False partenze, falsi finali / 2

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OP8. Giganti al bivio…

Gelb da parte sua non si cura della fama acquisita da Convertino e Burns, ma non è neanche tipo da stare troppo a lungo a guardare: fermati i due attivissimi scavezzacollo decide di intraprendere un nuovo progetto assieme alla talentuosa violinista e cantautrice Lisa Germano. Con Slush (Thirsty Ear, 1997), a nome Op8, è come se i Giant Sand intuissero davanti a loro un bivio (l’ennesimo), avvertendo la necessità di una mutazione, un processo di re-invenzione e ri-scoperta in cui l’ex musa di John Cougar si rivela ingrediente decisivo grazie al suono della sua voce, alla sua sensibilità e presenza auspicabile.

Sebbene la forma si coaguli soltanto per un attimo, è un intervallo sufficiente a fruttare undici capitoli di fascino esotico e sogni di sbieco, dove la tradizione incrocia la visione fin quasi a deragliare (come in Lost In Space, alt-country formicolante e acidulo a firma Burns: i Grandaddy ancora ringraziano, i Calexico si sintonizzano), dove la tragedia ricalca le orme del disincanto (vedi Never See It Coming, valzer di tutte le malinconie a cuore pieno, non lontano da certo Will Oldham), dove il folk è solo una porta da aprire sullo spampanarsi dell’anima (come in Cracklin Water, il cui motivo diverrà per Gelb un’ossessione).

La produzione è limata fin quasi al cesello, al punto che le consuete “stranezze” appaiono sempre contenute nei ranghi di un disegno ben definito: così è per la romanticheria tanghesca della title-track, per la jazz-ballad sospesa in una fissità immobile e cruda di The Devil Loves L.A., per l’inatteso sbocco psych-pop di Tom, Dick & Harry (con l’oppiaceo canto della Germano e il finale che assomiglia a un’agra follia Flaming Lips).

Questo Slush, da considerarsi poco più che una scappatella (non s’intravede ad oggi alcuna possibilità di seguito), mette altresì a segno alcuni dei momenti più intensi e risolti della discografia di ciascun protagonista: come la magnifica semplicità di Leather e il folk-pop lieve di If I Think Of Love (con la Germano a metà strada tra una Suzanne Vega ai minimi termini e una Kim Gordon in vena di giuggiole). Spetta tuttavia alle due cover che aprono e chiudono il programma gran parte della nostra attenzione: se sorge come un miracolo di limpidezza da una caligine elettronica il mariachi-folk di Sand (pezzone a firma Lee Hazlewood, tra sabbie mobili d’organi, mandolino, violino, fisarmoniche, vibrafono e corde bruciacchiate), si spegne in un lungo vortice di fumo la dilatazione sospesa di Round And Round, uggia antica del giovane Young tra volteggi insidiosi di violino e l’enfasi inquieta di cento riverberi (voci e corde e ammennicoli vari).

Un piccolo capolavoro di passaggio che lascia una vivida scia di rimpianto, per quello che avrebbe potuto essere e che – opportunamente – non è stato. O, per meglio dire, che è poi in gran parte tracimato sul versante Calexico, lasciando i Giant Sand a indagarsi tra le giunture, in cerca di un’anima sempre più a fior di pelle, sempre meno capace di lusinghe (per quanto mai a corto di tenerezza e pietà). Durante la lavorazione di questo progetto, Rainer – cresciuto tra le radiazioni dell’Arizona che uccisero John Wayne – muore, e per Gelb inizia il “dopo”.
 

Fenomenologia del “dopo”

Cosa accade dentro l’uomo Howe ce lo dice il musicista, cioè la sua musica. A caldo, esce il disco solista Hisser (v2, 1998), che rantola tra solitudine e inedia, scava dentro la voce, seduto sullo sconforto placato di chi d’ora in avanti guarderà la vita con occhi socchiusi e continuerà a digerire gli stessi indigeribili motivi-dolori. Tocca perlopiù alla chitarra condurre attraverso questa mesta strategia di ballate, una No Name Guitar amichevole e ruvida (Temptation Of Egg), intima e pietosa (Cracklin Water), in qualche modo consapevole di quanta ineluttabilità si nasconda in ciò che ti è più familiare, nell’intimo consumarsi del quotidiano.

