Vorticare instabile

Prologo: una meravigliosa catastrofe

Firenze, maggio 2003. L’atmosfera è quella sospesa tra vintage destrutturato e desolazione post-industriale della Stazione Leopolda. Sul palco, reduce dalla buona accoglienza su stampa e mercato del quinto album lungo You Are Free, sale la neanche trentenne cantautrice di Atlanta Chan Marshall, nota ai più col ruspante pseudonimo di Cat Power. Di visibile c’è soltanto lei, con la chitarra, una sedia e – posata sul pavimento, sempre a portata di mano – una bottiglia di whiskey ancora intera, di quello che i simpatizzanti chiamano “il vecchio Jack”. Di invisibile c’è la fama di performer sbandata, vittima di un eccesso di simpatia per il contenuto della bottiglia suddetta che condurrebbe lo show su binari tragicomici, come ad esempio a Bologna tre giorni prima, quando – narrano le cronache – non è stata in grado di portare a termine la serata.

La situazione è insolita. Mi capita di chiedermi se sono venuto ad assistere al concerto di un’artista che amo o allo spettacolo del suo fallimento. E non so rispondermi. Neanche quando quella che speravo fosse l’ennesima leggenda metropolitana inizia – sorso dopo sorso – a concretizzarsi. La ragazza jeans e sapone di inizio spettacolo lascia progressivamente il posto ad un relitto da bar. Si accascia sulla sedia. Biascica versi scomposti su canzoni ridicolmente rallentate e indecorosamente zoppe. Ridacchia. Si lamenta per qualcosa che non capisco ma che deve avere a che fare con qualcosa che sta dentro di lei. Controllo il livello del Jack Daniels: valuto che entro un paio di pezzi la bottiglia verrà prosciugata. Davvero notevole. Me ne sarebbe bastato un terzo per stramazzare. Lei invece è solo sul punto di farlo, ma non lo fa. Come se qualcuno tenesse i fili, impedendole di crollare.

Metà del pubblico se n’è già andato, non tutti senza manifestare ad alta voce la loro sacrosanta ostilità. Qualche fischio. Qualche buuu. Quanto a me, non riesco ad andarmene, anche se restare mi provoca imbarazzo, come se avessi pagato il biglietto per un atto di spregevole voyeurismo. Ad un tratto, inaspettatamente, la cocciutaggine dei pochi rimasti viene premiata. Nel migliore dei modi. Chan sembra raccogliere tutta l’intensità che gli cova dentro, al riparo dal fradiciume storto dell’alcool, e ti piazza un paio di ballate da gelarti le ossa. E’ passato troppo tempo, sono successe troppe cose da allora perché possa ricordarmi di quali canzoni si trattasse. Non scordo però la sensazione precisa che mi accompagnò tornando a casa, riassumibile con una formuletta tranchant: questa ragazza avrà un grande futuro, se avrà un futuro.

Saltare la carreggiata

Il futuro, come sapete, c’è stato. C’è stato eccome. Se me lo avessero chiesto in quel preciso momento, non lo avrei certo ipotizzato tanto vivace. Tanto vivo. Chan seppe oltrepassare quella cuspide critica tra fine e nuovo millennio, si tuffò nei suoi trent’anni aggrappandosi ad un entusiasmo impronosticabile. Con The Greatest, album numero sette, letteralmente reinventò una versione passionale e sanguigna di sé, calandosi nel ruolo di crooner country-soul memphisiana più struggente che problematica, tanto carnale quanto tradizionale. Appassionata. Tangibile. Un salto di carreggiata che lasciò perplessi giusto il tempo di accettarlo. Perché in fondo quel suo nuovo essere lei era credibile, inaspettatamente congruo al suo sentire travagliato, a quella voce che aveva tracciato il contorno di tante cicatrici d’un tratto disposta a carezzare ben più ordinarie palpitazioni del cuore.

