Ritratto di outsider

Il krautrock deve molto, moltissimo, alla fiera indipendenza dei Can che, assieme a Faust e Neu!, possono a ben diritto considerarsi tra i gruppo di rock-sperimentale più importanti che la Germania abbia mai generato. Nel 1970, dopo l’improvvisa dipartita del cantante Malcom Mooney (a causa, pare, di un devastante esaurimento nervoso), la band si mise alla ricerca di un frontman senza ben sapere che caratteristiche ricercare.

Holger Czucay e Jaki Liebezeit, rispettivamente bassista e batterista del gruppo, trovarono per caso il loro uomo in una strada di Colonia, mentre si esibiva per qualche spicciolo suonando una chitarra acustica dalla quale sapeva cavar fuori solo un paio di accordi e cantando/recitando versi improvvisati in un inglese di maniera. Era il giovane Kenji Damo Suzuki, nato in Giappone nel 1950 e da poco trasferitosi in Germania dopo una serie di viaggi in solitaria per l’Europa. Quella stessa sera, magia di quegli Anni ’60 oggi impensabili, i Can si esibirono nel loro primo concerto con quella che sarebbe stata la formazione dei capolavori lì a venire.

Le prime testimonianze su disco insieme a Suzuki sono rintracciabili in Soundtrack (Spoon, ’70), opera di transizione forte però di un primo cavallo di battaglia, Mother Sky che, epica e psichedelica al contempo, resta tra i brani più noti (e orecchiabili) dell’intero catalogo.

Nel triennio ’71-’73 vengono pubblicati tre Lp storici: Tago Mago (Spoon, ’71), Ege Bamyasi (Spoon, ’72) e Future Days (Spoon, ’73). Il lavoro compositivo di Czucay e del tastierista Irmin Schmidt (entrambi ex-allievi del sommo Karlheinz Stockhausen), in abbinata al chitarrismo di Michael Karoli è fuso alla perfezione in un patchwork invero assai fluido di musica concreta, elettronica, pop-rock e jazz in cui la voce di Suzuki scivola suadente, imbastendo liriche appena comprensibili nel tentativo di superare la retorica ampollosità del cantautorato sixties. Attraverso il buon Damo la voce torna ad assumere il carattere evocativo tipico dei culti primitivi, assestando un sonoro calci sui denti ad anni di cantautorato narrativo ed esecuzioni vocali al galoppo del proprio Io. Per capire l’importanza di ciò che l’esperienza del Nostro ha rappresentato, basti ricordare l’auto-candidatura di un certo John Lydon, in sostituzione del cantante, dimissionario a partire dalla fine delle registrazioni di Future Days. Sfumata la ghiotta possibilità, anni più tardi Lydon mise a frutto la venerazione per il progetto Can, riversando il meglio delle loro intuizioni nel progetto PIL (si porga orecchio al dramma espressionista di Albatross su Metal Box o all’asettico lamento muezzin di Four Enclosed Walls tratta da Flowers Of Romance). Svariati i musicisti che si diranno nel tempo influenzati dalle opere di cui sopra: tracce più o meno evidenti sono riscontrabili sopratutto nell’opera dei Radiohead di Kid A, volendo citare in un mucchio sempre più sostanzioso. 

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Ed eccoci giunti al brusco ripensamento, nel 1973, con l’addio apparentemente irreversibile al mondo dello spettacolo. Pare che l’uscita di Suzuki dai Can abbia avuto a che fare con una crisi spirituale che lo avvicinò alla chiesa dei Testimoni di Geova. Fatto sta che egli trascorse il resto dei ’70 lontano dalle scene, rielaborando la propria concezione di fama, show business ma sopratutto di intrattenimento. Fu poi la volta di una feroce ma vittoriosa lotta contro il cancro al termine della quale, allentate le briglie della religione e loro disseccanti rigidità, nell’84 scelse di tornare alla musica, aderendo al combo Dunkelziffer.