Poi c’è il piano, che è forse il vero padrone di casa, anche quando è assente (come plausibile base di composizione, ad esempio di pezzi come Explore You) o quando si accomoda in seconda fila (come in This Purple Child o nell’irrequietezza desertica di 4 Door Maverick); il piano che regola l’ordine di caduta della polvere, esplora e conosce ogni spigolo, ogni riflesso opaco sulle vetrine (la malinconia incartapecorita di Creeper, i palpiti cinematici di Nico’s Lil Opera, la soundtrack da film muto di Living On A Waterfall). Del suono s’indaga la capacità di sollevare la scorza del ricordo (la slide trepida e gli archi in Catapult, i mugolii ectoplasmatici di Thereminderer, i tremolii flangerizzati della struggente Like A Storefront Display) ben prima e più di quanto possa e voglia la melodia, spesso appena abbozzata, un trascurabile tremolio del sismografo (come la penombra pizzicata in Soldier Of Fortune).

Quando la trama si fa più vivida e complessa, è come una finestra che si spalanca all’improvviso, un vento febbrile d’un tempo irrecuperabile (il sabba di Halifax In A Hurricane, il cinerama gracchiante di Satellite, il ghigno arcaico della title-track). Ma sono scintillii brevi in una stanza buia, in una coltre di malanimo domato, ricondotto alla sua forma più sostenibile (la malinconia struggente di Lull) però definitivamente metabolizzato, senza possibilità di remissione. Più avanti, a freddo, esce quel capolavoro inaspettato a nome Chore Of Enchantment (Thrill Jockey, 2000) firmato Giant Sand. Un album che scende a patti col lutto, lo assolve e risolve, che saluta il vecchio secolo-millennio e accoglie il nuovo, distribuendo in entrambe le direzioni malinconia, timore e una misteriosa eccitazione. Mai come in queste tracce la qualità della scrittura trova eco in una misurata stratificazione sonora (co-producono, assieme a Gelb, Jim Dickinson, Kevin Salem e lo spirito affine John Parish), fatta di continue interferenze tra forme, strutture e tempi diversi. La nostalgia papabile è quella di storie marginali ma vere, rosicchiate alla periferia del mondo, come se lì e lì soltanto si celassero le ultime roccaforti dell’autenticità.

L’album inizia col folk che sorge tra le palpitazioni esistenzial/sentimentali di Dusted e brilla nello sfarfallio percussivo con fatamorgana di chitarra a rimorchio di Punishing Sun, per quindi trascolorare soul nelle trepide spire di X-Tra Wide e poi incenerirsi nel rapido spurgo punk-rock di 1972. Seguendo la scaletta ci coglie la sordida propensione soul/RnB di Temptation Of Egg (remake dell’omimo è ben più dimesso brano che apriva Hisser), quasi fosse un rinvio in disimpegno di Lou Reed al quale viene dichiarata esplicita venerazione nella successiva Raw – sorta di potenziale outtake di Berlin diluita in un solipsismo delirante Neil Young/Roger Waters.

Disco non facile da mettere a fuoco – d’altronde ha avuto tre produttori differenti ed è stato registrato in quattro città nel corso di più di un anno – in cui sembra comunque d’intravedere un filo rosso che ci invita a proseguire lungo il funkettone un po’ insipido di Wolfy (che però d’un tratto si sgrana di lancinanti vibrioni country-blues), attraverso la gentilezza country/RnB della languida Shiver, in quella sorta di Bob Dylan alticcio e disidratato che risponde al nome di Dirty From The Rain. Eppoi il jazz che s’insinua nell’estenuarsi ombroso/esotico di Astonished, e ancora l’apnea melodica di No Reply, il rigurgito post-glam di Satellite (tra l’immancabile Lou Reed e certe lunatiche alterità Sparklehorse) e infine le tracce stracciacuore in chiusura (Bottom Line Man e l’ebbrezza da valzer di Way To End The Day).

Tutto ciò è racchiuso da una breve Ouverture e da una quasi altrettanto breve Shrine, dove la slide di Rainer Ptacek sembra colta nel suo infinito suonare sul sottofondo dell’amato Donizetti. Proprio a Rainer, grande amico di Gelb deceduto nel 1997, è dedicato questo disco (come del resto Hisser), un’assenza la sua di cui questo lavoro è pervaso, che a ben vedere potrebbe essere un plausibile tentativo di risolvere, ricostruendone la memoria viva, la presenza persistente, in un gioco di strumenti-cose che suonano fino a divenire fisiche e mistiche assieme, testimoni di un passaggio leggero e insostenibile.

