Decade: intervista a Enrico Gabrielli

Il pregio di un personaggio come Enrico Gabrielli è la sua polivalenza. È infatti noto più o meno a tutti come il polistrumentista toscano (originario di Montevarchi) abbia declinato finora la propria carriera al culto della contaminazione, del confronto e del dialogo tra suoni e talvolta forme d’arte differenti – dai Mariposa agli Afterhours, fino alle collaborazioni con PJ Harvey, Damo Suzuki, Aldous Harding, Steve Wynn e altri, tutti “ecosistemi” differenti a cui Gabrielli si è saputo adattare, facendo leva sulla sua formazione classica, ma pur sempre mescolata a un retaggio eterogeneo, ben radicato nella contemporaneità e nella cultura pop d’antan (il trio Winstons, o il progetto Mondo Cane con Mike Patton, ndSA). Gabrielli compone, suona il clarinetto, il flauto traverso, il sax, la tromba, il piano e tutta una serie di magici strumenti e gingilli che lo hanno reso uno dei turnisti/musicisti/collaboratori più ambiti, in Europa e nel mondo, scalando le gerarchie della musica contemporanea e arrivando a varie tipologie di pubblico. Ha pure un sito proprio su cui pubblica pensieri, scritti e illustrazioni di sua fattura, e a maggio 2017 ha licenziato per EKT Editore la sua prima raccolta di racconti “di fantascienza nera e dell’imprevisto”, dal titolo Le Piscine Terminali.

Si è pertanto alimentato questo culto, o mito se vogliamo, della bravura inarrivabile di Enrico Gabrielli: è così bravo che non ci si crede, è incredibile quando suona il sax e le tastiere contemporaneamente, è veramente forte quando ondeggia il capoccione su una bocca di tasti bianchi e neri, come un Jon Lord d’altri tempi; nell’aurea mediocritas italiana in cui ondeggiano certi microcosmi musicali, si può addirittura pensare che sia una sorta di alieno-messia del funk venuto dallo spazio per salvarci tutti – non è così, ovviamente, ma mi piaceva tener fede all’immaginario grottesco sci-fi dei suoi bellissimi racconti. Ma dicevamo, ciò che realmente conta della sua polivalenza è il modo in cui la attua, ovvero spontaneamente: ad esempio, qualche sera fa ero in un circolo a Firenze, il tipico dove i vecchi si radunano a giocare a briscola; Enrico si esibiva in quella che un tempo sarebbe stata definita la sala del liscio con il suo sodale di lunga data Sebastiano de Gennaro (con cui ha curato la collana 19’40”), suonando composizioni di gente come Debussy e Stravinskij arrangiate per fiati e percussioni – una situazione assolutamente atipica per la fruizione di certi contenuti, eppure Gabrielli ha sfruttato questa sinestesia tra luogo e suono “vendendo”(mi si passi il termine) la classica contemporanea come un gioco curioso ed esotico, e non come materia stantìa e impenetrabile da vecchi boriosi. Gabrielli sdrammatizza e ride sempre: andate ad un concerto dei Calibro 35 o dei Winstons, e capirete osservandolo che si sta divertendo come un matto (forse anche più di noi). Eppure, non c’è niente che faccia con un minimo di noncuranza e poco zelo, e in questo ricorda un po’ il compagno di banco secchione che avrei sempre voluto avere accanto durante i compiti in classe difficili («io vengo dal liceo classico, ma l’unico titolo di studio che possiedo è un diploma di clarinetto, completamente inutile», dichiara).