Tre sono gli album (d’ardua reperibilità) che testimoniano la sua militanza in questo progetto di musica improvvisata: In The Night ( Fünfundvierzig, ’84), III (Fünfundvierzig, ’86) e il superbo Live 1985 (Captain Trip, ’91). Ma è nei nineties che avviene la svolta radicale: Damo teorizza il ‘Network’, gruppo composto di volta in volta da musicisti locali assemblati sfruttando le trame infinite del web; parte così un neverending tour che gli permette, nel corso degli anni, di venire a contatto con centinaia di realtà musicali da tutto il mondo, accomunate esclusivamente dalla voglia di cimentarsi in concerti senza scaletta né direzione artistica. Le impro totali evocate da Suzuki (il quale si guarda bene dall’effettuare prove prima dei live) appaiono a un’analisi onesta il superamento concettuale dell’estetica sperimentata coi Can, dedita sì all’improvvisazione ma come possibilità da concertare a tavolino tra i componenti.

Ogni live del Network è dunque una sorpresa assoluta e a bearsene, oltre al pubblico, sono i musicisti di turno, consci di dividere il palco con un uomo che più di una rivista specializzata definisce ‘leggenda vivente’. Il suo cantato, una litania Jim Morrisoniana colma di una quale gracilità metafisica, non risparmia nulla: reading dalla mente di un altro, cavalcate hardcore, falsetti fiabeschi o blues re-inventati attraverso manierismi orientali.

Tra gli ospiti di spicco, per gli inconsolabili aficionados del krautrock, figureranno pure i membri storici dei Can: testimonianze in V.E.R.N.I.S.S.A.G.E., Seattle e JPN ULTD Vol. 12. Il trionfo della libertà d’espressione sonora è però  rintracciabile nel monumentale P.R.O.M.I.S.E (DNW, 1998): 7 cd di gioioso automatismo, distribuito in 35 brani dilatati fino al parossistico tour de force da 30 minuti It’s Me You’re Thinking Of… Weekend Paradise. Ad affiancare l’imprescindibile box Can Dvd (2 dvd + 1 cd, nell’edizione limitata) segnaliamo un suggestivo documentario intitolato A Damo Story; fa piacere constatare che, per una volta, è una coppia di giovani cineasti italiani (Matteo Corti e Nicola Quiriconi) ad aver creduto e realizzato per primi un omaggio incentrato esclusivamente sulla figura di Suzuki. A Damo Story vanta preziosi estratti live e una godibilissima intervista attraverso un montaggio spigliato e coinvolgente.

Di persona Damo è timido e gentile, umile e disponibile ma, oltre a ciò, determinato a preservare con forza il suo status di outsider, al di fuori di qualsiasi strategia capace di distoglierlo dal suo eterno inseguimento della libertà. La maggior parte delle sue copertine riproducono i disegni dei suoi figli (vedi Metaphisical Transfert, DNW, 2001), i suoi cd sono esclusivamente live privi di sovraincisioni e la loro produzione e distribuzione è gestita dallo stesso Suzuki attraverso una propria etichetta semi-casereccia.

Viene alla mente il motto dell’etichetta Esp Disk: “L’artista soltanto decide cosa finirà sul disco”.

 

L’intervista

Damo, oggi i giovani sembrano costantemente annoiati. Cosa credi stiano aspettando?

Sono sovraccaricati d’informazioni. È un po’ come il cibo: se ne mangi troppo poi finisci col sentirti insonnolito e svogliato. I giovani con le idee chiare non si “abbuffano”; agiscono prontamente senza attendere un tornaconto e senza incappare nella noia. A dire il vero, non credo sia un problema circoscritto a una particolare fascia d’età: è il problema comune a un mondo che si trascina schiavo del Sistema che lo appesantisce.

Molto si è scritto sulla tua esperienza coi Can. Poco si sa dei Dunkerlziffer, cult-band a capo del movimento underground di Colonia…

Mi unii ai Dunkelziffer nel 1984. Cantavo con una formazione che comprendeva due tastieristi, un chitarrista, un bassista, due percussionisti e un sassofonista. Ci esibimmo prettamente in Germania. Eravamo tutti di Colonia. Siamo apparsi in qualche trasmissione televisiva. Devi sapere che dal 1982 alcuni studenti, artisti e punker avevano occupato la fabbrica in disuso della Stollwerk, un’industria produttrice di cioccolato, a sud di Colonia. Inizialmente la polizia tentò di sfollarli, ma alla fine il governo consentì l’utilizzo di quello spazio concedendo una specie di autogestione. C’era un’enorme sala della capienza di 1.000 persone; tutte le pareti erano coperte di graffiti e c’era spazio per dipingere, suonare… c’era persino un club punk che apriva alle due del mattino. I Dunkerlziffer ci si esibirono regolarmente fino all’87. Poi venne annunciata la chiusura. Ricordo che fu organizzata una maratona musicale e toccò a noi l’ultima esibizione. Durante il concerto tutti i graffitisti cancellarono le loro opere con della vernice bianca. Potevi vedere il pubblico in lacrime. Quella fu, praticamente, la fine della scena underground di Colonia.

