Stratificare la memoria, scolpire il suono

In solo o in collaborazione, Claudio Rocchetti non è la scoperta di nessuno. Si è fatto da sé, consolidando una fama oggi riconosciuta a livello internazionale ed espressa non solo in release per uno stuolo di ottime etichette (da Hapna e Soleilmoon, alle nostrane Bowindo, Die Schachtel, Setola Di Maiale fino al forza4 dell’ultimo The Carpenter) ma anche in una pletora di collaborazioni e progetti. 3/4HadBeenEliminated innanzitutto, formidabile fucina avant-impro bolognese, poi le esperienze con In Zaire, Olyvetty, Vroom!, Hypnoflash, senza contare le collaborazioni, ultima in ordine di tempo quella su Ricamatrici di ?Alos, al secolo Stefania Pedretti. Oggi è il turno di The Carpenter, una esatta sintesi possibile di sonorità e tragitti che ne misurano il portato e ci spingono ad andarlo a cercare, il giovane sound-artist. Termine che a dir il vero è la qualifica che meno ci piace; chiamiamolo perciò artigiano del suono, etichetta meno a la page che rende però appieno l’idea di un procedere manuale, materico, di sostanza del fare musica del berlinese d’adozione.

Onnivoro ascoltatore e fagocitatore di fonti sonore tra le più diverse, il bolzanino lavora col suono e sul suono. Scolpisce, plasma, taglia e cuce. Si interessa alla materia e alla memoria, in egual misura. Matericamente, affidandosi a una strumentazione d’accatto – rigattieri e mercatini d’antiquariato, sentitamente ringraziano – fatta di dispositivi in disuso, abbandonati, desueti al punto da essere sull’orlo dell’oblio: giradischi, cassette, microfoni, radio cui si aggiungono occasionali field-recordings. Filosoficamente, con un processo di indagine sulla memoria e sulla distorsione, perdita o mutazione che questa subisce nel tempo, usando le sue parole.

Non è musica astratta e informe, relegabile cioè nel campo della sound-sculpture dura e pura, quella di Rocchetti, piuttosto uno stratificarsi che nel corso degli anni e delle uscite assume forme sempre più intelligibili, anche nella asperità della proposta. I suoni, spersi e vaganti nella memoria istologica del loro autore/collettore, si accatastano gli uni sugli altri, si aspettano, si lasciano crescere. Fermentano, verrebbe da dire, fino ad arrivare ad un forma-(personale di)-canzone ben esposta nelle ultime prove discografiche. Infatti quando ci si ritrova ad ascoltare i frutti di questo personale e meditato modus operandi, lontani dalle modalità e dalla genesi dei singoli flussi sonori (più che canzoni, quelli di Rocchetti sono veri e propri flussi di suoni riorganizzati in canzone), si finisce con l’apprezzare la grana del suono, ma soprattutto il senso melodico complessivo. L’insieme, oltre che la singola cifra musicale e/o sonora.

Come l’haiku sfrutta solo una determinata e non superabile serie di sillabe, le composizioni di Rocchetti sfruttano di volta in volta un numero minimo di fonti sonore, sulle quali si va ad ergere, strato dopo strato, un complicato edificio musicale, maestoso o minimale a seconda dei singoli casi. Siano, per rimanere all’ultimo The Carpenter, degli archi, un solo deadmaniano di chitarra, manipolazioni di giradischi o rumori isolati e/o trovati casualmente. Abbiamo cercato Rocchetti per indagare sulla sua evoluzione musicale, su una personalità artistica schietta che si propaga in mille progetti, sulla filosofia (se ce ne è una) che sta dietro le sue creazioni sonore. Ecco a voi il risultato di questo incontro.

Da dj/turntablist (sui generis) spaccatimpani a raffinato scultore di suoni. Una bella evoluzione per il tuo suono, soprattutto per quel che riguarda i lavori in solitaria…

In realtà credo che le cose convivano bene e fin dall’inizio. C’è sempre stata, da parte mia, una certa attenzione alle piccole risonanze e al pulviscolo, ma anche alla potenza del singolo gesto. Nei dischi penso che si possa sempre trovare, in dosi differenti, una vasta gamma di sonorità e di approcci. L’unica cosa che posso dire che l’accento melodico dei pezzi mi sembra più marcato in The Carpenter, come se avessi sottolineato alcune intuizioni del disco su Die Schachtel.

