Con i fiori nei distorsori. Intervista agli Ovlov

Come si esce da una città chiusa e inquinata del nord Italia come Brescia? Come si emerge da una realtà abbastanza asfittica suonando musica pop dalla matrice dark e con una supervisione wave? Come si uniscono tutte queste anime riuscendo a convincere e a restare se stessi? Ce lo ha spiegato Lù Pangrazio, voce e chitarra degli Ovlov, trio che stava per fermarsi e che due anni fa è poi ripartito per scrivere il secondo album Solo, dopo un buon debutto che ha catturato le attenzioni dell’ex-bassista degli Smiths Andy Rourke.

Sono trascorsi cinque anni dall’esordio di Margareth, Frank and the Bear. Cos’è successo nel lasso di tempo che vi ha portato alla scrittura di Solo?

Si sono verificati una serie di disguidi, tra cui l’abbandono graduale del nostro vecchio batterista e la perdita della nostra sala prove. Lentamente ci siamo un po’ allontanati e siamo finiti una situazione di stallo, finché nel 2013 si è aggiunto alla batteria Simone Cavagnini (già Van Cleef Continental) e abbiamo ricominciato a suonare insieme, con una bella spinta e un approccio decisamente più rock. Abbiamo ripreso in mano alcuni pezzi a cui stavamo già lavorando dopo l’uscita del primo disco e li abbiamo ribaltati. I tempi di realizzazione e il rapporto inizialmente a distanza con Andy hanno fatto sì che il disco potesse uscire soltanto quest’anno.

Com’è andata l’esperienza in studio con una leggenda come Andy Rourke? Come è nata questa collaborazione e come è stato avere la supervisione del bassista degli Smiths?

Un’amicizia in comune ha fatto sì che passassimo delle bellissime serate insieme. Era innamorato del primo disco, che si è portato a New York e ha fatto sentire in giro. A quel punto gli ho chiesto se gli andasse di produrre il nostro secondo album e lui mi ha risposto con un semplicissimo “Certo!”, senza voler nulla in cambio, senza sborsare miliardi, ma solo perché credeva nel progetto. Abbiamo quindi iniziato a mandargli i provini di alcuni brani, che ci rimandava indietro con suggerimenti su come arrangiarli. Via Skype, mi ha segnalato esempi di ascolti che sarebbero potuti essere affini ai nostri pezzi, e grazie ai suoi consigli siamo arrivati a chiudere l’arrangiamento dei brani.

Nel vostro disco si respira molta wave anni ’80. Mi incuriosiscono questi esempi di ascolto che vi inviava…

Sicuramente tantissimi rimandi agli anni ’80: alcuni giri di batteria dei Siouxsie And The Banshees, ma soprattutto – gruppo che non conoscevo e che mi è piaciuto tantissimo – gli Sparks. Voleva quell’attitudine, quella modalità di arrangiamento. Per spostarci un po’ dalla nostra scrittura, molto figlia del dark e della wave anni ’90, ci ha spinto verso un pop più estremo.

A quel punto vi ha raggiunti in studio?

Prima abbiamo dovuto aspettare che terminasse il suo tour come dj in America, dopodiché abbiamo finalmente passato quattro giorni in sala prove con lui. Ha ascoltato l’arrangiamento live dei pezzi e diretto l’orchestra. Ci ha fatto fare una bella pulizia dei brani per arrivare pronti in studio. Abbiamo registrato in presa diretta basso e batteria, e in un’altra stanza la chitarra, per poi passare ad abbellimenti e all’aggiunta di poche piccole cose. L’attitudine trio si sente molto nel disco, e anche pensando al live non volevamo essere troppo diversi, sfarzosi.

Oltre ad Andy Rourke c’è un featuring con Xabier Iriondo

Con lui avevo già collaborato in quanto aveva prodotto un disco di musica elettronica che avevo realizzato con un’amica. Gli ho mandato l’album e gli ho chiesto se gli andasse di fare qualcosa, e ci ha omaggiato con questa chitarra finale in Fall Down: la sua tipica chitarra da progetti magari più laterali agli Afterhours.

