This is shit. Old school shit.

Son tempi strani per la musica. Un mondo multimediale e interattivo, dove tutti i tasselli sono protagonisti allo stesso modo, siano essi act storici, compositori di altà qualità o mediocri fenomeni di massa. Apri il file sharing e in un'unica schermata hai ogni cosa, senza distinzioni, dai Pink Floyd a Lady Gaga, da Chopin ai Radiohead, al punto che tu, amante della musica e della scoperta, sei onnivoro non per scelta ma perchè puoi fare altrimenti. Poi passi all'altro tab, apri youtube, clicchi sul like e ti accorgi di avere lo stesso potere decisionale di una major, sei tu a far nascere fenomeni come Justin Bieber stando seduto sulla poltroncina di casa tua e chi cambia la storia non è più il producer o il talent scout ma facebook. Ovviamente la critica specializzata riflette i tempi in cui vive, Skrillex viene recensito sulla stessa pagina di Richard Skelton (non solo per l'ordine alfabetico) e la tendenza è anzi quella di rivalutare i fenomeni di massa, un po' come dimostrazione di piena imparzialità verso ogni espressione musicale del momento, un po' perché, in fondo, oggi tutto è massa.

Ora Deadmau5 arriva al sesto album e sai già che la storia sta per ripetersi. L'esposizione mediatica è alle stelle già da mesi e i pretesti per copertine e spazi news sono polemiche e smanie da primadonna. Tu sai bene cos'hai davanti, conosci quello stile furbo che cavalca elementi trance e hardcore per trasformare intuizioni già note in successi globali, vedi bene che quel topo è soprattutto un live entertainer, una fabbrica di ticket, un progetto più commerciale che musicale, dove promozione e comunicazione contano più del lavoro in studio. Sei pronto a smentire chiunque provi a risollevarne il profilo, poi schiacci play e rifà capolino quel mondo strano, dove un solo artista potrebbe nascondere il peggio ma anche il meglio che l'oggi musicale possa offrirti.

Perché, sempre a osservare senza pregiudizi, c'è un certo gusto tra le tracce di > album title goes here <. Pezzi come Superliminal e The Veldt non son più semplice riciclo in serie ma segnale di un ritorno alle origini, ai Chemical Brothers e agli Underworld, a quell'elettronica anni '90 che rappresenta ancora l'immaginario comune associato all'idea di "musica elettronica". C'è energia, ovvio, ma anche il buonsenso di non cedere ai drop scommettendo più sulle pose plastiche dei Daft Punk (Maths). Ma soprattutto c'è inventiva e coraggio, certi momenti sorprendono per la loro distanza dall'arena (Sleepless) e altri per la libertà espressiva lasciata ai featuring: i Cypressi Hill ce li aspettavamo come nelle sbracature viste con Rusko e invece in Failbait lo spazio hip-hop resta intatto a far glamour, mentre Imogen Heap riesce a trascinare la chiusa dell'album su una Telemiscommunications di delizioso vapore dreamy.

E allora non sai più cosa pensare. O meglio, il problema è che lo sai: Deadmau5 non si è mai inventato niente – e non lo fa neanche stavolta – ma quel pescare dal serbatoio storico comune raggiunge qui una propria dimensione filologica e diventa cura del sentire classico. C'è una resistenza alla logica degli eccessi che da uno come lui non ti aspetti, quasi un momento di lucidità lungo la linea d'accelerazione tenuta finora. Tutte cose che diresti di un Nathan Fake o un Matthew Dear, ma che sembrano assurde accanto a mr. faccia di topo. Nello stesso tempo vedi anche una Channel 42 piatta come poche (Wolfgang Gartner non è esattamente il più sveglio dei producers electro-house), la ruffiana ripresa del sound progressive in There Might Be Coffee e la colossale baggianata di Closer su Spielberg, e non sai più dire se dietro a tutto questo c'è un talento o solo un gran furbone. Forse l'ondata di imparzialità verso il mainstream ci ha accecato tutti, o forse lui sapeva benissimo quali riflettori avrebbe avuto addosso ed è andato a comprarsi il vestito buono. Siam dentro Inception, sostanza e superficie sono esattamente identiche e la trottola/totem che lanci per trovare certezze è proprio il disco che hai in mano. Buona fortuna.