Molto più che un espediente stilistico, era chiaramente una disposizione emotiva ed esistenziale, la soundtrack di una vita tornata a poggiare su fondamenta salde. Come del resto confermò due anni più tardi Jukebox, disco di cover che riesumava l’antico vizio delle riletture tolta però la naturale tendenza a scarnificare il mood degli originali (vedi su tutte la stoniana Satisfaction contenuta in The Cover Records), confezionando anzi una vera e propra celebrazione dei nomi tirati in ballo (da Hank Williams a James Brown, da Joni Mitchell a Billie Holiday passando per Janis Joplin e Bob Dylan). Prima di tutto c’era il senso di sollievo, di tunnel lasciato alle spalle. Sotto traccia però non si estingueva il rammarico di esserci giocati una delle più intense e crude interpreti dello spleen cantautorale a cavallo tra i due millenni. Noi rockofili siamo gente strana, amiamo cibarci (anche) della sofferenza dei nostri idoli. Qualcuno si dispiace davvero di tutto il tormento provato dai Neil Young o dagli Elliott Smith alla luce di capolavori come Tonight’s The Night o X/O? Per cui, ecco, un po’ ci spiaceva che Chan si mostrasse così in forma e lo esprimesse con la sua nuova musica.

Le cronache la raccontavano impegnata sentimentalmente dal 2009 con l’attore Giovanni Ribisi (tra le altre cose cognato di Beck), i book fotografici ce la presentavano più femminile e affascinante che mai. Ma di lei non restava che un avatar vellutato, rassicurante, (quasi) mainstream. Volendo fare gli psicologi da due soldi (con aggravante rockista), va detto che appariva chiaro già allora come quella Cat Power versione 2.0 fosse una specie di guscio esteticamente raffinato costruito per nutrire e far galleggiare la polpa irrequieta sotto una pellicola carnosa, potabile, protettiva. Confesso d’averla già data per salvata, consegnata alla categoria degli artisti grati e graditi ai massimi sistemi, sospesa da qualche parte tra Letterman ed Mtv, tra Vanity Fair e Mojo, sulla via di un tramonto vellutato e magari di classe, polvere di stelle ad incipriarne le evoluzioni che non avrei smesso comunque d’ascolticchiare. E invece.

Prove di sradicamento

La Chan Marshall del 2012 torna sparigliando le carte, si reinventa a partire dal taglio (drastico) di capelli, chiama Philippe Zdar (un 50% dei Cassius) a rivestire d’un bozzolo wave le ugge, le inquietudini, i fieri tormenti. Che è successo? Intanto, è collassata d’un tratto la lunga relazione col Ribisi (che ne ha approfittato per sposarsi subito la modella e cantante Agyness Deyn). Il centro di gravità si è fatto un bel giro di trottola. Ha perso il centro, ed era tutto ciò che faceva sembrare stabile il suo vorticare. Un malfermo, claudicante, febbrile vorticare di bambina mai abbastanza cresciuta per aggiudicarsi il definitivo equilibrio. Un processo che presumibilmente si avviò quando – bambina appunto – subì la piuttosto instabile relazione dei genitori: separati, divorziati, quindi di nuovo sposi, prima di separarsi definitivamente.

A Charlyn Marie Marshall, nata il 21 gennaio 1972 ad Atlanta, Georgia, toccò seguire l’orbita materna tra Tennessee e North Carolina, cambiando almeno dieci scuole. Sradicata totale, ebbe se non altro la possibilità di accedere alla discoteca del patrigno, una cornucopia di classic rock e old soul che le consentì d’innamorarsi di Otis Redding, Roberta Flack e Bob Dylan tra gli altri. Appena compiuti i sedici anni, decise di darci un taglio: troncò con la madre e tornò nella città natale dal padre pianista e cantante, un tipo ad occhio e croce interessante, col vizio dell’iperblues, effetti collaterali dedizione totale alle dodici battute. Chan ricorda l’attrazione morbosa per il piano a mezza coda del padre, il quale non la incoraggiava certo a suonarlo.

Ma non c’era scampo per la ragazzina, destino segnato: della musica aveva ereditato l’ossessione, il convincimento che ad essa ci si può abbandonare, abbandonandosi alle sue possibilità di definirti e sorreggerti. Al posto di quel piano che non poteva suonare (“non è un giocattolo!”, inveiva il padre), imparò a suonare la chitarra. Incrociò corde, voce e inquietudini con musicisti locali come Glen Thrasher e Mark Moore, un grumo di affinità più che una band, ma già in grado di darsi un nome: Cat Power. Il progetto presto si sbriciolò, causa anche l’eccesso di eroina nelle immediate vicinanze. Chan, ormai ventenne, capì che ad Atlanta non c’erano le condizioni minime per fare ciò che doveva. E, accompagnata da Thrasher, se ne andò a New York, senza dover salutare troppi amici, ché in fondo non aveva avuto modo di farne.