Una delle peculiarità di Solo, che ricorre molto anche nel modo di affrontare le tematiche del disco, è questo approccio quasi conflittuale, agrodolce, che parte dal rapporto con Brescia e arriva agli impasti melodici che vanno ad avvolgersi alle telluriche linee di basso. E’ stato difficile coniugare queste due anime?

Luigi e Simone sono un treno dritto che viaggia veloce, incalzante. Poi arrivo io, che sono un po’ lo spirito più melodico del trio, con le mie chitarre e i miei cantati a dare un po’ di colore per non rendere monotematico quello che stiamo suonando. Conciliare le due cose ci viene naturale, è la nostra modalità di scrittura. Inoltre nel disco Andy ha lavorato molto anche sui cantati, specie per i cori e le seconde voci.

ovlov

The River probabilmente rappresenta l’unione ideale tra questi due fronti sonori. Come è nato questo brano?

L’ho scritto insieme a Luigi nella fase di passaggio da un batterista all’altro. Lui ha fatto questo giro di basso bellissimo e io ho iniziato a suonarci sopra la chitarra. Quell’atmosfera mi ha riportato al canto delle sirene di Fratello, dove sei? dei fratelli Coen, e lì mi è venuto in mente il testo.

A proposito delle linee di basso, quali accorgimenti ha apportato Andy?

Quando lavoravamo a distanza si è occupato principalmente di me e della batteria. Dal vivo ha lavorato soprattutto sul basso, e la prima cosa che ha chiesto a Luigi è stato di spegnere la distorsione. Gli ha fatto recuperare il suono del basso e gli stessi giri sono stati suonati con un’attitudine non più così aggressiva, cambiando in meglio le sonorità. Non ha voluto cambiare il modo in cui Luigi suona, né tantomeno le linee di basso. Si è concentrato sul suono. Siamo riusciti a dare dinamiche diverse, invece di fare tutto un pezzo con il Rat acceso, che appiattisce un po’ tutto.

Il songwriting che aveva caratterizzato il primo episodio ricorre anche in questo disco, evadendo una funzione da bilanciere tra le varie influenze raccolte. In che modo lavorate ai testi delle canzoni e come nascono?

Lavoriamo molto in sala prove, e tante cose nascono da giri strumentali, da una melodia, e da questa arriviamo al testo. Quest’ultimo può essere dato da tante cose: spesso mi capita di raccontare quello che mi succede intorno e ciò che vivo in prima persona. Non è qualcosa a cui penso direttamente. Ad esempio, il fatto di aver parlato molto della mia città è una cosa di cui mi sono resa conto solo a disco finito.

Il rapporto con Brescia come lo hai gestito?

La mia città è inquinatissima e non mi piace per niente. Tante volte mi riprometto di scappare, ma poi vuoi la musica, gli amici, l’amore e la famiglia, resto sempre qui. E’ come un elastico: ti sembra di allontanarti, ma poi ti riporta sempre al punto di partenza. Vedo tanta gente intorno a me che ha la stessa propensione, e mi è parso interessante descriverlo in questo disco.

In Solo c’è un gusto pop e un’attenzione per la melodia che ricorre per tutta la durata dell’album. Quant’è importante per voi proporre un suono quanto più possibile accessibile?

Mi piace che il pubblico apprezzi quello che stiamo facendo, anche se non credo che siamo riusciti sempre in questo intento. Nell’ultimo lavoro siamo arrivati ad un suono sicuramente più accattivante, fruibile ed orecchiabile, anche per un pubblico meno indie.

A parte il pop wave che ci avevate già fatto conoscere nel precedente album, in questo disco si avvertono influenze da tanti generi diversi. Quali sono gli ascolti che vi hanno influenzato maggiormente?

Siamo sempre stati associati alla pop wave, ma questo disco lo sento decisamente molto più rock. Django Django e St. Vincent sono stati tra gli ascolti che, personalmente, mi hanno influenzato di più.

Proseguirà il connubio con Andy Rourke anche in futuro? Cosa dobbiamo aspettarci dagli Ovlov?

Vedremo i riscontri che avrà questo disco e, in caso positivo, andremo avanti. Andy si è detto molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto e ci stiamo mantenendo in contatto. Lui ora ha in ballo alcuni progetti importanti negli Stati Uniti, ma non neghiamo l’idea di raggiungerlo lì.

10 aprile 2015
10 aprile 2015
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