Come una pistola fumante in faccia

Intervista a Paolo Iocca 

– Anzitutto una pura curiosità: come mai questo nome?

Sentii pronunciare “Franklin Delano Roosevelt” alla tv. Era un
documentario sulla seconda guerra mondiale. Mi suonò bene e lo proposi
agli altri. Agli altri suonò altrettanto bene. Poi quando qualcuno mi
chiedeva il nome della band in cui suonavo e gli dicevo Franklin
Delano, mi dicevano tutti che quel nome l’avevano già sentito e mi
chiedevano dove (quindi) avevamo già suonato. Pensai che avevo scelto
un nome che funzionava davvero… A proposito: si pronuncia Franklin
Dèlano!

– Quando è cominciata l’esperienza Franklin Delano? Da quali altre esperienze provenivi?

In realtà diedi un taglio netto con la musica, sia suonata che
ascoltata, parecchi anni fa. Caddi in una crisi cupa da cui non sapevo
più come uscire, a tutti i livelli, compreso quello artistico. È stato
per una serie di fortunose coincidenze che ho scoperto il mondo
dell’indie, alla tenera età di 30 anni. Ho sentito l’esigenza
dirompente di ricominciare a comporre canzoni e poi di formare una
band. Questo nel “lontano” 2001. Nel 2002 nasce ufficialmente la band.

– Come hai conosciuto Marcella?

Tramite Ferruccio Quercetti dei Cut.
È stato lui a insistere sul fatto che Marcella sarebbe stata la persona
giusta con cui condividere il tipo di progetto che avevo in mente. Le
prime volte lei era un po’ dubbiosa, ma i brani le piacevano così tanto
che alla fine ha deciso di starci dentro. Da allora abbiamo percorso
molta strada insieme e siamo cresciuti molto sia musicalmente che
professionalmente.

– Con l’entrata di Vittoria nel gruppo il vostro assetto sembra essersi consolidato…

Sì, finalmente si è creata una dinamica stabile al nostro interno.
Siamo tutti e tre molto coinvolti nel progetto e ci diamo dentro tanto.
A livello musicale, dopo tanti concerti, abbiamo acquisito una facilità
d’interplay che ci consente di suonare anche in situazioni estreme –
come a volte è successo l ’anno scorso, tipo senza spie, senza
impianto…

– Con quali ascolti ti sei formato?

Guarda, sono molti gli ascolti che hanno formato la mia musicalità: dai Beatles e Lennondi quando ero bambino al metal dell’adolescenza, sono passato
attraverso svariati generi musicali. Poi ho avuto il buco nero di cui
ti parlavo. Ho smesso di ascoltare musica e non ho più voluto suonare.
Mi sentivo un pupazzo che imitava qualcosa di perennemente già sentito.
Paradossalmente era proprio l’eccesso di tecnica a bloccarmi.
All’inizio del 2000 – all’epoca vivevo in Inghilterra – ho ricominciato
a seguire la musica. Ho scoperto l’indie quando sono tornato in Italia.
Dopo vari ascolti ho cominciato ad appassionarmi al nuovo folk
americano, a partire da Red Red Meat e Califone, passando attraverso Howe Gelb, Will Oldham, Songs:Ohia, Okkervil River, Sin Ropas, Orso, Loftuse molti altri. Ora, nonostante i miei ascolti siano piuttosto vari e
non particolarmente legati a questo genere, stilisticamente mi sento
ancora molto legato a Tim Rutili, anche se sento di
starmi muovendo oltre, in una direzione più personale. D’altronde Tim,
con la sua voce e il suo stile alla chitarra, è l’artista che più è
riuscito a smuovermi qualcosa dentro, facendomi tornare a suonare.
Questo non si può cancellare. Ricordo ancora il giorno in cui ascoltai
per la prima volta Carpet Of Horses dei Red
Red Meat ed ebbi la folgorazione: quella sarebbe stata la musica che
avrei fatto, quella che più di tutte toccava le mie emozioni più
sepolte. Inutile dire che quando ho avuto l’onore di avere Tim Rutili a
suonare sul nostro album, o quando lui mi ha ospitato a casa sua, mi
sentivo come un bimbo a cui avevano portato il regalo più bello che
potesse desiderare in quel momento.

– Raccontaci un po’ della realizzazione di Like A Smoking Gun In Front Of Me.

