Sguardi e rimedi contemporanei

Ha scelto facebook Cristian Bugatti, in arte Bugo, per rompere un silenzio durato tre anni. Via social network, di punto in bianco, un pomeriggio di settembre, esce la copertina e il titolo del suo ottavo album, Nuovi Rimedi Per La Miopia, un disco che ha ancora una volta a che fare con lo sguardo ma che sembra suggerire un’azione diversa della metafora dell’osservazione.

Universal è ancora una volta la casa discografica che griffa l’ennesima prova su major dell’ex lofier della provincia italiana, sette anni dedicati alla ricerca di un oggi musicale distillato da disparate correnti e percorsi post-moderni.  Da Golia e Melchiorre, il tracotante parto gemellare dai distinti volti (acustico e elettronico), Cristian ha sintetizzato una propria vena lirico-arrangiativa sposando il cantautorato pop italiano al folk americano, navigando tra diverse sfaccettature della popular contemporanea, dall’hip hop al lo-fi, dal country al idm, dal synth pop al glam rock.

L’ultima produzione del cantautore di Trecate ha dunque assunto connotati agrodolci (Sguardo Contemporaneo) quando non distaccati e cinici (Contatti) mantenendo tuttavia dei vestiti riconoscibili e allungato così lo sguardo sull’udito, curando l’aspetto fotografico e grafico delle proprie copertine e non ultimo avviando una vera e propria carriera parallela come videoartista.

La vera novità di quest’ultimo lavoro non è che un’evoluzione di un lungo percorso. Come in tutti i percorsi, arriva il momento delle scelte importanti, delle svolte piccole o grandi che trovano puntuale riflesso nel repertorio. Ci riferiamo nella fattispecie a E Ora Respiro, una canzone chiave per molte delle storie raccontate in quest’articolo. Bugo canta, letteralmente, di aver deciso di sciogliere un nodo che gli aveva tolto il sorriso. E nell’intervista apprendiamo che l’uomo non solo si è sposato di recente ma la coppia Bugatti è emigrata a Nuova Dehli, in India. Parole che assumono significati autobiografici dunque, ma che culminano anche in un ritornello (quell’adesso Arriva il sole qui da me ripetuto svariate volte) dall’immediatezza pop prettamente italiana, non lontano cioè dal Vasco Rossi nazionale, via – magari – il solito Rino Gaetano.

Bugo è da sempre un fan del rocker di Zocca e gli piace in tutte le salse, come ci confessa dagli studi milanesi della label. “Riesce sempre a trovare la sintesi perfetta” per comunicare alla gente. Gente? Perchè non “Italiani”, ribattiamo. Vuoi vedere che attraverso la soundtrack e la parte in un film potenzialmente di successo come Missione di Pace, un album prodotto da una vecchia volpe mainstream come Saverio Lanza e una serie di temi amorosi affrontati nel solco della tradizione pop italiana, il Cristian cantautore entrerà prepotentemente nel cuore della massa critica di questa Nazione?

Bugo declina sui testi l’impegno di una domanda la cui risposta è più affare da scribacchini che non da musicisti. “Le canzoni parlano d’amore in un modo in cui non avevo mai fatto. Aprire il disco con una canzone dedicata a mia moglie – I Miei Occhi vedono –  è una cosa completamente inedita per me” ci racconta con quella voce che in cornetta non è troppo lontana dalla roca/sensibile prosa di un Nanni Moretti.

Citiamo Moretti anche per via di Silvio Orlando, protagonista del film sopraccennato, una commedia surreale dai classici risvolti agrodolci tipica della nostra tradizione cinematografica. Bugo partecipa, uno e trino, nelle vesti d’attore, in quelle d’arrangiatore della soundtrack e cantante (delle sue canzoni di repertorio e il theme song – il citato singolo). “Insomma il pacchetto completo”, afferma soddisfatto.

Missione di Pace, presentato in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, racconta di un conflitto generazionale tra un padre (Orlando) e un figlio (Francesco Brandi, che Bugo incensa di complimenti) sullo sfondo di una missione balcanica. Cristian recita la parte di uno dei militari – alla ricerca di un pericoloso criminale. Dell’opera prima di Francesco Lagi, accolta entusiasticamente alla manifestazione, sono testimoni alcuni spezzoni montati per il videoclip ufficiale di I Miei Occhi Vedono, una sintesi perfetta anche dei contenuti del disco.

“Già l’ho capito. In certe fila, su internet figuriamoci, l’album è già nel mirino. Diranno che è mainstream quando a me di tutte queste distinzioni non me n’è mai fregato nulla”. La tematica indie vs mainstream è ricorrente nella carriera del piemontese, del resto nelle 10 canzoni del disco il portato pop/popolare si fa carico di alcuni rischi che abbiamo esaminato in sede di recensione. Qui ci limiteremo a sottolineare i traguardi della produzione: una sintesi di suoni aperti e editing sonici sottotraccia, il riff indie-rock ottimamente bilanciato e avvolto dall’elettronica.

Scordatevi le speculazioni facili con i lavori di Vasco, Antonacci e Pelù (coi quali Lanza ha lavorato), il suono è in grande senza perdere la grana folkish e le tinte psych a cui Bugo ci ha abituato fin dall’inizio. Lui e Saverio, afferma il cantante, si sono divertiti come bambini: hanno campionato chitarre, sovrapposto suoni facendo un largo uso dello studio di registrazione. Per Cristian, inoltre, è importante ribadire di aver sentito il bisogno di appoggiarsi ad un personaggio come lui per realizzare al meglio queste canzoni, coronando così una vecchia promessa che i due si erano fatti anni fa.

