Caos e decadenza. Intervista agli Uncle Acid & The Deadbeats

Gli Uncle Acid & The Deadbeats sono una hard rock band inglese dal sound piuttosto singolare. Nati come un progetto del leader Kevin R. Starrs ai tempi del debutto Vol. 1, che mostrava una sicura influenza dei Black Sabbath insieme a una fascinazione non meno evidente per la psichedelia degli anni ’60, hanno posto le basi dei successivi Blood Lust (registrato da Starrs nel suo garage di casa) e Mind Control, che li hanno fatti conoscere a un pubblico più ampio, sull’intreccio tra un metal lento e roccioso a base bluesy (tanto da essere classificati a volte come una band doom metal) e atmosfere acid rock.

La miscela hard rock acida e visionaria dalle tinte cinematografiche (soprattutto horror) è anche il cuore del quinto album Wasteland, registrato al prestigioso Sunset Studio di Los Angeles (dove in passato Beach Boys, Rolling Stones, Doors e Led Zeppelin hanno inciso alcuni dei loro capolavori) e uscito lo scorso ottobre per Rise Above. Un disco dal concept fantastico e apocalittico leggibile su più livelli, e che mostra alcune sfumature curiose per il sound del gruppo. Ne abbiamo parlato con Kevin, che ha risposto alle nostre domande via e-mail. Gli Uncle Acid & The Deadbeats sono appena entrati nel vivo di un tour europeo che li vedrà fare tappa in Italia il 2 dicembre al Legend Club di Milano.

Ciao Kevin. Il nuovo album Wasteland uscito il mese scorso ci conferma che il vostro sound si evolve e arricchisce di nuove sfumature. Come inquadri questo LP nel cammino della band? Un altro passo della vostra evoluzione? Hai già pensato per caso al dopo?

Lo vedo come un passo naturale. Mi piace il fatto che tutti i nostri dischi abbiano concept e suoni diversi. C’è chi pensa che la musica sia sempre la stessa, ma la maggior parte delle persone che ci ascoltano si accorge di come ci siamo evoluti nel tempo. Bisogna sempre progredire, in un modo o nell’altro. A quello che verrà dopo non ho ancora pensato. La mia mente creativa sta riposando intanto che mi preparo per il tour!

Wasteland e Shockwave City si ispirano a qualche luogo in particolare? L’atmosfera apocalittica è un richiamo al presente che stiamo vivendo?

Dipende da chi ascolta, ognuno ci sente un po’ quello che vuole. Wasteland può descrivere una città, un ambiente o la mente di una persona. Tutto il disco gira intorno a un’idea di decadenza. Decadenza sociale, cerebrale, morale. E alcune canzoni degenerano nel caos proprio per rappresentare questa idea di decadenza.

La title-track è una ballata, un brano atipico nel vostro repertorio, o sbaglio?

Sì, è un pezzo un po’ diverso. Inizia come una ballad ma poi segue una lenta progressione, finché non si disintegra in questo vortice finale super concitato. Fa un po’ come la nostra società. Verso la fine puoi sentire delle tracce di chitarra suonate al contrario. Il nastro che va all’indietro incarna il desiderio di ritornare a un’altra epoca, a prima della distruzione, a quando le cose andavano meglio. Chi ascolta l’album per intero sa che non è possibile, perché già un altro pezzo, No Return, si è espresso sullo stesso argomento. Nella Wasteland non si può più tornare ai bei vecchi tempi!

La critica cita spesso le influenze Sixties della tua band. In Wasteland si sente anche un’altra influenza, quella della New Wave of British Heavy Metal degli anni ’80. Penso a Blood Runner, per esempio, ma anche ad altre canzoni. La NWOBHM ti ha davvero ispirato?

Sì, amo gli Iron Maiden, i Judas Priest e le altre classiche metal band dell’epoca. L’influenza dei Maiden c’è stata fin dall’inizio ma in molti non ci hanno fatto caso perché di solito ci muoviamo su tempi molto più lenti dei loro. Se ascolti delle nostre vecchie canzoni come 13 Candles o Evil Love puoi notare alcune classiche tecniche di chitarra alla Iron Maiden.

Avete registrato buona parte del nuovo album al Sunset Sound di Los Angeles. Che effetto vi ha fatto lavorare in uno studio così famoso e storico?

Un’esperienza grandiosa. Al Sunset sono nati alcuni dei miei album preferiti, per cui abbiamo alzato la nostra asticella per avvicinarci un po’ al livello di quei capolavori. Il Sunset è un luogo pieno di belle vibrazioni e ha tirato fuori il meglio dalle nostre performance.

Il gruppo all’inizio era un tuo progetto di studio. È stato complicato trovare i musicisti con cui rendere gli Uncle Acid una band a tutti gli effetti?

È stata molto dura, perché Cambridge non è una città molto hard rock. È piccola e trovare dei bravi musicisti con gli stessi interessi è stato davvero difficile, per cui ho dovuto mettere molto del mio. Ho imparato da solo a suonare il basso e le tastiere e a cantare per potere incidere un album. E non ero certo questo grande cantante, ma me la sono cavata lo stesso.

Curiosità: hai diretto tu il videoclip di Shockwave City, e sei un appassionato di cinema di genere, che tra l’altro ha ispirato in maniera evidente l’immaginario della band. Ti piace il cinema italiano?

Io amo i film italiani! Sicuramente, come puoi immaginare, gli horror e i gialli, ma adoro anche i vecchi poliziotteschi. C’è un grado di aggressività nei registi e negli attori di quei film che mi piace tantissimo. Aggiungici poi che hanno della musica eccezionale. Sono stato a Roma lo scorso anno, e ho assistito a un concerto di Stelvio Cipriani. È stato magnifico, e purtroppo è stata anche una delle sue ultime esibizioni [il compositore è scomparso lo scorso 1° ottobre, NdSA].

Hai delle buone sensazioni per il tour che sta partendo?

Non sto nella pelle. La band suona alla grande, meglio che mai. Sul palco si sprigiona una grandissima energia e non vedo l’ora di essere lì a fare uscire tutti fuori di testa!

21 novembre 2018
21 novembre 2018
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