I Giant Sand sembrano consolidare i frutti di un’esperienza ormai ultradecennale, meditarci sopra anziché buttarcisi, e colgono il segno. Così mentre la critica apprezza e consacra Gelb dedicandogli retrospettive e speciali (la mitica copertina di Blow Up N. 28 del 2000) arriva, annunciata a gran voce, l’opera seconda dei Calexico, Hot Rail (Quarterstick, 2000), un disco alla ricerca di risposte e nuove direzioni che sembravano impossibili dopo quelle stupende e definitive di Black Light. Il successo arriva repentino e non solo presso gli ambiti “alternativi” (il video di Ballad Of Cable Nogue si aggira spesso su Mtv) tuttavia l’album, ricco di umori, sensazioni, attese e scenari incantevoli, risente della scarsità di quell’ingrediente raro e prezioso che è la poetica gelb-iana. Hot Rail è un grande cinema, ricco di storie fagocitate nella più genuina dimensione della frontiera americana, con i musicisti, a immergersi pienamente nella musica (Fade), a calarsi dentro le corde degli strumenti (16 Track Scratch) o nell’intimo della pancia di una fisarmonica (Untitled III), eppure, fatto salvo per gemme come Service & Repair, l’assenza di uno spirito pulsante inizia a lasciare vuoti difficilmente rimpiazzabili. Hot Rail ha rappresentato questa sfida, ma non è ancora tempo di lasciarsi andare a facili disfattismi.

I Calexico, cavalcando l’onda della mania che si sta diffondendo un po’ dappertutto, iniziano un lungo tour, portandosi dietro gli amici mariachi. Il live set è una vera e propria festa e la tournée, che tocca anche l’Italia (memorabile a tal proposito il concerto al Link di Bologna), manco a dirlo, è un successo. Galvanizzati da tutto ciò, Burns e Convertino, proprio come la Gelb-philosophy insegna, fondano una micro etichetta – Our Soil Our Strength – per pubblicare quante più possibili di quelle infuocate jam registrate tra una data e l’altra. Dalle session di questo periodo escono a distanza ravvicinata ben quattro album: il trascurabile Travelall (2000), il buon (2001), il discreto Aerocalexico Even My Sure Things Fall Through (che conteniene pure alcuni interessanti videoclip – 2001) e lo scarso Scaping (2002) dove, l’imperfezione e il bozzetto, la cover e la gemma perduta, dominano incontrastati.

Il superfluo necessario

Torniamo a Gelb: i suoi ultimi lavori in solitario e con i Giant Sand sembrano altrettanti collezioni di ritratti sparsi, tentativi di ricostruire a memoria squarci di sogno, d’indagarne la persistenza forzandone la struttura, imbastardendo a bella posta gli arrangiamenti e la melodia. Capitolo a parte merita invece Rock Opera Years (Ow Om, 2000). Più che un bootleg ufficiale, come recita il titolo dell’album, e molto di più che una semplice raccolta di alternative take di Chore Of Enchantment, “Gli anni delle opere rock” è una sorta di messa in scena in grande stile della vita artistica del cantautore del deserto.

Gelb racconta e si racconta attraverso il filtro della rappresentazione, e lo fa apertamente, aumentando lo scarto tra sé e la propria musica, al punto che sulle note di Music Arcade (cover del brano di Young dall’album Broken Arrow) pare lui stesso in mezzo al pubblico intento a commemorare l’ultima cosa che suonò l’amico Rainer in occasione del Wooden Ball (un concerto acustico organizzato dalle parti di Tucson circa nel 1995). In quest’album insomma il sapore è quello della fiction, dello show dalle luci artificiali nel quale, attraverso gli stereotipi, la gente s’identifica facilmente sognando, sperando e pregando per i propri eroi. Se Chore rappresenta il bignami degli umori del “dopo” in presa diretta, Rock Opera, caratterizzato da una produzione più lineare – diciamo quasi “mainstream” – e da arrangiamenti più ricchi, è un album importante e forse, appunto per questi motivi, superfluo. A dimostrazione di quell’ovvio che ogni intenditore del Nostro conosce già da tempo, tutto in questa sede può apparire irrimediabilmente innocuo.