Bugo chiama Lanza probabilmente per togliersi dal frame urbano del dopo provincia, dai punti di vista del Nord del mondo, dai vestiti post-moderni con cui giocare a fare il cinico. I Miei occhi vedono è un sincero punto d’approdo ai sentimenti giocato su sintetiche cosmiche, poggiato su un impianto Sixties folk-pop che ricorda sicuramente qualche vecchia canzone dalla quale prende parte del riff. Saranno i Procol Harum? Poco importa, è senz’altro un’altra di quelle ragioni che rendono spontaneo il paragone con l’intuito e le commistioni fanta-psychedeliche dei Flaming Lips (Ricordate la Fight Test rubacchiata a Cat Stevens?), un gran lavoro tra il cantante e il produttore che non affonda certo nelle nostalgie 80s di un Neon Indian, personaggio che gli tiriamo in ballo sia per la recente collaborazione con i Lips sia per alcuni parallelismi tra il lo-fi della sua gioventù e quello che va di moda ora (“lo trovo un po’ facile, un po’ troppo retrò nell’ultimo disco”).

Lontano dalle lo-fi attitude gratuite di ieri e di oggi (dreamwave, glo-fi ecc), quello dei Nuovi Rimedi è un iper pop multisensoriale – e contemporaneo -. E’ la polpa da grande show con la quale siamo soliti apostrofare i tre dell’Oklahoma, un paragone quasi d’obbligo per queste canzoni in cui l’incanto stellare, l’alienazione fatta trick elettronico, l’immediatezza del sentimento (che trionfa), non possono che accomunarli.

“I Lips sono davvero fantastici”, sbotta Bugatti senza filtri, “pensa se cantassero in italiano… La gente a dirgli che sono commerciali”. Gli ricordiamo le assonanze che abbiamo sentito in un piccolo gioiello surreal-pop svagatamente lennoniano come Il Sangue Mi fa Vento e Cristian, raggiante, ricompone sulle dispute tra l’autentico sound rock e il falsificante inserto elettronico che sente nei discorsi dei ragazzi.

“Volevo fare un disco per il 2011 e non potevo immaginarlo diverso da così”, afferma in un tono sempre disteso quasi come se stesse parlando con un interlocutore più giovane, eppure attento a non sbandierare, in nessun frangente, troppa sicumera o peggio saccenza. Poi una pausa e un: “Viva l’Italia ma ancor di più viva il mondo. Non me ne sono andato certo per sputare sul mio Paese. Adoro l’Italia oggi come ieri”.

Il Cristian indiano è un tema troppo curioso per non tornarci. “Non c’è nessuno snobbismo, rivolta o rivoluzione”, ammette, “San Martino di Trecate, Milano e Nuova Delhi. Sono tre tappe di un percorso maturato nel tempo e l’India non è che il posto più disteso e felice dove ho preso un locale nel quale, come è sempre accaduto, scriverò delle canzoni. E’ sempre in un locale piccolo e casalingo che compongo. Poi serve lo studio di registrazione, ma solo in un secondo momento”.

Il vissero felici e contenti non fa parte di questa storia. Parafrasando una delle nuove canzoni, si sa l’inizio ma non la fine. E’ il rimedio che Bugo s’è scelto per tornare a sorridere e produrre. “E poi il disco è occidentalissimo”, ci rassicura. Che sia una di quelle mosse fatte per guardarci dentro senza miopie a noi italiani, consegnadosi al cuor della nazione da lontano, proponendosi ad essa come cantautore nazionale in un momento storico tristissimo e dai ricambi generazionali azzerati?

Sempre dal punto di vista arrangiativo, troviamo la partecipazione di Cécile nei brani più elettronici (“è arrivato soltanto alla fine quando io e Lanza avevamo impostanto gran parte del lavoro”), e tornando alla parola cantata l’abbandono e la rinascita sono testimoniate dalle prose asfaltate à la CCCP dell’opener Non Ho tempo (Non ho tempo per osservare un paesaggio incantato / Non ho tempo per finire il libro di Poe che mi hai prestato / Non ho tempo di capire se sia migliorata la situazione / Non ho tempo per ascoltare tutta la canzone!), dalla consapevolezza di non poter continuare la vita allo stesso modo senza i logorii della vita moderna che vi citavamo più su (In pieno stile 2000) e da una rinascita domestica all’insegna dell’amore quotidiano (Sveglia amore mio / Sto dormendo anch’io da Mattino).

Il Bugo, l’artista, termina la chiacchierata parlandoci di una prossima personale nel 2012. Il rocker invece, a proposito degli esordi, ci parla dei Pavement: “prima d’ascoltare quel Beck che tutti citavano ai tempi della Prima Gratta e Sentimento Westernato, ero letteralmente stregato dai Pavement, sono cresciuto molto in quegli anni ascoltando Malkmus e il sound di quella band”. Così, giusto per rimettere in ordine un po’ le cose, o per seminare scompiglio tra certe fin troppo pacifiche convinzioni.

Ora si parte con il tour e un album che farà discutere ma che può vantare, a nostro avviso, alcune canzoni d’antologia bughiana. Sono proprio quelle canzoni d’amore nelle quali Cristian ha messo la parte più autentica e rappresentativa di sé. Non ce lo saremmo mai aspettato dieci anni fa. Non è affatto male prenderne atto adesso.

1 Ottobre 2011
1 Ottobre 2011
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