David as a musician

Portrait of the artist as a musician

Sulla fotografia se ne dicono di tutti i colori. C’è chi dice sia un artificio che fa rivivere il passato, chi la preferisce considerare un fatto isolato dalla storia. C’è chi ha parlato di “indici”, perché come un indice puntato la fotografia è traccia di una presenza, è garanzia di qualcosa che è avvenuto. Chi si limita al proverbiale istante che viene colto. Di sicuro la fotografia fissa qualcosa, che può essere estremamente variabile come lentissimamente in movimento.

Ne parliamo (ma poco) perché vorremmo usare questa metafora per metaforizzare qualcosa che un certo David Stith sta facendo su se stesso; vorremmo coglierlo nell’atto di scattarsi un’istantanea della propria fantasia. Abbiamo ascoltato la sua recente produzione musicale e lo abbiamo intervistato. David non è certo una persona che ha paura di esporsi; il suo sito è un blog dove aggiorna i suoi lettori; ma non è sempre stato così, e soprattutto non è solo questo che ci interessa; è la musica che oggi David ha scelto come espressione centrale della sua creatività, nonostante per anni essa fosse stata messa in secondo piano. Il nostro è infatti quello che si dice un figlio d’arte all’ennesima potenza. È cresciuto in una famiglia di musicisti – con padre e nonno direttori d’orchestra, con il secondo pure professore universitario, la madre pianista, la sorella poliedrica strumentista e cantante – e completamente avvolto dalla musica. Fin da piccolo ha seguito lezioni di tromba, percussioni, canto… e però appena ha potuto ha deciso è stata di fare l’artista visuale.

Ho sempre avuto bisogno di fare cose per me stesso; mi chiedo se io non abbia scelto l’arte visuale solo per differenziarmi. L’arte visuale apparteneva per me a una dimensione privata, e così, stranamente, anche l’ascolto della musica. Con tutta quella musica attorno, è stato importante per me ritagliarmi uno spazio privato nella mia vita dove essere solo coi miei pensieri. La musica era un buon modo per aiutarmi a sentirmi separato, per escludere quell’altra musica che non mi piace.

Eppure in quegli anni David ascolta molta musica classica, abitudine che neanche oggi ha abbandonato. Per chi ha idea, può essere significativo sottolineare la ricorrenza con cui David parla di Mahler e dell’influenza che ha avuto nei suoi ascolti. Non è un caso che citi uno dei più grandi scrittori di sinfonie in decadimento; uno dei più grandi direttori d’orchestra e di padronanza musicale come leit motiv tra gli ascolti eteroimposti da bambino e quello che ora gli è rimasto. La sua vita sembra orientata al graphic design sposato  un’immensa, ma intima, passione musicale; dipinge mentre ascolta Sonic Youth, Flying Saucer Attack, Nobuzaku Takemura; il suo orecchio sposa persino la causa dei droni, da cui è sempre stato affascinato: “Sono sempre stato attirato dai droni in musica, musica che distingue i dettagli dentro piccoli gesti epici. Amo ancora questa musica e non l’ho mai posizionata in un periodo preciso della mia vita. Sono legato a questi riferimenti come d’altra parte, alle orchestrazioni di Gorecki o ai lavori vocali di Caetano Veloso”. David tenta persino di fondare un gruppo “noise”, dove le virgolette sono consigliate dal diretto interessato, ma i cui componenti alla fine pensavano più a “dipingere le proprie chitarre” che a suonarle.

La svolta, nel turbine di espressione artistica di David, avviene quando decide di trasferirsi a New York. È lì che incontra tra gli altri – compreso Rafter Roberts, altra conoscenza importantissima – Shara Worden, miss My Brightest Diamond.

Penso che Shara mi abbia molto influenzato dal punto di vista dell’etica del lavoro come musicista. È una delle persone più dedite al lavoro che abbia mai incontrato e mette tutta se stessa nella musica. È una cosa davvero entusiasmante! È stata una gigantesca fonte di incoraggiamento per me”.