Come tutte le potenziali depresse, posizionò il fulcro su se stessa, dentro di sé, producendosi chitarra e voce in un controcanto rabbioso ma fragile, fieramente solipsista all’onda elettrica del grunge circostante. Era il ’93 quando la ventenne Chan, i capelli cortissimi ed il piglio grave, gironzolava sui palchi squattrinati ma affascinanti dell’East Village. Thrasher era tornato ad Atlanta ma lei non demordeva, portava avanti quel filo sfibrato ma tenace presentandolo al mondo come Cat Power, sperando che anche ai cantori dell’intima desolazione cui si rifaceva – i bardi lo-fi à la Palace Brothers e gli indie melodrammatici come Elliott Smith – venisse riconosciuto un ruolo nella descrizione di ciò che covava nelle teste e nei cuori durante quell’ultima fase di (illusoria) espansione USA.

Cantando il male oscuro

Un po’ come nella cuspide tra Sessanta e Settanta, al fragore elettrico delle band si contrapponeva la figura del cantautore solitario, quello che leggeva le carte al male oscuro d’America (metonimia del Mondo), stavolta così schiacciato dal peso di questo ruolo da celarsi dietro ad un moniker (vedi tipetti formidabili come Songs:Ohia e Sparklehorse). Queste vibrazioni in diretta dal cupio dissolvi del Secolo Americano non potevano sfuggire ad un orecchio sensibile come quello di Steve Shelley, storico batterista dei Sonic Youth e fondatore della Smells Like Records. Shelley e Tim Foljahn, chitarrista dei Two Dollar Guitar, rimasero impressionati dallo show di apertura di Chan per un concerto di Liz Phair, al punto da spronarla per registrare i suoi pezzi, magari con loro due a spalleggiarla in studio. Lei accettò, e leggenda vuole che in un giorno d’incisioni nascessero l’ep Dear Sir (Runt, 1995 – 6.6/10) e Myra Lee (Smells Like Records, 1996 – 6.5/10). Atmosfera plumbea, dimessa, stesso senso di claustrofobico torpore, stessa languida tensione che si tiene sul filo di una voce flebile, eppure rigonfia di dolente pathos.

Una penna che vomita sofferenza e ferocia sottoforma di schizzi sanguigni, che racconta la realtà con tutte le sue brutture e ingiustizie, alternando il sussurro alle grida. 3 Times (brumoso guaito dal climax trattenuto), Rockets (cupo fraseggio di chitarre e drumming scandito), Itchyhead (foga opprimente delle pelli dal gusto velvettiano) svettano in un Dear Sir che punta su una visceralità elettrica Sebadoh, mentre Ice Water (quieta trepidazione incagliata in un giro di accordi circolare) e Wealthy Man (lacerante blues dai colori opachi) raccolgono la fragilità di un Myra Lee (il nome della madre, con la quale non aveva ancora riallacciato i rapporti) maggiormente riflessivo, sommesso, pur mantenendo il naturale turbamento che innerva le undici tracce. Entrambi arricchiti da una cover (Yesterday Is Here di Tom Waits, Still In Love di Hank Williams, un “vizio” che la Nostra non perderà mai) predomina nelle registrazioni un basso profilo, quasi un lavoro artigianale (il secondo in particolare, chiuso dalla spietata nudità della voce in controluce di Not What You Want) che fa sfavillare i vocalismi di Chan, diretti discendenti di Grace Silck e Patti Smith. Acerbi, sporchi, questi primi episodi mostrano un talento ancora nascosto, confuso, spesso sovrastato dalla veemenza dell’accompagnamento (nonostante Shelley e Foljahn cerchino, ogni tanto, di smorzare i toni).

Tanto bastò per farne una delle promesse del nuovo cantautorato folk-rock a stelle e strisce. Proprio così: nel ’96 Gerard Cosloy, suo estimatore della prima ora, ottiene la firma di Chan in calce ad un contratto che la lega alla Matador, l’etichetta di Liz Phair, di Yo La Tengo, dei Pavement. Un trampolino di prima categoria indie per un’artista che aveva tutte le carte in regola per piombare nell’immaginario alternativo scombussolando le gerarchie. Tutte le carte tranne una: non riusciva a superare la paura del palcoscenico. Che le procurava blocchi, amnesie, eclissi, tragicomici abbandoni come quello sopra descritto. Tuttavia il nuovo corso si apre al meglio con What Would The Community Think (Matador / Self, settembre 1996 – 7.0), ancora Shelley e Foljahn a darle manforte ma la ragazza – compositrice e interprete – finalmente al centro della cosa.