Non passa inosservato infatti, soprattutto perché in scia a Another Piece Of Teenage Wildlife, una certa attenzione per la forma-canzone, anche se sempre perfettibile e non-finita…questa “incompiutezza” unita ad una certa dose di provvisorietà, dopotutto sembra essere un tuo trademark…

Solitamente i pezzi li considero conclusi quando non riesco più ad aggiungere nulla, oppure quando non li sopporto più; quindi credo che questo senso di “incompiutezza” derivi insitamente dal mio modo di lavorare. Anche l’aspetto melodico (che a dire il vero era presente già in The Work Called Kitano) fa semplicemente parte della mia paletta espressiva. Non cerco le melodie, sono loro che si verificano all’interno dei dischi.

The Carpenter sembra un traguardo raggiunto: condensare e plasmare un suono fatto di mille imput diversi ma che si sta sempre più segnalando sempre più come personale.

E’ un passo in una direzione, non parlerei di traguardi, unicamente perché non mi sono mai posto nessuna meta. “Condensare e plasmare” è quello che faccio, è parte del mio processo creativo, mettere da parte suoni, idee, e aspettare quello successivo. Poi prendere tutto e piegarlo, spingere i singoli suoni in altre direzioni… oppure lasciare che tutto si accumuli e aspettare che il tempo faccia la sua parte…

Parlaci di The Carpenter…è un omaggio al regista o la rivendicazione di un agire “artigianale” più che artistico?

È entrambe le cose. Ha a che fare con il mio metodo e con la convinzione di essere appunto un artigiano, più che un musicista o artista. Poi ovviamente c’entra anche John Carpenter! Come detto molte volte, mi sento molto vicino al cinema, ne prendo a prestito i ritmi e in parte l’immaginario, e lui è in ogni modo uno dei miei registi preferiti. Ma il titolo è soprattutto un omaggio a mio padre e al suo lavoro, il carpentiere appunto.

È sempre più interessante osservare/ascoltare la grana del tuo suono…parti da pochi elementi riconoscibili (una chitarra, un loop, un fruscio…) per costruire intere cattedrali…quant’è affascinante questo lavorio di costruzione di ogni singolo pezzo?

Non c’è nulla di più eccitante di un nastro vuoto. All’inizio, quando ancora non so nulla del pezzo che verrà, avere tutto questo universo di possibilità davanti è galvanizzante! Anche se la maggior parte dei pezzi si rendono riconoscibili dopo molto tempo, e quindi il risultato spesso è si svela solo dopo mesi, la parte più esaltante di solito sta prima ancora del primo suono. Poi quando tutto si incastra e si scopre per quello che è, quasi mai rimane fedele all’idea iniziale, e anche questo è sorprendente e mi piace molto…

Scorie di memoria; spazi, suoni, mezzi musicali vissuti e reinterpretati; strati di significati che si aggiungono in continuazione…quale è la filosofia che sta dietro il tuo fare musica…ossia, perché se ti ascolto penso sempre ad un procedere punk in un ambito di sperimentazione…

Il mio fare musica è la risultante di infiniti strati di esperienze piuttosto diverse che non faccio altro che accumulare e, appunto, stratificare e addensare. Uno di questi sedimenti è il mio passato hard core. Non vorrei che questa cosa assumesse un rilievo eccessivo, ma è indubbio che fa parte del mio bagaglio e sicuramente si può notare durante i mie live, o comunque in un certo modo di approcciare la materia. E intendo letteralmente le cose, gli oggetti, toccare e manipolare la materia prima. Quindi non c’è una filosofia precisa dietro tutto, ma solo un’attitudine.

Quanto è importante questa attitudine, questa tua “predisposizione materica” nei live? …il live è il momento in cui tu come artista interagisci col pubblico e viceversa il pubblico assiste, vede la tua “performance manipolatoria”…

Il processo live scava e lavora nella stessa direzione di quello in studio, solo molto più velocemente e con molta più imprevedibilità. Il concetto è simile, portare le macchine al loro limite, spingerle in direzioni inaspettate, e gestire le risultanti. Durante il concerto tutto questo si concentra e accade in pochi minuti, invece che in mesi, e quindi diventa estremamente pericoloso. Infatti un mio live a volte può risultare molto breve o deludente, dal punto di vista immediato, della soddisfazione estetica o quant’altro, proprio perché è ad altissimo grado un live sperimentale, aperto. Ma quando funziona, oltre ad essere molto fisico, è anche soddisfacente e potente (sia a livello sonico che improvvisativo).