Eppure, per una volta, il Gelb convenzionale strofa-ritornello piace e addirittura sorprende. È una sorta di viaggio nel tempo dentro l’universo Giant Sand la sensazione che si ha ascoltando gli inediti dell’album: l’iniziale Rock Opera – un buon country – ricorda quello radiofonico di Storm (seppur infarcito fino all’assuefazione di luoghi comuni desert), la sorniona Hard On Things è una ballata nella vena più gigiona, chiassosa e ubriaca del Nostro (il periodo è Love Songs), mentre il rock tirato e nervoso di Dilemma ci riporta dritti alla trilogia desertica. Sul versante delle riedizioni da Chore Of Enchantment invece, l’idea è quella di un mood meno sonnacchioso e nostalgico e quindi più waken up, più sveglio (hi-fi!) come nel caso dell’intrigante versione di (Well) Dusted (For The Millenium) – più fluida grazie all’aggiunta di un riff più incisivo alla chitarra e di un curioso bridge colla pianola – e degli stravolgimenti di Astonished – più briosa e sognante con tanto di pianoforte che ricorda una canzone degli Inxs (Never Tear Us Apart) – e Punishing Sun – che toglie di mezzo il folk per darsi alla lounge più effimera.

Con Rock Opera Years, Gelb si/ci regala sia una versione alternativa della sua rinascita, una piccola parentesi potremmo dire perché, poco dopo, escono ben due album a nome Howe Gelb: uno è Down Home 2000, registrato in totale autarchia (17 tracce di cui 14 inedite per 44 minuti di musica); l’altro, con l’aiuto di alcuni amici, è Confluence (Thrill Jockey, 2001).

Down Home è il secondo tassello di quella che si è configurata recentemente come una collana di titoli, tutti con lo stesso nome (il primo era un cd-r distribuito solo ai concerti risalente al 1998). A cambiare è soltanto l’anno ma non Gelb che da queste parti è più che mai …casalingo (il nome dell’etichetta OW OM si legge allo stesso modo di “Howe home”). È chiaro che il privée del Nostro sia dominio dei soli aficionados del musicista ma, si sa, le sorprese sono dove non te l’aspetti. Questo cd, di fatto una raccolta di ballate, a sorpresa, presenta alcuni e interessanti spunti: come la storia western di Horses Still Coming, il piccolo intermezzo al pianoforte di Dispatch e il fosco country-blues di Timber Town. Piace questo Gelb seduto sul divano che intrattiene gli astanti con la scafata esperienza del folk-singer attempato, anche se – ma certo – può essere soltanto una maschera pronta ad esser dismessa alla prima occasione.

Tuttavia, in questa strategia defilata c’è tempo e modo di consumare un intenso omaggio al padre atavico del blues (R. Johnson Tribute), c’è la nudità del country-blues younghiano in apparente lotta con uno spinotto difettoso (l’iniziale Rain M/W Parade), c’è una ballata strappata un po’ ai sogni un po’ al cuore (The Meantime), c’è insomma Gelb e il suo lo-fi esistenziale, la sua ossessione per il non-rifinito, per il gesto appena colto al suo manifestarsi. Ancora scalciante di vita. Significativo il fatto che gli ultimi sei secondi riprendano uno scampolo dell’introduzione a Blue Marble Girl, la traccia più importante di Confluence, come a indicare una continuità estetica e sostanziale tra i due (diversi forse più per la quantità di mezzi a disposizione che altro).

Confluence, ovvero là dove s’intravede la carne e l’anima oltre la scorza bruciata dal sole, è il terzo disco in solitario (anche se, come già detto, la solitudine per Gelb significa anche “assieme ai soliti amici”, in questo caso John Parish e Grandaddy, più Burns e Convertino). Come per Down Home, non siamo di fronte ad una smentita del Rock Opera Years quanto al consolidamento di una vena parallela che sgomita per trasferirsi stabilmente in prima linea: il suo lato più intimo, quell’incedere tra frammenti d’uomo esausto, schiacciato da un disincanto cosmico, trascinato a braccia dalla propria ossessione, con la canzone-castello di carte sempre sul punto di sfaldarsi (vedi la sgangherata Cold).

Anche il numero dei brani, diciassette, è identico a quello di Down Home. Troppi forse, anzi no, ognuno funzionale a questo gioco di scultura e dispersione. Un gioco che traccia coordinate impalpabili della/nella memoria, s’impone farraginoso con l’indolenza di bozzetti tanto malfermi quanto struggenti (Can’t Help Falling In Love, cover elvisiana registrata nel bagno di casa Gelb con il contributo dei Grandaddy), con la vaporosa risolutezza di atmosfere che nascondono una crepa del cuore per ogni lusinga (Available Space e Shadow Of Where A River Ran).