È un incontro fondamentale, ma non per gli ovvi motivi che si immaginano, tra cui l’immensa dedizione al lavoro di Shara, i tentativi di lei di fare in modo che lui torni a suonare, si esprima musicalmente; non è di un supporto morale che David ha bisogno; ma di fotografie. E Shara è la fotografia di un punto di contatto; tra la sua famiglia, che quasi lo ha predestinato alla musica (tanto da permettere di descriverlo efficacissimamente come uno a cui “mancano solo le stimmate”) e a un tempo per questo motivo allontanato, e l’amicizia. Tra l’infanzia e la maturità; tra la tradizione e l’indie; e infine – proprio nel momento in cui Shara chiede a David di sviluppare da graphic designer qual è l’artwork per le uscite My Brightest Diamone – ella diventa la fotografia vivente del punto di contatto tra musica e arte visuale.

The musician as a musician

Attualmente non sono più molto un pittore. Vedo però delle connessioni nel processo di creazione. Essere di fronte alla tela bianca o a un file ProTools vuoto mi causa la stessa la stessa esitazione e richiede lo stesso impegno e la stessa ricerca interiore di raffinatezza. In questo modo musica e pittura sono collegate per me. Certamente i mezzi dono diversi e fanno emergere idee differenti dallo stesso artista; in questo momento sono più interessato alla musica come mezzo di espressione, ma non mi basta del tutto. Continuo a lavorare come graphic designer e a dipingere con penna, inchiostro e matita; trovo di averne comunque bisogno.

Questo ci confessa David sul rapporto tra pittura e arte visiva. Ma cos’è intercorso nel frattempo? È successo che David si è deciso a diventare (ritornare?) musicista, ha scoperto che il dominio davidstith.com è già occupato da qualcun altro e soprattutto che esiste già un David Stith musicista. Ha recuperato quindi il suo middle name – Michael – e ne ha accostato l’iniziale a quella del nome. “Nessuno mi chiama “DM”, è solo il nome del mio progetto musicale”. La parola “progetto” non può che farci drizzare le antenne, in materia di provvisorietà di linguaggi espressivi e di fotografie esistenziali. Ma ci torneremo. David completa subito – nel 2007 – una raccolta de suo primissimo materiale da songwriter e la chiama Ichabold And Apple. Tra sito e MySpace si può ascoltare qualcosa di quella produzione; ma la sua produzione è copiosa e monta in qualche mese decine di pezzi di materiale. Shara, ancora una volta mentore dell’amico, indirizza David alla Asthmatic Kitty, label attenta a queste sonorità che intuisce probabilmente all’istante il potenziale di DM Stith. Più che un potenziale, poi, è già materiale vivo; in mezzo anno – tra dicembre 2007 e giugno 2008 – David pensa scrive suona realizza registra i brani che poi compariranno nel suo primo EP e nel suo primo album. L’EP si chiama Curtain Speech e vede la luce nel dicembre 2008, ovviamente per i tipi asmatici. Il disco contiene già i semi dell’album che pubblicherà di lì a qualche mese; risultano lampanti le differenze tra la produzione laterale che il web ci concede di DM Stith – “solo esperimenti” – e quello che poi finisce nei dischi ufficiali.

L’incedere ci ha ricondato subito da un lato i Black Heart Procession, dall’altro il mondo Devendra Banhart.

Mi piacciono sia i Black Heart Procession (il cui album 3 secondo me spicca nella loro produzione, e fra l’altro è stato anche mixato da Rafter!) che Devendra, ma non li ho mai considerati tra i miei principali riferimenti. Probabilmente, invece, io e loro condividiamo le stesse influenze. Non saprei dare dei nomi precisi. Preferisco focalizzare il discorso sull’ispirazione che ho tratto da scrittori come Herman Hesse o Frederick Buechner per fare qualcosa di più “crudo”, e per le conclusioni a cui sono arrivato. La produzione mi ricorda una vecchia registrazione dei Muppets che possiedo. Noto invece che alcune mie costruzioni vocali hanno come riferimento Mary Margaret O’Hara, nel modo in cui gli accidenti e le peculiarità riescono a parlare e dare forma ai momenti in cui ripartono I miei crescendo”.