Immagino che il fascino per oggetti sonori obsoleti si riverberi pure in sede live… come ti comporti, come interagisci (se interagisci) col luogo in cui si tiene la tua performance?

Quando ho la possibilità di relazionarmi allo spazio (grazie al tempo e all’elasticità dell’organizzazione), cerco sempre di evocare, almeno in parte, la storia del luogo. Attraverso field recordings, rimandi e accenni alle geometrie, giocando con la sistemazione degli speaker e con la materia stessa con la quale lo spazio è costruito.

Hai mille progetti in ballo, in solo, in duo, in trio ecc. La tua forza espressiva sembra aver bisogno di più forme per esplicitarsi: l’elettroacustica collettiva di 3/4HadBeenEliminated, il rock deforme di In Zaire, gli accartocciamenti noise di Olyvetty… hai una personalità musicale debordante…

Cerco semplicemente di suonare le cose che mi interessano con le persone che mi piacciono. Se scopro suoni nuovi che mi coinvolgono mi sembra naturale tentare subito di conoscerli e integrarli nelle mie cose. In più l’atto di suonare insieme a persone, che sono innanzitutto amici e poi ottimi musicisti, è la forma più alta di conoscenza e comunione. Per esempio con In Zaire, ci siamo conosciuti suonando parecchio sugli stessi palchi (prima durante un lungo tour dove io suonavo con Hypnoflash e loro come G.I. Joe, poi attraverso mille serate e altri concerti…), e siamo diventati innanzitutto amici e poi il progetto è venuto da sé. Credo siano cose importanti, e che questo poi si senta perfettamente.

Dividi l’esperienza Olyvetty con Riccardo Benassi che è prevalentemente (o almeno lo era in partenza) un visual artist…prima abbiamo sfiorato il discorso cinema, adesso vorrei sapere cos’è per te l’arte visuale e come interagisce col tuo “fare” musica?

In realtà sono un completo dilettante per quanto riguarda l’arte contemporanea in genere. Vado molto a periodi, a volte vedo una tale quantità di cose da rimanerne affogato per mesi, ma non ho mai approfondito a dovere nulla di tutto questo, soprattutto la “visual art”, che continua sembrarmi una cosa senza confini e piuttosto indeterminata. Con Riccardo poi ci siamo concentrati molto sull’aspetto puramente musicale, concentrando i nostri sforzi al di fuori dei suoni sul lavoro grafico (in questo Riccardo è davvero straordinario) e sul video di Nights Erase Days Erase Nights, presentato qualche tempo fa a Netmage.

Alla luce di questi tuoi numerosi impegni con altri progetti e band ho come l’impressione che non ti cullerai molto sugli allori vero?

Hai visto giusto! Nei prossimi mesi usciranno dischi di In Zaire (uno split con Skull Defekts per Holidays) e il nuovo 3/4HadBeenEliminated. Poi farò qualche festival e dei piccoli tour sia in solo che con i gruppi sopra citati e verso la fine dell’anno è in programma un tour negli Usa con Stefano Pilia.

Nel disco è impegnata a vario titolo la crema dell’avanguardia italiana, sia musicisti che etichette… posso chiederti come è la scena italiana vista da Berlino?

E’ più attiva che mai. Non ci sono mai abbastanza posti dove suonare e situazioni decenti dove poter lavorare, ma di gruppi interessanti e di etichette formidabili ce ne sono eccome. Pensa a Holidays, Presto!?, Boring Machines e Wallace, le etichette coinvolte in The Carpenter. Pur essendo abbastanza diverse (per fortuna!), hanno in comune un catalogo davvero impressionante e pieno di titoli bellissimi. Al di là di tutto, se ti dovessi dare dei nomi così su due piedi direi: WW, Dracula Lewis, Stefano Pilia

14 marzo 2010
14 marzo 2010
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