Ovvero: le mappe di una fisiologica alterità, il disagio esistenziale risolto spostandosi su un piano diverso di vivere e sentire, definendo una dimensione parallela in cui scaglie di deserto (3 Sisters) e fremiti black (scosse funk come lampi nel languore fosco di Pontiac) confinano con sentori d’Europa e afrori desertici (2 Rivers, le due versioni di Vex), prima che il rockaccio “animalesco” di Slide Away spazzi via tutto grattando la pancia del cielo, in una lunga, inquieta, rarefatta, instabile, densa, lenta, catartica esplosione.

La voce è tiepida, impastata d’amarezza e di buio, anche quando s’imbizzarrisce (come in Hard On Things, rielaborazione radente e arcaica del country-blues saltellante contenuto in Rock Opera Years) lo fa con un’ombra di tragedia e abbandono. È altresì impossibile immaginare una voce migliore per queste peripezie da hobo alle prese con le proprie allucinazioni (Hatch, nient’altro che la “vecchia” Cracklin’ Water riemersa dai “fasti” Op8), che abbaia alla luna (Pedal Steel And She’ll, slide e dobro in punta di dita), che non manca di omaggiare quel mistero cui da sempre è devoto (Blue Marble Girl, vicina al Lou Reed più sognante e impalpabile).

La trepida desolazione dei tempi di Hisser appare come assimilata, trasformata in qualcos’altro, forse fatalismo o rassegnazione, più probabilmente la consapevolezza – non priva di un certo compiacimento – d’aver imboccato un sentiero espressivo congeniale. Howe si guarda di spalle mentre procede caracollando tra cactus e crotali, tra marciapiedi lucidi di pioggia e binari che tagliano le periferie, vede ciò che è diventato e si riconosce, capisce di non poter essere n é meglio né altro.

Più o meno contemporaneamente, esce un altro album solista di Gelb (l’ennesimo, comincia a vociare qualcuno), ancora più defilato e indefinibile: Lull Some Piano. Diciannove tracce i cui titoli, letti uno dopo l’altro, compongono la frase “do you see what happens when none of this tracks needed to have names but now they all do”. Una parola per canzone. Ogni parola, un titolo. Per canzoni senza parole tranne una, il mormorio da jazz club di See, tra croonerismi impolverati e doglianze sonnacchiose. Il piano, soprattutto. Accompagnato talora da una batteria sfarfallante nel buio, da un’orchestra, da un contrabbasso che pulsa stopposo. Più spesso, attorno al piano solo il silenzio. Anzi, sempre. Anche quando annega in un suono levigato dalle suadenti forme standard, con appena un’ombra di stravaganza a disarticolare la compostezza immobile dello sfondo. Sembrano delle quasi-improvvisazioni, spunti di romanticismo crepuscolare, Chopin impanato di sabbia e tramonto. L’autore che pensa, si ri-pensa, si aggira con scrupolo e circospezione tra le proprie irrisolte malinconie ricavandone bozzetti sospesi, soundtrack estemporanee di immaginari film muti. È un disco elegante e nudo, in cerca di eleganza nel nudo svolgersi del dolore. Un disco laterale, di passaggio ma anche pervaso da quella noncuranza lucidissima che rende indistinguibile – confondendoli – l’accessorio dal necessario, il profondo dal superficiale.

La copertina del giornale che ritrae un …falso finale

Il 2002 porta un nuovo album e una notizia inattesa. Buono l’album, pessima la notizia: Cover Magazine (Thrill Jockey, 2002) viene presentato da Gelb, Burns e Convertino come l’album d’addio dei Giant Sand. Non c’è ombra di rancori, nessun segno di screzi: l’annuncio viene dato con pacifica seraficità, come un fatto che attendeva solo di compiersi, inutile piangere o recriminare. In fondo, non poteva che andare così, considerato il passionismo nomade di Gelb, quel suo portarsi dietro tutto senza piantare mai radici, quel suo stringere legami che permangono indissolubili ma solo in quel west affettivo che gli cova tra i sogni. Cover Magazine, prodotto dallo stesso Howe e Craig Schumacher, dice già questo, presentandosi come il disco delle ossessioni di Gelb suonato dal suo combo preferito, il più adatto per dar loro corpo, nell’occasione allargato a Grandaddy, Candie Prune, M. Ward (suona il piano in Plants And Rags), Pj Harvey, Neko Case (suoi i fantasmatici cori in Wayfaring Stranger) ed altri.