Proprio a proposito di letteratura, lyrics e di costruzioni linguistiche, ascoltando il flusso-arpeggio di Abraham’s Song (Firebird), all’interno di un verso dello “stornello”, fa la sua comparsa il titolo perfetto per la musica di DM; “Heavy hammer, heavy ghost, firebird, firebird…”, dice il verso, e preannuncia quel Heavy Ghost (Asthmatic Kitty) in uscita a marzo 2009, di cui riferiamo in questo numero di SA, n°53. Abbiamo anzitutto una conferma, che nasce da due parole quasi antitetiche che sopra abbiamo già usato. Il “flusso” e la “canzone”. Sembra quasi che tutta la produzione di David si giochi nel limbo che misteriosamente unisce queste due categorie musicali, la seconda delle quali di molto collegata al soul degli anni Cinquanta.

È una questione difficile da sviscerare. Credo che la mia soul-ness provenga dal modo in cui canto ora. Mi sono molto divertito a osservare quello che la mia voce può fare, mimando cantanti del passato che ho amato, o semplicemente addestrandola e allenandola. Se vi riferite, per quanto riguarda il “flusso”, ai brani presenti sul mio MySpace, quelli sono vecchi demo, parte del processo di creazione che mi piaceva segnalare”.

Ma è proprio quel processo che si insinua anche nella canzone più organicamente organizzata. E lo strumento principe è proprio la produzione, il lavoro di aggiunzione o di cesello, operato proprio da DM per i suoi dischi.

Ho prodotto io il mio disco! Tutti i suoni sono registrati da me, scritti da me, arrangiati da me. Rafter li ha mixati, con le sue orecchie magiche. Ha aggiunto un sacco di senso di spazio, necessario al mio suono. In generale comunque tendo a registrare moltissime idee e ho ancora qualche problema a sistemarle, selezionarle, per chiudere un mix pulito. Da questo punto di vista, lavorare con Rafter è stato utilissimo”.

Il processo dunque è una sommatoria di elementi che creano un effetto di montaggio, nel senso della panna montata. In quel processo, la fotografia è una canzone estratta dal flusso. Paradigmatico il caso di Pity Dance, brano dove è indecidibile la propensione verso una forma o l’latra.

E in realtà l’individuazione di tale oscillazione tra flusso e forma canzone nasce dal tentativo di questo articolo, cioè immortalare un flusso di creatività; alla fine quello che emerge dall’ascolto è il talento cristallino di Stith, le sue capacità disarmanti di compositore della ambiguità canzone-flusso. Ma dopo tutto, tornando all’idea di “progetto” dietro DM Stith, è lecito domandarsi quanto durerà tutto questo. DM Stith è un’istantanea di David Michael Stith o la fotografia del culmine del suo percorso?

Le differenti forme d’arte si alimentano a vicenda. Non vedo la mia musica come un culmine di una crescita e di un impegno artistico, ma di certo è stata una parte importante del progresso. Dal momento che sono stato timido e poco propenso a fare e condividere la mia musica per moltissimo tempo, fare in modo che quella parte di me oggi venga conosciuta è stato incredibilmente liberatorio ed entusiammante; mi ha fatto conoscere aspetti della mia arte di cui non ero al corrente”.

Insomma, pur superato lo scoglio e la timidezza, la domanda è rimasta comunque parzialmente inevasa. Aspetteremo un suo concerto per avere elementi in più per darci a nostra volta una risposta più compiuta. A quanto ci ha detto, plausibilmente lo vedremo in Italia, dal vivo, a maggio. Difficilmente apprenderemo la conferma della notizia con indifferenza.