluppo prodigioso ma finisca per simboleggiare un decennio intero.

Il giugno del 1994 benedice Ill Communication (Grand Royal; 10/10), capitolo fondamentale dove l’attitudine fonde quanto conosce della storia, filtrandolo con un atteggiamento critico “post” per come ricontestualizza la materia in nuove fogge con esemplare linearità (“coolness” degli strumentali compresa…). Logico quindi che il funk s’accompagni ai Minor Threat (il sandwich tra Sure Shot e Root Down a contenere Tough Guy), la strada (B-Boys Makin’ With The Freak Freak, Get It Together, Do It) acceda al laboratorio (una davisiana Ricky’s Theme, le deviazioni di The Scoop, l’indicibile trittico finale tra psichedelia orientaleggiante ed echi di Can con Clinton in regia). L’hard è più nero della pece (Sabotage prepensiona Morello e Futterman’s Rule schiaffeggia gl’inebetiti Primal Scream) mentre questa gode di ottundenti, eccezionali additivi (tutta The Update, il violino impossibilmente folk che percorre Eugene’s Lament). Un mix padroneggiato alla perfezione, che siccome i tempi sono maturi significa doppio platino e vetta insuperata, dalla quale le Bestie scenderanno senza perdere la faccia e anzi rafforzando l’integrità, pur tra mille ostacoli.

Intanto si esulta per essere tra gli “headliner” al Lollapalooza ’94, pubblicare le amiche Luscious su una Grand Royal diventata anche rivista e, infine, sensibilizzare le platee alla causa del Tibet (impensabile solo un lustro prima, o invece sì: “hardcore” si resta – o si dovrebbe restare – per la vita, in un certo senso). Prima che il ben di Dio di cui sopra trovi un seguito, i ragazzi prendono tempo guardandosi indietro e mostrando facce complementari tuttavia opposte: il punk “adulto” del mini Aglio E Olio (Grand Royal, 1995; 6.5/10) e la raccolta di strumentali The In Sound From Way Out! (Grand Royal, 1995; 6.5/10), poi regalando ai fan la breve chicca di remix e live tracks Root Down (Grand Royal, 1995; 7.0/10).

NEW YORK , WE LOVE YOU

“La musica si basa sulle emozioni, ci devi metter dentro il cuore e non solo la testa.” (Mike D)

All’alba del 1998 gli appassionati concentrano le attese su Hello Nasty (Grand Royal, 1998; 7.3/10) e ne restano in parte delusi. Dura solo per i primi ascolti, dopo i quali subentra – in chi capisce – la consapevolezza della strada percorsa, del fatto che gli orizzonti di Transitions o Shambala avessero senso in quella temperie storica, la loro ripetizione insensata da farsi e pretendere alla stregua di uno Spiderland reiterato all’infinito, sino alla perdita del significato che lo generò. Ora, dove regnavano unitarietà e armonia, c’è dispersione, appannamento e qualche eccessiva lungaggine. Quasi che la magia cristallizzata in Storia fosse svanita nell’aria mentre i suoi scopritori si erano dati allo studio d’altre alchimie. Talvolta guardando nello specchietto retrovisore e sfacchinando con campionamenti mai così numerosi (The Move, Remote Control, The Negotiation Limerick File), oppure ben scegliendo i singoli (Three Mc’s And One DJ, Intergalactic e Body Movin’: appiccicosi e multiformi, faranno un ottimo lavoro). Convince più quanto diversifica la ricetta: l’exotica Song For The Man e i latinismi cocktail di Song For Junior, lo space hop Put Shame In Your Game e la narcolessia electro di Flowin’ Prose, il dub “scratchato” The Grasshopper Unit e quello da urlo che ospita il mito Perry Dr. Lee, PhD, il krauto crepitare dentro Instant Death.

Il difetto maggiore di Hello Nasty, la scorrevolezza d’insieme avara di coinvolgimento, non gli impedirà tuttavia d’essere campione al botteghino. La fine (del secolo) è intanto vicina, come quella di un mondo che sta per cambiare pelle. Arrivati ai fatidici “anta”, se nel contempo le sicurezze che da sempre ti scortano invece vacillano, diventa sempre più complicato portarsi in spalla parole come “youth” o “boys”. Il rock è la musica dei giovani, come no, e il pubblico si aspetta continuamente il “flavour” del mese. L’artista si dibatte tra fare ciò che vuole o dare alla gente quel che s’aspetta, nel frattempo il calendario perde un foglio dopo l’altro e gli spazi si dilatano.

A riempirli ci prova un’antologia doppia, ottimamente assemblata e generosa di rarità come The Sound Of Science (Grand Royal, 1999; 7.5/10), ma ci sono due Torri che vanno giù e un paio di guerre fresche di giornata, soprattutto, che fanno sparire dalle cronache il fallimento dell’etichetta del trio che ricomincia dalla Capitol. Cosa meglio, allora, che tornare sui propri passi con la saggezza acquisita per riversare cotanto vissuto in To The 5 Boroughs (Capitol, 2004; 7.6/10). Un’autentica Open Letter To NYC, come dice l’episodio migliore, canto di fratellanza rabbrividente cui funge da scheletro il riff di Sonic Reducer (al pari fenomenali la browniana Ch-Check It Out, l’old school barocca Right Right Now Now e quella classica di 3 The Hard Way, la fosca Rhyme The Rhyme Well). Una riflessione su cosa è rimasto della propria città dopo una ferita che appartiene all’umanità intera e mai si rimarginerà, l’album mostra ai tre i significati di un’epoca nuova e fin troppo simile a quella che li vide partire vent’anni prima.

Ed è per questo che il nuovo The Mix Up (Capitol, 22 giugno 2007, vedere spazio recensioni) compie, nella tradizione di quanto ragionato sopra, un passo in ogni direzione e persuade. Perché è il primo disco veramente strumentale e interamente suonato delle Bestie, graziato da una progettualità che conferisce senso al ritorno di Nishita, al funk maritato col jazz, all’incursione di Brian Auger sulla pista da ballo, alle policromie blues, all’acidità, alla Giamaicae alla wave che sguscia dal soul… Quasi non ci si crede, e viene voglia di riprendere il viaggio da capo. Lo stile: se non l’hai, mica lo puoi inventare. O forse sì…

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