Codeine, l’ultima espressione della solitudine

Partiamo dall’inizio della fine. Da Sea, l’apoteosi e l’estrema unzione dello slowcore. Anno nero, il 1994, e c’è bisogno di codeina come non mai. La sbornia grunge ha lasciato solo la casa in disordine, il post rock rimarrà chiuso nello sgabuzzino per almeno un altro lustro – anche se vibra a livello creativo a tal punto da rischiare di implodere, come succederà un decennio più tardi. Chicago, Louisville o New York non ha importanza, c’è John Engle stramazzante sulla sua chitarra, giovane inerme che la arma con stilettate severe e profonde, un suicidio – prima che umano, chitarristico – in piena regola; e poi Stephen Immerwhar e il suo viso dai tratti angolari, lento e con voce monocorde a seminare oscurità sulle stelle, come se ce ne fosse bisogno. Doug Scharin non si decide a pulsare, come dargli torto. Gli anni novanta vivono solo sulle polaroid in bianco e nero di Douglas Coupland e di Jim Jarmusch, eppure c’è grigio dappertutto, è l’età sfilacciata e tutti sembrano essere stati giovani in quel periodo. Una, due, tre fruste di Stephen, finalmente. I under… Pausa. Rivolo di luce a dettare: STAND. Riflusso monotono a seguire, nell’eternità. Il tutto nell’indifferenza generale, o meglio, nella magnificenza generale, come spesso accade. Ci si riscopre lenti, ma come se fosse la prima volta. Siete tutti giovani e inespressivi, prendono in giro i Codeine.

Gli Slint sono stati il cielo, un testamento universale il loro sadico impasto onnivoro (jazz, punk, psichedelica, hardcore, magia, indecisione), poi è piovuto di tutto. I primi ad essere circoncisi dal demonio della pacatezza, agli sgoccioli degli anni ottanta, sono stati i Galaxie 500. Pop nero, si dirà. Piglio disfattista alla Nick Drake e polveri soniche ovunque, compresse nel tracciare il nulla, a raccontarlo quel buco nero. I Codeine aggiungeranno a questa ricetta malamente esistenzialista condita da una sana rassegnazione, l’esasperazione dell’attimo. Sospeso, trattenuto, rallentato fino allo spasimo, mai libero di librarsi, mai libero, punto. C’è la ripetizione e l’incoscienza, il filo di speranza è avvolto da una strana distorsione misurata, platonica o musicale non ha importanza. La volontà di non volere. Tutto è deciso nei Codeine, anche l’indecisione è programmata. E così diventano un manifesto: noi vi raccontiamo la grande bugia dell’infinito, della felicità. Come? Nell’esasperazione delle linee melodiche, così viscerali e penetranti nella loro rude marzialità. Negli arrangiamenti poi, luminosamente cupi (le dicotomie abbonderanno, preparatevi, come farne altrimenti per raccontarli?). Il tutto non ripreso da un piano sequenza, come si potrebbe pensare istintivamente, no. Visivamente, solo stop motion. Mentalmente, puro Dogma 95. Stop and go, respiro e ripartenza. Una camera di un manicomio, The Kingdom ovunque. E l’atmosfera e le strade? Di notte, piove sempre, e lì sì che finalmente luccica tutto.