Il sapore acre (della vita)

E’ un lavoro più coeso e intenso, a tratti disteso a testimoniare la rinnovata padronanza di ballate folk essenziali rese sanguigne dal tumulto sublimato nella voce di Chan, per non dire delle sfumature punk-rock e delle inclinazioni country-blues che sbocciano come fragranti fiorellini del male. In This Hole inaugura il nuovo corso (morbido tocco di xilofono e chitarra elettrica, come una Edith Frost più fisica), che si dipana tra la straniante Good Clean Fun (lugubre scricchiolino harveyiano) e l’eco del piano scordato avvolto in brandelli di feedback della title track. Così diretta e sincera nella linearità delle melodie da sopraffare anche il più cauto degli ascoltatori, una stretta che toglie il respiro con la scarnificazione blues di They Tell Me, la disarmante laconicità delle inflessioni vocali di Water & Air, la folgorante e confusionaria provocazione di Nude As The News (“Jackson, Jesse, I’ve Got A Son In Me / And He’s Related To You”), passionalità che si accende di una batteria nervosa e di graffianti accordi di chitarra. Capace di rifare se stessa meglio di chiunque altro nella Enough di Myra Lee, anche in questo album regala un paio di omaggi: Bathysphere di Bill ‘Smog’ Callahan – il suo compagno/amico in quegli anni – (alieni cigolii accompagnano l’emotività di voce&chitarra) e Fate Of The Human Carbine di Peter Jeffries (acustica solitudine che si ferisce di elettricità).

Un lavoro di essenziale incompiutezza, di sbavature che hanno tutto il sapore acre della vita, che lascia quel giusto margine perché Chan cresca e si faccia donna. Certo lontana dall’immagine sì travagliata ma incisiva modello Phair o Harvey, della politicamente battagliera Ani Di Franco o del nuovo astro Fiona Apple. C’è come un desiderio di frapporre distanze, un cuscinetto emotivo che la protegga dal concedersi troppo, dal rendersi vulnerabile, pure se quel suo modo di cantare non fa altro che denunciare ferite ed afflizione, la pronuncia di chi non si è ancora ripresa dal trauma. Una Hope Sandoval che vorrebbe incazzarsi Sleater Kinney se solo non fosse un passo troppo lungo da sostenere. Si ritrae, non concede troppi particolari, recita un ruolo sottile, svicola di profilo. Va in Australia a registrare Moon Pix (Matador / Self, settembre, 1998 – 7.2/10) anche per mettere più chilometri possibile tra sé e una tragedia in cui hanno perso la vita due amici d’infanzia.

Entra in studio senza uno straccio d’idea, ne esce con un disco notevole, grazie anche al più denso impianto allestito per lei dai Dirty Three: undici brani segnati dal desiderio di abbandono, un viaggio nella profondità della loro autrice attraverso il calibrato intreccio degli elementi di sempre, esili sfumature vocali sull’orlo del collasso (il trascinarsi blues di No Sense, l’elegia intimista dalle parti di una Lisa Germano della tuonante Say), leggeri accordi di chitarra (la stessa frustrazione esibita di Suzanne Vega in Back Of Your Head) o di pianoforte (la tenerezza sdrucita di Colors And The Kids, picco emozionale dell’intero album), un caldo e morbido tappeto ritmico come sfondo di un panorama dalla sconfinata mestizia. Flauti toccanti s’insinuano subdolamente negli interstizi di He Turns Down, loop di batteria (estrapolati dalla Paul Revere dei Beastie Boys) giocano a rincorrere una chitarra volutamente fuori tempo in American Flag, mentre il controcanto di Cross Bones Style fa riecheggiare la disperata richiesta di aiuto (“Oh Come Child / In A Cross Bones Style / Oh Come Child / Come Rescue Me / ‘Cause You Have Seen Some / Unbelievable Things”).