Sono andato quindi a trovarlo per una breve chiacchierata al Flog di Firenze, dove la sera stessa avrebbe dovuto suonare, per l’ultima volta, con un ensemble di archi e fiati (tra cui lo stesso de Gennaro) assieme ai suoi Calibro 35, freschi di release, l’ottava ufficiale, dal titolo Decade. «È un titolo emblematico», spiega Gabrielli, «sicuramente il più semplice che potesse venirci in mente per celebrare dieci anni di attività con i Calibro 35, ma a guardarmi indietro capisco che è gran parte della mia carriera come musicista – considerato che verso il 2001 ho iniziato a far uscire materiale con i Mariposa. Da allora, credo che molte cose siano indubbiamente cambiate attorno a me, ma credo anche che in fondo io sia rimasto sempre il solito». Cosa accade però, come dicevamo prima, quando un musicista si trova a relazionarsi con ambienti, persone (talvolta personaggi, e anche molto “ingombranti”), usi e abitudini differenti? Prosegue Enrico: «Non ho avuto modo di constatare quanto questo abbia effettivamente influito sul mio percorso, ma so per certo che lo ha fatto, che ha determinato scelte che a loro volta mi hanno portato sempre in luoghi sonori (e fisici) differenti, pur mantenendo un legame con il mio retaggio, con dei punti di riferimento. Ecco, posso dire che mi guardo indietro e riconosco di aver rispettato questa mia esigenza: quella di essere un musicista con un ampio raggio d’azione, per così dire, ma pur sempre vicino a progetti e/o formazioni stabili. Questo è anche un periodo in cui sto particolarmente beneficiando degli insegnamenti e delle esperienze provenienti dal mio percorso, e credo che un album come Decade valga moltissimo nell’economia di un nuovo ciclo: è forse l’album in cui abbiamo fatto coabitare meglio l’animo “rockettaro”, il groove e certi riferimenti estetici con un respiro vagamente più sinfonico, più da library music [musica di “servizio” realizzata – talvolta da compositori rinomati quali Morricone, Macchi, Umiliani – per le produzioni radiotelevisive della RAI, dai servizi del telegiornale ai documentari, ndSA].” Poi aggiunge in merito alla lavorazione dell’album: «Decade è stato concepito con un processo per scatole cinesi: siamo partiti dall’idea di realizzare una raccolta di nostri brani ri-arrangiati con formazione estesa, salvo poi decidere di sfruttare appieno le potenzialità di questo organico, tanto che ognuno ha portato del nuovo materiale, molto eterogeneo e con soluzioni stilistiche differenti. Se in S.P.A.C.E. l’idea di base era quella di trasportarci letteralmente nello spazio, in Decade abbiamo fatto riferimento all’architettura radicale (nell’artwork e in brani come Superstudio e Archizoom) e a un immaginario utopico, con spazi che si trasformano e luoghi impossibili Dopo che avevamo ben in mente il progetto, ci siamo trovati in dieci con Tommaso Colliva nel suo studio per registrare i brani in cinque giorni, a un ritmo forsennato… un tempo record per noi».

La data del Flog ospita l’ultima di tre esibizioni dei Calibro 35 con questa formazione estesa («Siamo in 10 sul palco, sarà una specie di coreografia»), e Gabrielli pare apprezzare molto la condizione: «Un aspetto del mio mestiere che mi ha sempre affascinato è la collaborazione come metodo di scambio mutuale di talenti, trucchi, informazioni di qualsiasi tipologia; in quanto rito collettivo, suonare significa anche dialogare, contaminarsi, e allo stesso tempo mi è sempre piaciuto coordinare un gruppo di persone come un’unità lavorativa – esperimento che ho già percorso in esperienze come quella de L’Unità di Produzione Musicale, e che replico volentieri perché mi aiuta anche a capire chi sono, come musicista e come individuo all’interno di un contesto specifico».

Ciò che stupisce di Enrico, dicevamo, è come riesca a calarsi in situazioni ed ecosistemi differenti senza perdere la bussola, data l’estrema elasticità dei progetti sonori cui ha partecipato, che hanno suddiviso in vari frammenti le personalità, gli alter-ego del Nostro, come in un gioco pirandelliano: «Il mito dell’essere se stessi a tutti i costi è un falso mito, secondo me: se sei così, probabile che tu possa essere un buon solista, o comunque un musicista che vuole affermare la propria unicità, o una personalità univoca; io invece preferisco confrontarmi con diverse forme di collettività. Prima regola: Empatia. L’empatia cambia e ti fa cambiare, si specchia con le circostanze e i fattori contingenti di quello specifico ambiente – a volte serve essere gentili, a volte serve essere crudi, e cambi queste “barriere” empatiche come cambi gli strumenti che devi suonare. Non devo poi sicuramente difendere una certa integrità morale o un senso di appartenenza o identità, ma preferisco capire cosa ho attorno e lasciarmi anche un po’ cambiare, anche perché essere se stessi è una noia mortale».