I Codeine si formano tra le periferie di Chicago, anno disperato, il 1990. La scintilla è immediata. Chris, John e Stephen, sono giovanissimi e trattengono il fiato attendendo il passo successivo. Pochissime prove, un filo d’incoscienza e così, d’impulso, esce Frigid Stars (Glitterhouse, 1990, 7.5), prima in Europa, poi negli Stati Uniti, sempre china a vederci lungo. D, oltre ad essere la prima traccia dell’album d’esordio, è l’essenza e l’emblema di un percorso esistenziale unico, irripetibile, come la solitudine. Una cantilena dai versi lisergici violentata da un lamento perenne e accartocciata su una linea melodica dal sapore circolare che s’inerpica sulle spigolature di un suono glaciale, inespugnabile: vinto e vincitore. Frigid Stars – assieme al gemello Spiderland – non rappresenta la morte del rock come si vuol far credere, ma la sua naturale evoluzione. L’epicità malinconica di una generazione in perenne movimento sulle sue ceneri ha la meglio sullo spontaneismo violento che veloce come il sudore di un sedicenne emerge sulle frequenze di Mtv, dilaniandolo; e ancora, mostrandolo come se fosse una reliquia, incuriosendo, zittendo di fatto il significato della vita come dovrebbe essere intesa, lasciando tutti rinsecchiti – eppure vitali – tra le orde malefiche di un indie rock piegato su stesso, sulle scie di un passato mai personale, per nulla rivelatore. In Frigid Stars non si respira, agonizzanti prima nell’ermetismo shoegazaro di Gravel Bed o nell’incedere quasi metafisico di Pickup Song, poi nella limpida New Year’s con gli Xtc a scuola dai Joy Division. Infine il buio, e quindi l’industrial arrendevole di Second Chance, un grido d’aiuto tra assalti sonici e parole a dir poco rassicuranti: il basso di Immerwaher a reggere il moccolo, a costruire tra le macerie di un incubo che si crede passeggero. I continui stop and go di Cave In velano di pudore adolescenziale la futura consapevolezza: il canto si fa quasi clemente, gli arpeggi metallici eppure per un attimo concilianti, quasi a ridosso di Cigarette Machine – i June of’44 prendono appunti da bravi liceali – dove le periferie sanno di periferie, gli attacchi d’ansia di attacchi d’ansia e tutto sembra come in un romanzo di Russel Banks. Saliscendi immobili, universali, stomachevoli ed intriganti, il tutto ritmato dai battiti marziali di un Chris Brokaw folgorato sulla via dei nostri funerali. Una piccola epopea in cui la struttura non cede all’istinto, un atto dovuto in cui l’armonia non viola la sacrosanta presenza della disperazione, un piccolo gioiello che sa di nero e perfezione e si asseta di rumore e violenza implosa, diventando immediatamente riconoscibile. La magia è nell’aria e per una volta rallentata, la si può afferrare. I live diventano delle messe esistenziali, dove al posto dei sacrifici umani medievali si preferisce la confessione, una confessione intima e devastante, dove la nudità delle liriche di Immerwahr e la precisione dei colpi sono solo un pretesto, un invito a riflettere, a rimescolare le carte in gioco. Correre contro la lentezza, chi l’avrebbe mai detto. Non è poco, è la vita ai tempi dei primi Codeine.

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Nel 1992 esce Barely Real Ep (Sub Pop, 1992, 6.8) per la Sub Pop. Non racconterà nulla di nuovo, un piccolo disco di passaggio. W ne è – forse – l’unica gemma. Pausa per pianoforte e dolore, la frase che mancava per completare l’immensità. David Grubbs collabora ma non si sente, anche se sono le sue mani a guidare l’elegia senza tempo di W. Chris Brokaw se ne va, resusciterà nei Come della mai abbastanza arrabbiata Mrs. Thalia Zedek e poi negli appassiti The New Year. Doug Scharin ne prende il posto, diventando così il battito del cuore di un’intera scena (oltre ai Codeine, i Rex e il seme di un suono intero, i June of 44).