A sigillare un tale compendio di naturale e sentito trasporto l’acuto lamento del traditional Moonshiner, portato alla fama da Mr. Zimmerman. Un’intensità che fa male al solo sguardo, che sorprende come un acquazzone di primavera: una pioggia insistente che d’improvviso ti cade addosso, pesante, fastidiosa, dura cinque minuti, ma purifica l’anima. Tanto basta per eleggerla a fenomeno alternativo (accezione il cui significato varia parecchio secondo la latitudine, ma tant’è), quindi per forzarla ad intraprendere un lungo tour promozionale durante il quale arriva perino ad odiare i propri pezzi, così da spingerla ad inserire in scaletta sempre più cover, ripescate magari dalle infatuazioni giovanili durante l’esplorazione della discoteca del patrigno.

Nelle note degli altri

Ecco quindi che il concepimento di The Covers Record (Matador / Self, marzo 2000 – 7.0/10) appare come una conseguenza naturale. E’ una variegata raccolta di rivisitazioni sotto l’egida della sua pelle, decostruzioni ardite, spinte fino al bianco dell’osso, di cui (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones ne è esemplificazione perfetta: assolutamente irriconoscibile, priva della sensualità infernale di Jagger, dei riff ribollenti di Richards, finanche dell’abusato chorus, striata, invece, di blu, la chitarra compressa, la voce nervosa a ritrarre la noia al femminile. Delicata, quasi una nenia di altri tempi, I Found A Reason dei Velvet Underground, ricolma di speranza, seguita da una Red Apples di Smog ancor più disperata e lacerante nella suo respiro affannoso.

Chan interpreta questi brani come fossero stati scritti da Cat Power, sono intrisi del suo cuore, del suo sangue, profumano del suo odore e sono mossi dalla sua quieta impazienza. Neanche quando si confronta con quel Dylan tanto ingombrante (Kingsport Town e Paths Of Victory) – già onorato nel precedente – sbaglia, facendo finta di essere anche lei tra i più grandi e regalandosi un piano notturno nella sua In This Hole. Se un album di sole cover spesso tradisce i primi sintomi dell’impasse creativo, in questo caso sembra un ritratto sotto forma di collage, uno scrutarsi dentro per rivelare la mappa emotiva e sentimentale di un’artista altrimenti sfuggente, altrimenti fuggitiva. E che tuttavia non seppe sfuggire agli obblighi promozionali che anche The Covers Record le procurò generosamente.

Altri mesi di tour, una spossatezza fisica ed emotiva che la porteranno sempre più a “consolarsi” con l’alcool. Non smise però di scrivere, anzi il periodo si rivelò particolarmente prolifico malgrado esteriormente la situazione facesse pensare ad uno sfacelo imminente. Aiutata da una volpe come Adam Kasper (Queens Of The Stone Age, Pearl Jam, Foo Fighters), la Marshall seppe dare alla luce You Are Free (Matador / Self, 2003 – 7.3/10), album che sconcertò i fan della prima ora per una palpabile baldanza “pop” (pur distante anni luce da quello becero cui si voterà di lì a poco Liz Phair). Il tenore dimesso, la ruvidità degli strumenti, la loro ipersemplificazione, sembrano essere crollati sotto il peso di una complessità degli arrangiamenti fin’ora sconosciuta. Il suono si fa più rotondo, tirato quasi a lucido, con l’uso del violino – quello magico di Warren Ellis -, di chitarre elettriche e acustiche in primo piano, insieme alla robusta sezione ritmica – a cui pensa un Dave Grohl che non avremmo mai immaginato.

Fanno capolino anche delle inusuali trovate, come la drum machine di Free, il coro fanciullesco della più classica country ballad Good Woman, che si intreccia al controcanto nascosto dell’altro ospite illustre, Eddie Vedder. Una prima parte che rinnova il passato, con He War e Speak For Me a trainare il carro della popolarità. A fare da contraltare una seconda parte confidenziale, composta, in cui dominano la spietata verità di Names (storie di ordinaria violenza minorile), la positività di Maybe Not (“We Can All Be Free / With Your Mind”) e la defilata Evolution, sensuale duetto che fa di Power / Vedder una coppia di amanti perfetta. Alal fine del programma resta come uno strano sorriso sulle labbra, dovuto forse alla serenità che ci comunica, alla pulizia del suono, ai testi meno criptici, come se la rabbiosa e sconfortata ragazza degli inizi si fosse riappacificata con se stessa e avesse trovato nell’immediatezza delle linee melodiche la carta vincente, oltre che la volontà, per farsi comprendere da tutti. Per concedersi al mondo.