È un disco che parte da lontano, da addirittura prima dell’uscita del nostro precedente All My Senses Are Senseless Today(che, come sai, è uscito molto in ritardo rispetto alla data di
registrazione). Alcuni brani sono stati già proposti dal vivo durante
il tour di All My Senses…, altri sono nuovi e non li abbiamo mai
proposti prima. Altri sono stati riarrangiati perché ci eravamo accorti
che non funzionavano a dovere. Altri sono stati arrangiati pochi giorni
prima della registrazione. Abbiamo registrato agli Alpha Dept.di Giacomo Fiorenza e Francesco Donadello, in soli cinque giorni. Per
la complessità delle trame e strutture che abbiamo messo in piedi, non
mi sembra vero di essere riuscito a farlo in così breve tempo. Per i
missaggi siamo riusciti a concretizzare una collaborazione congiunta diBrian Deck e i Califone stessi,
nonostante Brian non avesse all’inizio molta voglia di tornare a
lavorare ai Clava (dove molto del suo passato musicale e professionale
si era consumato insieme ai Red Red Meat, con i membri dei quali – Tim
e soci – non era rimasto in rapporti troppo buoni). Alla fine è stata
una bella soddisfazione il sapere di averli fatti riappacificare e il
vederli lavorare insieme come ai vecchi tempi. Anche il missaggio e le
sovraincisioni dei Califone hanno preso solo cinque giorni.
Oltre
al disco “suonato” abbiamo cercato anche di dare al prodotto un impatto
visivo che fosse particolare, fuori dai soliti schemi. Volevamo che il
nostro disco fosse un pezzo d’arte tout-court. Con la supervisione del
nostro consulente/piovra Onga di Basemental abbiamo curato ogni piccolo
particolare, dalle copertine (stampate a mano a Chicago da Starshaped
Press) agli inserti e alla serigrafia del cd.

– Quanto credete di essere cresciuti in questo ultimo anno?

Suonare dal vivo serve molto alla crescita musicale e all’identità
della band. Serve anche a portare a galla eventuali incomprensioni. Ora
ci conosciamo meglio e possiamo portare avanti discorsi di più ampio
respiro insieme. A livello musicale c’è stata un’ascesa logaritmica. Ho
sempre ripetuto alle ragazze che non sapevo come ero riuscito a
comporre brani come Call It A Day o Bus Stop e che
avevo paura di aver esaurito la vena compositiva. Nessuno mi ha creduto
e mi sa che avevano ragione, perché poi sono apparsi all’improvviso
brani nuovi come We Don’t Care, Please Remember Me e Me And My Dreams,
di cui vado fiero e ai quali sono ora molto legato. Dal punto di vista
dell’arrangiamento, anche Marcella ha maturato uno stile molto
personale. Dopo i concerti non è raro vedere persone che suonano la
chitarra fermarla per chiederle informazioni e curiosità sul suo stile
e la sua attrezzatura. Anche Vittoria ha cominciato a misurarsi con
cose differenti, con il country, le percussioni, l’elettronica… Il suo
stile, rispetto al periodo Massimo Volume, è molto pi ù libero e può spaziare dove vuole.

– A quando risalgono i brani di questo nuovo disco?

Alcuni sono anzianotti. Your Perfect Skin Line,
in versione molto diversa, è presente su All My Senses…. Poi ci sono i
primi brani arrangiati con Vittoria alla batteria (prima ancora che All
My Senses… uscisse): Call It A Day ad esempio. Altri come All Your Body Broken Clues,
sono dello stesso periodo, ma sono stati poi accantonati per un periodo
perché non ci soddisfaceva il loro arrangiamento. Addirittura Matter Of Time è stato uno dei primi brani che composi all’inizio del 2002! Gli ultimi cronologicamente sono Please Remember Me, We Don’t Care e Me And My Dreams.
Il loro stile è differente da quello delle altre songs, e lascia
intravedere dove i Franklin Delano potrebbero spostarsi in un prossimo
futuro.

– Oltre che come
realizzazione sonora, i brani sono un passo avanti rispetto al disco
precedente anche come scrittura. Sembra che abbiate avuto le idee molto
chiare prima di entrare in studio.

Sì, per
permetterci solo cinque giorni di registrazione devi per forza di cose
avere tutto già chiaro. Non abbiamo lasciato molto al caso. Anche
alcuni dettagli, tipo lo sfumare di un brano nell’altro, erano già più
o meno preventivati. Abbiamo lavorato interpretando le critiche al
nostro precedente album. Non potevamo certo tagliare le cosiddette
“lungaggini” per far piacere ai giornalisti. Abbiamo capito che per
scrivere e arrangiare brani “lunghi”, c’è da studiare soluzioni
differenti alla solita reiterazione dei riffs. Abbiamo lavorato molto
sulle dinamiche (in questo l’entrata di Vittoria è stata fondamentale).
Poi ci sono anche canzoni che nascono brevi. Ci siamo aperti alle
nostre influenze senza tentare di autolimitarci stilisticamente per
darci una coerenza – che sarebbe stata falsa. Abbiamo scelto di essere
postmoderni e di mescolare tutto quello che ci pareva bello, senza
farci troppi problemi.

– Parlami della vostra esperienza a Chicago. Come siete entrati in contatto coi Califone?