E Burns e Convertino? Ormai presenze eccellenti, aficionados di lusso (col sospetto che sia sempre stato un po’ così). Siamo quindi già oltre i Giant Sand, siamo nel territorio dei miraggi sfilacciati, delle disperate scelleratezze post punk (le torride sfrangiature di Johnny Hit and Run Pauline degli idolatrati X, con Polly Jean Harvey ad improvvisare un ritornello sconosciuto fino a venti minuti prima), delle gracidanti baldanze country (una più che emblematica I’m Leaving Now a firma Johnny Cash). Un luogo sconosciuto alle mappe comuni, dove l’hard può sfarinarsi rumba (l’altrimenti icastica Iron Man dei famigerati Black Sabbath), dove il blues più intossicato consuma l’ultimo incendio (il sordido rovello di Red Right Hand – classico di Cave), dove le malie avant-pop perpetuano il fascino oltre la straniante destrutturazione (il medley Human/Lovely Head, pezzi targati Goldfrapp, altra dichiarata ossessione gelbiana), e dove il più atroce sussurro si rovescia nel sogno di tutte le prospettive (la torva El Paso di Marty Robbins fusa all’empito inquieto della Out On The Weekend younghiana). Ed è anche la migliore occasione per ripercorrere il se stesso più recente, quello che ha digerito il “dopo” nel laconico incanto di Blue Marble Girl (qui surriscaldato fino a sfrigolare come un reperto Crazy HorseDream Syndicate per poi dilatarsi tra narcosi lo-fi e fantasie popadeliche), così come per rivangare il passato di quella The Inner Flame di Rainer Ptacek che sbriglia una sordida tensione blues trafitta da scariche improvvise e sussulti gospel-soul.

Chiude il programma un’ultima, ennesima ossessione, la The Beat Goes On di Sonny Bono (tra l’altro presente pure a metà scaletta in versione ben più lunga e scoppiettante), rumba che corre su un ordito scarno, con la fierezza di chi sa di poter contare sulla propria sbrigliata autarchia.

La delusione Calexico

Per la fatidica opera terza della creatura di Convertino e Burns occorre attendere il 2003, l’anno di Feast Of Wire (City Slang, 2003) che segna una, dicono alcuni, preannunciata crisi. L’album, una raccolta di brani contenente 16 tracce, di cui ben 9 strumentali, si pone a metà strada da tutti i precedenti (ufficiali): possiede più humour di Spoke ma non può gareggiare in freschezza con esso, possiede pathos e atmosfere calienti ma la magia di Black Light sembra ora un lontano ricordo. I Calexico scelgono la strada della leggerezza e dell’impalpabilità, ma a vacillare è la scrittura, proprio come accade nel singolo dai sapori caraibici Quattro. In assenza di novità stilistiche, Feast Of Wire delude parte della critica ma il pubblico, grazie anche a MTV, conosce il gruppo per la prima volta in quell’anno.

Il 2003 comunque è soprattutto l’anno decisivo per l’Howe Gelb – consentiteci – cantautore. Esce infatti The Listener (Thrill Jockey, 2003), il disco che ne consacra la maturità nonché l’inevitabile imprendibile vena obliqua. Circondandosi di nuovi musicisti, tutti danesi e inciso proprio in Danimarca, patria della sua seconda moglie Sophie Albertsen), l’album sfodera l’oramai consueto melting pot di casa Gelb: il menù è sempre lo stesso ma le pietanze anziché sfornate al volo sono servite tiepide (ma pur sempre saporite). È il piglio dunque a cambiare con una Felonious che s’infila come sberleffo assieme reed-iano e monk-iano, e una B 4 U dove lo scherzo continua a mescolarsi e a confondersi con la citazione (…quel “Do Do Do”). Da altre parti un Gelb sciolto e dinocciolato si fa strada tra i colori della Costa Azzurra e quelli di Madrid (Torque), in altre ancora si vede il disimpegno (il cool-jazz di Piango – ovvero quello che i Calexico stavano provando in Travelall) e infine un po’ di delusione nel trittico The Nashville Sound, Blood Orange, Moons of Impulse salvo poi la ripresa con stile del finale (la bella Now I Lay Me Down, un sogno da svegli, una peregrinazione country-blues, pregar narrando con profusione di violino, wah wah e theremin).