Rituali di affermazione

Ma i conti, come dicevamo all’inizio, non tornavano affatto. Il volto ormai da copertina di Chan nascondeva una catastrofe che prendeva vita sul palco, mortificandola come in un rituale di negazione, come se non accettasse tutto quel buon lavoro ed il meritato successo. Come se sapesse di non essere in realtà la cantautrice di successo che aveva sempre sognato di diventare. Situazione emblematicamente fissata in Speaking For Trees: A Film By Mark Borthwick (Matador / Self, febbraio 2005), due ore di camera fissa con Chan che si esibisce per un pubblico costituito dagli alberi della foresta messicana, l’ospitata di M Ward e poco altro di interessante se non questa sorta di confessione totale, il non voler esistere realmente come fenomeno pubblico ma come persona basale, come se non meritasse di più e altro.

Una contraddizione destinata a non risolversi, ad esplodere anzi come abbiamo detto in un album che nessuno avrebbe potuto pronosticare, quel The Greatest (Matador / Self, 24 gennaio 2006 – 7.3/10) che la vedeva tuffarsi nel felpato elisir del crooning memphisiano, un classico già al primo assaggio (gli archi dell’omonimo brano d’apertura non richiamano, forse, la Moon River di Henry Mancini?), di quelli da ascoltare in macchina, immaginando di percorre le strade assolate e deserte delle grandi pianure americane, con i suoi cowboy e le loro donne a cantare vecchi traditional, a mischiare l’andamento country con il sentire blues, in una interpretazione che scopre le spalle al soul (l’eredità del padre, fieramente esibita). Malgrado la vita sentimentale strattonata dai costanti problemi di alcolismo (e forse di altre dipendenze), la situazione appare straordinariamente sotto controllo.

Chan è padrona delle sue capacità e della sua ispirazione, sa perfettamente quale direzione prende, supportata da un cast di musicisti di prima grandezza: i fratelli Hodges, Mabon ‘Tieenie’ (chitarrista di Al Green) e Leroy (della Hi Records), David Smith al basso e Steve Potts alla batteria, a cui si aggiungono altre stelle di Memphis alle tastiere e ai fiati. Ed eccolo il soul, che si fa spumeggiante in Could We e maestoso in Love And Communication; ecco il blues fischiettato in After It All; ecco il country in Island, con tanto di presentazione, come fosse stato catturato d’improvviso per radio; ecco infine le ballad struggenti in Where Is My Love e Lived In Bars. Un cantato soffuso, avvolgente, caldo, indubbiamente frutto dell’esperienza, che non ha più bisogno di gridare per esprimersi, che non soffre più di complessi d’inferiorità, ma si guarda allo specchio, piacendosi.

Forse per questa forbice tra strazi privati e fasti pubblici, Chan sentì il bisogno di cucire qualche punto, di rammendare gli strappi. Decise cioè di sottoporsi ad una terapia disintossicante al Mount Sinai Medical Center di Miami: ne uscì dopo una settimana, disgustata. Ciò di cui aveva bisogno era trovare il modo d’essere se stessa, e conosceva solo due strade: l’amore e la musica. La seconda trovò il modo di concretizzarsi ulteriormente col già citato Jukebox (Matador, gennaio 2008 – 6.9/10), secondo album di cover come riverbero della scelta intrapresa con The Greatest. Quanto all’amore, quello con Ribisi sembrava una combinazione destinata al successo.

Oltre le buriane (?)

Abbiamo visto com’è finita. Ne stiamo ascoltando, con Sun, le conseguenze. Di buono, oltre il valore del disco (che non è eccellente ma sta in piedi vorticando su una febbrile ancorché residua instabilità), c’è la scomparsa della fragilità, sostituita da una fierezza ferita, da un piglio combattivo e lirico che sembra scaturire da una donna finalmente consapevole dei propri limiti, dei confini della propria forza, del posto di se stessa nel mondo. Al punto da riconoscersi in un mutamento drastico che non ci impedisce di riconoscerla, pur nello stupore che ci riserva. Chan Marshall ha attraversato le buriane ed è sopravvissuta per raccontarcele. Forse non ha ancora capito cosa diventare davvero, la sua musica è uno spasmo disperato di liberazione, ma non ci sono fondamenta solide nella libertà che sembra sul punto di raggiungere. Perciò somiglia a molti di noi, prima che a qualcosa che abbiamo voglia di ascoltare. Viva Cat Power.

(grazie a Valentina Cassano)

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