Cosa ha rappresentato per te Karoli?

Uno dei i più grandi chitarristi di sempre. Potevi riconoscerne il sound alla prima nota. Fu molto felice di suonare nella mia prima tournée in Giappone. Disse semplicemente: “Sì sì, accetto senza pensarci neanche un secondo”. La sua ultima performance la tenne a un festival all’aperto, in Germania. Il giorno prima era stato ricoverato in ospedale ma, noncurante dei pareri medici, si unì a noi esibendosi con il respiratore. Morì troppo giovane, lasciando moglie e due figlie.

La maggior parte delle lyrics rock trattano droga, storie d’amore distruttive, guerra, violenza, ostentazioni machiste. Pare che il Male interessi più del Bene. Lou Reed sostiene che siamo attratti da ciò che ci arreca tribolazione…

I testi delle canzoni non significano nulla per me. Li associo tutt’al più alla verbosità della classe politica che parla, parla, promette fino allo stremo e non rispetta nulla di ciò che ha detto. Inoltre, certi atteggiamenti da eroe del rock non fanno presa su di me. Si tende a scadere nell’egoismo più sciovinista e a non far nulla di concreto per il sociale. Quel tipo di musica cantautorale, basata fondamentalmente sui testi, non fa parte del mio mondo.

Esiste un cantante in grado di spezzarti il cuore con la bellezza della sua voce?

Oumou Sangare, del Mali. Lei non è solo una straordinaria cantante, è anche un lodevole modello comportamentale: mentre la maggior parte degli artisti africani si trasferisce a Londra, Parigi e New York per incrementare il proprio successo, lei resta nella capitale del Mali, Bamako, dov’è attivamente coinvolta nella realizzazione di ospedali per bambini. Ecco, mi piacciono quelli come lei, che aiutano i meno fortunati.

Ci sei nato, artista?

Non mi considero un artista. Se qualcuno pensa che lo sia per me sta bene. Cerco solamente di essere un buon essere umano, tutto qui.

Se col dolore nascono i capolavori, allora qual è il suo ruolo nell’atto creativo?

Ciò che accade durante il processo creativo lo vedo in realtà come un fenomeno in continuo mutamento,difficilmente suddivisibile in tappe ben distinte le une dalle altre. Quanto al dolore, beh, non mi tange. E magari, chissà, non ho mai confezionato un capolavoro…

Ti fa paura invecchiare?

Invecchiare è un processo naturale, perché dovrei temerlo? Le vecchie generazioni hanno il compito di sostenere le nuove. Sono anzi felice di potermi confrontare on stage con le nuove generazioni. Ho imparato molto dai giovani. Solo quelli che hanno scarse ambizioni temono di invecchiare; ci vedo una forte ambizione nel volersi esibire davanti a un pubblico con dei giovani come supporter.

Mark E. Smith, leader dei Fall, ti ha dedicato una tra le sue canzoni più riuscite (I Am Damo Suzuki). I più lo descrivono come un personaggio polemico e attaccabrighe. Ha definito Julian Cope “un idiota”, i Clash “una merda”. Di te canta con reverenza. Come te lo spieghi?

L’ho incontrato un paio di volte, tanto tempo fa. Abbiamo passato dei bei momenti conversando insieme. Il problema semmai è questo: ciò che gli esce di bocca poi incorre a formare la sua visione del mondo.

Esistono persone veramente cattive?

Ce ne sono e molte! Quelli che si contendono il mondo e credono di avere Dio dalla loro parte. Quale Dio può accettare un uomo che bombarda un Paese uccidendo dei bambini o che detiene potere sui mass-media per poi dirigere il suo popolo a bacchetta? Questo genere di autorità è malvagia e repellente, è opera di Satana. Gente come W. Bush e Berlusconi… non li accetto. Sciovinismo puro; sono stanco di vedere certi individui stolti ma arroganti al contempo. Mi fa piacere non avere nulla a che fare con loro.

Che padre sei per i tuoi figli?