Il nuovo album si chiama The White Birch (Sub Pop, 1994, 8.1). La copertina dice già tutto. Del bianco e nero, appena visibile e un contorno a impreziosire il tutto, a futuro testamento, a passata memoria. I tocchi si fanno più lucidi, meno distorti, illuminano la sporcizia delle anime, più che nasconderla. Loss Leader risplende tra toni ariosi e immensi monosillabi. Un Neil Young al rallentatore, intrappolato da una marcia funebre sulla Bowary. L’incestuoso saliscendi di Kitchen Light poi, nel suo pur sfacciato autolesionismo – first a kiss, then a fall (il vocabolario di Immerwaher si rivela sempre efficace nonostante la ristrettezza dello stesso) – rivive imprigionata in una melodia sussurrata, appena accennata, quasi morente, quasi viva. L’immobilità si fa fluida, insistente nella limpidezza melodica di Washed Up o nella precoce Tom, dalla coda violentata, scelta addirittura come singolo, ammiccante ma non abbastanza per poter ambire alla top 20 di Billboard, fondamentale per lacerarsi l’animo nella solitudine di una cameretta di Hoboken, New Jersey, o di Gallarate, Milano. In The White Birch i cambi di velocità si fanno improvvisi, soffocanti, quasi necessari, scandiscono le stagioni della vita e dei cuori, degli odori e dei ricordi. L’essenza è la stessa, innata: pessimismo e rassegnazione. Non c’è luce in fondo al tunnel, non ne usciremo, cominciamo ad arredarlo. Ciò che conta, dopo una storia, è la consapevolezza della situazione, del destino e della fine di un sentire. Se Frigid Stars rappresenta la scoperta e l’approccio con i nostri sentimenti già sotterrati, The White Birch è il movimento inteso come consapevolezza, l’unica consentita, l’unica da “celebrare”. E così i colpi si fanno severi, i suoni non più impastati nella mangiatoia noise, ma sapientemente dosati. C’è appunto della misura e del calcolo, il tutto è comprensibile, non meno devastante. La paziente schizofrenia di Wird  (in realtà una rilettura psicotica di W) lo testimonia, eletta a preludio del dolce addio tra cavalcate infernali e sincopate chiusure esistenziali. Di lì a poco, tutto si spegnerà. La cover di Atmosphere dei Joy Division (contenuta nella compilation A Means To An End) rappresenterà di lì a poco il loro testamento definitivo, senza nessun scioglimento ufficiale, come è giusto che sia. I Codeine si dimenticheranno dell’esistenza dei Codeine, è l’autunno del 1994, e come i nostri tempi impongono, quasi vent’anni dopo qualcuno vorrà far credere loro che non avevano ragione, è stato solo un sogno.

Il sipario. E le influenze, devastanti, ovunque, come macerie. I Low ringrazieranno per una vita, diventando i re indiscussi del genere fedeli sì alla linea – ma come dimostra l’ultimo decennio indecisi sulla via da seguire – ma mai così rassegnati. Lontani anni luce, ma accomunabili nelle intenzioni, i Red House Painters, meno rumorosi e, se possibile, ancor più monocromatici (nero che non si vede). Fioriscono etichette che si rifanno alla magnificenza codeiniana: la Kranky dei vari Labradford e del Re Mida David Pajo, la Constellation dei vari GY!BE, Do Make Say Think. E l’Italia? rimane a guardare, come al solito, piangendosi addosso. Anche se un grammo di intenzioni – meno di azioni – si possono ritrovare tra gli Starfuckers, molto più voraci ma accomunabili se la parola chiave è rassegnazione e disgusto. E’ il mondo intero a resuscitare grazie agli Slint e ai Codeine; il botto è il loro, ma è un’intera scena – che più eterogenea non si potrebbe, l’elenco sarebbe infinito – a raccogliere le ceneri. Non c’è mai stato così tanto bisogno di lentezza come oggi.

E ora Reunion. Che brutta parola, ma questo 2012 sarà anche l‘anno del loro ritorno, suoneranno ovunque (All Tomorrow’s Parties, Primavera Sound Festival, a Maggio al Locomotiv di Bologna, unica data italiana) e anche nei vostri incubi quotidiani. C’è vita nel tunnel. L’ultimo intenso e definitivo minuto di Smoking Room da The White Birch li sbugiarda tutti, così lenta nello spegnersi. E’ tutto finito, l’importante era raccontarla, lentamente, l’ultima espressione della solitudine.