Sono un loro fan. Anche Giovanni Gandolfi (di Unhip records). Lui ci ha
presentati e insieme abbiamo suonato a una festa in una casa privata
qui a Bologna, nel 2003. Siamo rimasti in contatto. Per il loro tour
successivo abbiamo suonato di nuovo insieme all’Acquaragia, grazie a
Tizio e Matteo (Fooltribe) e ai ragazzi dell’Acquaragia –che sapevano
quanto ci tenessi. Fu una serata indimenticabile. Proprio quella sera
Tim e Ben, dopo che quest’ultimo era salito sul palco con noi in un
paio di pezzi, presero alcuni nostri cd e se li portarono negli States,
per metterli in vendita all’interno del loro catalogo. Ci dissero che
in qualunque momento noi avessimo deciso di mettere piede negli States
per registrare o suonare dal vivo, loro ci avrebbero dato tutto l’aiuto
possibile. Pochi mesi dopo hanno mantenuto le loro promesse e ci hanno
aperto le porte del loro studio e donato molto del loro tempo per
suonare sul nostro disco.

– Si fa un gran
parlare di post rock italiano. Sembra che questo tipo di linguaggio sia
ormai una scelta primaria fra le band indipendenti, che dalle nostre
parti questo idioma sia stato metabolizzato a dovere. A prescindere
dalle differenze stilistiche e di scrittura che variano di gruppo in
gruppo, credi si possa andare oltre questa formula? E se sì, in che
modo?

Non saprei dire. Post Rock è una
definizione che nasce con un limite, mi pare: quella di riferirsi ad
artisti che fanno per lo più musica strumentale. Potremmo cominciare ad
utilizzare il concetto in modo più vario, perché ormai gli stilemi post
rock sono utilizzati a piene mani ovunque. Non so, penso che il
prefisso “post” sia troppo affascinante per poter essere abbandonato
ora. A meno che non ci liberiamo dell’etichetta “post-moderno”, non
penso possiamo liberarci facilmente di quella “post-rock” (che ne è
l’equivalente in campo musicale, suppongo). Riguardo gli artisti
italiani che “suonano” post rock, mi pare che l’idioma sia stato
metabolizzato fin troppo. Ora, invece di reiterarlo e renderlo un
semplice esercizio di stile, sembrerebbe necessario che ognuno ricerchi
la propria via all’interno di questa nicchia. Altrimenti si rischia il
solito problema: passare per la copia di qualcun altro.

– Vi siete accasati presso la Madcap di Treviso. Come si profila la
situazione di questo 2005 per quanto riguarda la promozione e i
concerti?

Siamo sicuramente in crescita. È
sempre molto difficile attirare l’attenzione, ma mi pare che questo
album stia rapidamente guadagnando consensi sia tra gli addetti ai
lavori che tra gli ascoltatori di questo tipo di musica.
L’autoproduzione, anche in termini “fisici” ti dà modo di imparare un
sacco di cose, anche tecniche, che normalmente non sono un bagaglio del
musicista. Adesso conosciamo bene tutte le fasi che trasformano un’idea
in un disco finito e incellophanato e questo disco lo sentiamo davvero
“nostro”, frutto di un grande lavoro di squadra. È bello lavorare con i
ragazzi di Madcap Collective, poiché siamo davvero una squadra e ci
mettiamo tutti tanto impegno. Alla fine diventa anche divertente
affrontare tutte le situazioni più disparate come un gioco, un gioco
molto importante. La supervisione di Onga è stata indispensabile. I
concerti meritano un discorso a parte: è sempre dura trovarli. Per
questo penso di aver fatto un buon lavoro fino ad ora. Tutti si
lamentano che non si va più ai concerti, io sono sicuro che sta
cambiando e che la gente tornerà a frequentare i concerti (quelli che
meritano). Quindi sono fiducioso nei nostri prossimi tour, anche qui in
Italia.

– Che tipo di risposta state avendo, anche a livello internazionale? Suonerete all’estero?

È
un po’ presto per parlare di risposte. Saremo negli States da fine
Marzo a Maggio inoltrato. In Europa suoneremo invece a Giugno. La vera
promozione si fa con i concerti, anche se un po’ di recensioni aiutano.
Purtroppo però anche quelle spesso si ottengono solo suonando tanto in
giro. Quindi non c’è scelta: suonare dappertutto, il più possibile.

– Anche se è prestissimo per parlarne, quali sono i tuoi (vostri)
prossimi progetti musicali quando finirete di promuovere il disco?

Ho già qualche nuovo brano abbozzato, in realtà. Ma è davvero presto
per parlarne ora. Abbiamo cinque mesi di tour. Poi si vedrà
quest’estate, si faranno un po’ di conti e si deciderà in che modo
proseguire.

5 Febbraio 2005
5 Febbraio 2005
Leggi tutto
Precedente
Metamorfosi progressive 90 Day Men - Metamorfosi progressive
Successivo
La “cold wave” delle contraddizioni Thomas Leer - La “cold wave” delle contraddizioni

Altre notizie suggerite