A conti fatti viene il sospetto che The Listener sia un album superfluo o tutt’al più inutile alla luce della produzione precedente (come potrebbe non esserlo!), sta di fatto che Howe come l’ha finito se n’è pure scordato e senza nemmeno posare gli strumenti riesuma niente di meno che la Blacky Ranchette, band simbolo del compianto Rainer. Ad accompagnarlo in Still Lookin’ Good To Me (Thrill Jockey / Wide, 2003) troviamo una line-up di super star dell’alt-country, tra gli ospiti: John Convertino (lesto al solito ai tamburi di The Train Singer’s Song, Square Bored Lil’ Devil), Neko Case (al canto in Mope A Long Rides Again e in duetto con Richard Bruckner in Getting It Made), Kurt Wagner (The Muss Of Paradise), Jason Lytle (Working On The Railroad), Chan “Cat Power” Marshall (My Hoo Ha) e infine l’ottimo M. Ward (alla slide in Rusty Tracks). Il risultato è una collezione di buona fattura dove Gelb riscopre il piacere di suonare dentro gli “steccati” accanto a alcuni amici. Niente pasticci dunque, ma semplicemente della buona musica.

Il 2004 viene “inaugurato” da una delle tante, consuete uscite “minori”: è Ogle Some Piano (Ow Om, 2004), sorta di risposta a Lull some Piano di due anni prima, di cui ripercorre l’estemporaneità “organizzata” perlopiù attorno al piano. La differenza più evidente sono i titoli, che per una sorta di contrappasso – o per la sindrome da bastian contrario (anche e soprattutto di se stesso) succitata – si stagliano fluviali.

Tanto per fare un esempio, Splendid In A Way And Especially Unseething In Its Most Popular Format (per la cronaca, rumba per contrabbasso e piano), oppure Hokum Bigboy Was Probably Not His Given Name, But Just To Make Certain We Reaffilated (jazz scivoloso squarciato da stasi ritmiche e una trepida tromba davisiana). Tanto per ribadire il cerimoniale dei “dischi gemelli”, il numero di tracce – ben diciannove – è identico a quello di Lull. Nello specifico, due sono brani lunghi (i dieci minuti della mini-suite iniziale Spangle Bib Of Radiant Value e i sette della già citata Hokum Bigboy) e la maggior parte degli altri brevi se non brevissimi, schegge d’inquietudine (Drink Ticket Trinket), d’improvvisa baldanza (la bossa di Expresso Spills Specifiically On The Italian Truck Stop Tie, And For A Moment, Aids In Its Re-Design), d’acredine (Ogle) e svagatezza meditabonda (Re-Envision Stream Block And Then Fumble). Vale lo stesso discorso già fatto: consideratelo pure un episodio trascurabile, ma tenete conto che, anche in questo caso – forse soprattutto in questo caso – trattasi di un’entrata laterale, e quindi un’entrata, allo struggente spettacolo del circo gelbiano.

(Ri)costruzioni

Poi, avviene l’inaspettato. Ovvero: torna l’entità Giant Sand con un disco nuovo di zecca. Un buon disco, dal titolo interrogativo: Is All Over The Map? (Thrill Jockey, 2004) Domanda (retorica) per domanda, ma il gigante di sabbia non si era dissolto nella tormenta? Quel magico desertico cuor di leone non aveva smesso di pulsare da un paio di anni a suon di strampalate cover? Era stato lo stesso Gelb a dichiarare, come uno schiaffo all’improvviso, l’estinzione del gruppo dopo quello stravagante ma non indispensabile Cover Magazine, dimettendo un progetto non esattamente nel più convenzionale dei modi, considerati anche i vent’anni di onorata carriera. Probabilmente l’impossibilità di poter contare su due vecchi/giovani compagni di avventure quali Convertino e Burns aveva convinto l’uomo dalle camice di flanella impolverate a dare forfait; e anche se i Giant Sand erano certamente Howe stesso, il cantautore, oramai legato quel nome a un progetto allargato, aveva preferito cogliere quell’occasione per rimettersi in gioco. Non è il caso di stupirsi troppo: Howe è un tenero pazzoide, non sai bene se più saggio o sbruffone, geniale o sciroccato, di quelli senza casa ovunque ma con la casa sempre nel cuore.