Dovresti chiederlo a loro. Il rapporto coi miei figli è meraviglioso, ma non saprei dirti che tipo di padre sono. Parlo con loro come fossero degli amici. Agiscono secondo la loro coscienza e gli auguro di poter preservare sempre questa libertà.

Cosa ti commuove?

Vedere i sorrisi nelle facce del pubblico quando mi esibisco. Sai, riesco a piangere solo per la felicità.

Se la maggioranza del mondo impazzisce, cosa capita ai sani di mente?

Ma tu credi che Dio permetterà ancora per molto che sia il Male a controllare il mondo? Siamo dominati da gente convinta di potersi paragonare a Lui, perciò ti dico… questi idioti non dureranno ancora a lungo.

Krautrock: possibile definirlo musica popolare?

Non sono interessato a parlarne; è solo una categoria creata dalla gente e odio le categorie: rimpiccioliscono il mondo e reprimono la libertà dell’atto creativo. Può essere una risposta dura ma per me esistono solo due tipi di musica: buona e cattiva.

Qual è la musica cattiva?

Quella basata sul capitalismo. Non fraintendermi: la musica cattiva può venire anche da un luogo spiritualmente avanzato come l’India… dappertutto. È quella senza cuore, un semplice prodotto. Per me la musica è un processo. Della musica fatta per soldi non mi curo affatto.

Cosa pensi di quelli la cui vita è cambiata dalla lettura di un libro?

Leggere è uno dei modi più divertenti per trascorrere il tempo ma a cambiarmi sono state le esperienze derivate dal mio tanto viaggiare e le persone che ho incontrato lungo quei viaggi.

Cosa ti rende furioso?

La politica imperialista della Gran Bretagna e questa fazione filo-fascista che avete in Italia. Le posizioni di entrambi questi paesi s’equivalgono. Una persona che detiene un certo controllo sui mass-media non dovrebbe diventare Presidente del Consiglio. Ma una soluzione giungerà… è questo il mio augurio per voi. Tornerò in Italia quando la scena politica sarà cambiata. Il vostro paese è meraviglioso: grande cultura, grande storia, cucina deliziosa; avete così tanti elementi affascinanti. Ma questa feccia di politicanti mi fanno una bruttissima impressione. Dovrebbero essere destituiti. Siamo nel ventunesimo secolo ragazzi, non abbiamo bisogno di uno stile governativo tipo Impero Romano! Pure la Gran Bretagna da questo punto di vista fa schifo! Hanno un buffone come Primo Ministro! Non necessito di nessuno sopra di me, tranne Dio. E non mi piace considerare nessuno inferiore a me. Sotto la volta dei cieli tutti dovremmo essere uguali. Vale anche per le religioni: nessuna di esse è veramente messaggera di Dio: ricavano denaro dal suo nome e dove persiste il materialismo, lì Dio non c’è.

La tua maggiore certezza?

Dio, innanzitutto. E mia madre, che m’ha dato la vita.

Hai qualche particolare modello comportamentale?

Mi ritengo un anarchico non-violento. Certo, è impossibile tenere unito uno Stato sotto il vessillo dell’anarchia. Il fatto è che il mio corpo è il mio unico Stato. Non appartengo a nessun luogo e allo stesso tempo sono di casa ovunque. Odio ogni forma di violenza: essa genera l’energia negativa che ha fatto ammalare il nostro mondo. Non sono egoista: vorrei semplicemente vedere tutti con un sorriso stampato sulla bocca e senza la repressione spesso esercitata dall’autorità.

Come ti relazioni al concetto di morte?

Niente più spirito, niente più corpo: ecco cos’è. Assenza. L’unico processo che rende tutti uguali; per me è una celebrazione. Tutti su questo pianeta nasciamo, così come moriamo: nudi. Se nasci povero la tua sarà una vita dal futuro incerto; se nasci ricco ti aspetta un futuro di lusso. La morte non aggiunge niente a nessuno. Perciò è giusto che esista una situazione di questo genere che alla fine ci rende veramente tutti uguali.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Proseguendo con le mie tournée vedo tante facce nuove, mi esibisco con sconosciuti che poi diventano amici. C’è un’atmosfera così positiva e appagante quando suoniamo! Nel momento in cui creiamo una dimensione spazio-temporale attraverso la musica è come se dessimo vita a un paese nuovo di zecca, fondato sulla libertà e la pace.

1 gennaio 2005
1 gennaio 2005
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