Intanto, suoni fantascientifici, organi taglienti, blip blop e sobbalzi che paiono provenire da un radar militare della Seconda Guerra cominciano a propagarsi dal palco, già “apparecchiato” per il concerto grosso e fase di prova. Prima di lasciarci, una considerazione su uno dei medium che più di ogni altro ha contribuito a diffondere (seppur in parte) un buon gusto nella ricerca musicale, con contenuti che un tempo erano tuttal’più bizzarri, e adesso sarebbero semplicemente fuori luogo: «Io sono stato teledipendente per circa tre anni», risponde prontamente Enrico, «dal ’96 al ’99, con una media di otto ore di zapping furioso nell’etere. Guardavo di tutto: dai programmi del mattino, Magalli, a Video Music fino ai contenitori sportivi, e i documentari a notte fonda. La tenevo accesa sempre, anche durante le esercitazioni di clarinetto, perché fa colore, spezza i pensieri, “tiene compagnia”, come dicono le casalinghe. Adesso ce l’ho a casa, ma vorrei gettarla nel cesso». Un tempo potevamo parlare di servizio pubblico di qualità? «Un tempo era diverso: è una banalità, ma c’era più attenzione verso le periferie del pensiero e della cultura popolare. C’era un rapporto diretto e indiretto, anche verso l’esplorazione della musica d’avanguardia, dei nuovi suoni: c’erano gli approfondimenti di Luciano Berio, poi più avanti programmi come Doc, con Arbore, che purtroppo è durato quanto un gatto in tangenziale. E poi appunto, anche attraverso certe sonorizzazioni e library, si poteva anche accedere indirettamente a questi universi sonori» – della serie: lo sapevate che la sigla del TG2 Dossier era di Battiato? «C’è anche da ammettere però», continua, «che un tempo la RAI in quanto servizio di Stato era tenuta ad avere un tot percento di contenuti divulgativi/culturali di vario tipo all’interno del proprio palinsesto; credo che da molto tempo si siano svincolati dall’obbligo, e questo spiega tante cose».

Qualcosa, comunque, si sta muovendo: «Recentemente sono stato chiamato per il programma di Manuel (Agnelli, ndSA),  che adesso ha acquisito una certa visibilità anche presso il pubblico televisivo, e forse sta provando a cambiare qualcosa dall’interno. Lui sa come la penso su X Factor, ovvero che è una cosa tremenda, il talent che invece di essere la culla del vero talento, ne è la tomba. Una fabbrica di meteore. Però lo capisco, ha difeso bene la propria posizione ed ha accettato di mettersi in gioco. Io ne ebbi l’opportunità, poiché qualche anno fa mi contattarono per occuparmi della produzione musicale: rifiutai, scatenando l’ira funesta di mia moglie, ma questa è un’altra storia». C’è speranza di recuperare un barlume di controcultura, di creare informazione di massa che non sia dozzinale? «Non so quanto Ossigeno possa essere fuori dagli schemi, rispetto al resto del palinsesto della RAI, ma se mi ha chiamato a fare Clapping Music (una performance/composizione di Steve Reich giocata sulle sincopi ritmiche del battito di mani, ndSA), qualcosa vorrà pur dire».

Un sax fortissimo e ascendente copre il volume delle nostre voci, richiamando così agli ordini il soldato Gabrielli: «Mi sa che devo andare a fare il soundcheck», dice serafico, scomparendo tra un nugolo di crepitii spettrali, suonini analogici e tempeste di buone vibrazioni.

8 marzo 2018
8 marzo 2018
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