Parafrasando Paolo Conte, qui è tutto raffazzonato, ma da professionisti. La band che accompagna Gelb è la stessa già incontrata in The Listener: validi strumentisti danesi quali Anders Pedersen, Thoger T. Lund e Peter Dombernowsky (contrabbasso, lapsteel, batteria, percussioni, mandolino.) che, assieme alla comparsata di amici quali Vic Chesnutt (perverso cerimoniere in A Classico Reprise), l’ottima Scout Niblett (già al lavoro con Jason Molina, qui nel nevrastenico country punk di Remote) e John Parish, rendono il disco musicalmente piuttosto godibile, per metà sporco e energico e per l’altra arioso e trasognato, vivo e vivace.

La magia del cantautore, intatta, sta ancora una volta nel sapersi circondare di approssimazioni efficacissime, d’accostare timbri apparentemente inadeguati (la storta acidità dell’assolo a squarciare la brumosa tenerezza folk-blues di Classico ad esempio, oppure i ruggiti country rock in coda alla già di per sé poco probabile french-rumba di Les Forcats Innocents, o lo spicchio di deserto in coda al mambo opalino di Napoli).

Magia, sì, e fragilità, il gigante che potrebbe polverizzarsi da un momento all’altro, il mandala sparpagliato prima ancora d’averlo concluso: come quando s’appoggia a strutture malferme portate a bella posta in superficie (vedi la falsa partenza acida di NYC of Time, spazzata via da chitarrone folk-rock) o quando scarta da uno stile dall’altro senza pulirsi le scarpe né cambiarsi d’abito (dalle omeopatie caraibiche di Cracklin’ Water – uscita in precedenza solamente nella versione europea di Hisser – al frammento swing di Rag e al country-boogie stecchito di Muss che va a spegnersi nel grembo di un piano lunare).

Si può dire che Howe faccia di necessità virtù, inserendo anche la mancanza di Burns e Convertino nel suo progetto di “ricostruzione a distanza”, che lo porta ad imbastire e diroccare un west giocattolo in ogni angolo del mondo e dell’anima, vale a dire casa sua, con il suo immaginario anche fanciullesco, con gli angoli senza sbocco e gli orizzonti sterminati, con la voglia di fuggirne e le radici piantate fino al cuore del mondo. Quel luogo in cui si stringono – senza mai incontrarsi davvero – coordinate che definiscono l’uomo, i suoi legami, i ricordi, i rimpianti, le speranze. Nella sua musica quindi l’esserci e il non esserci a un tempo, l’interferenza continua del presente, dell’ora e qui che nega il sempre, della memoria che sgomita, soccombe però resiste, mai quieta, però insopprimibile.

Finale?

Sul palco più che su disco, Howe ti trascina nella propria confusione mentale, te la confessa candidamente, obbligandoti ad accettarla così come lui l’ha da tempo accettata. Il suo mescolare cover di canzoni lontane mille chilometri, Goldfrapp e Neil Young, Black Sabbath e Johnny Cash, gli X e PJ Harvey, Sonny Bono e Nick Cave, Madonna e Tom Waits… E, magicamente, di ognuna accendere la malizia nascosta, la stilla di magia. Nonostante. La schizofrenia stilistica è Gelb stesso, la sua ossessione.

Ogni disco, ogni concerto, sono una rappresentazione di Howe, punti di convergenza su una mappa senza confini. Quel cercarsi continuo, forzando le strutture delle canzoni-ricordi fin quasi a stravolgerne l’essenza, è l’unico messaggio trasmissibile da un individuo che fatica a riconoscere i limiti della propria patologia, i cui sintomi sono un gesto senza posa: ascoltare. E, in esso, come fosse la stessa cosa, vivere. Il Gelb maturo fa questo con una franchezza cupa e gioiosa, si mette in gioco fin nell’intimità, coinvolgendo tutta la propria esistenza nel “momento” artistico. La differenza è che oggi, o meglio dalla morte di Rainer in avanti, diradato il polverone del balletto di forme e sostanza, l’entusiasmo folle e scellerato del giovane rocker è stato rimpiazzato da un disincanto senza requie.

Allo stesso tempo, è ancora un gioco, una cortina fumogena, uno schermo, lo scudo che ripara dalle badilate di una memoria crudele. E forse questo spiega tutto, sì. Non ci sarebbe bisogno d’altro. Di Gelb, del suo songwriting sublime e sgangherato, invece sì.

1 Gennaio 2005
1 Gennaio 2005
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