Devendra Banhart & friends – un anno dopo

Se fino a un anno fa esistevano ancora gli elementi per una disputa sull’appropriatezza del termine pre-war folk, utilizzato per etichettare la musica di Devendra Banhart e compagni, oggi, a un anno di distanza dall’esplosione di quella pseudo-scena, viene da chiedersi cosa diavolo c’entrassero il chitarrista texano, le Cocorosie e i Vetiver con la musica prebellica statunitense. L’unica risposta che riusciamo a darci, anche in virtù delle ultime uscite discografiche è, naturalmente: niente.

Mentre Devendra cambia rotta, spostandosi verso territori che richiamano la nascita della psichedelia, gli altri compagni di viaggio non si discostano molto dai loro punti di partenza: delicatezza e un po’ di Woodstock generation per la band di Andy Cabic e spirito teneramente fanciullesco e sognante per le due sorelle Sierra e Bianca Casady.

Ciò che di sicuro si può dire su questi musicisti è che sono figli dei loro tempi. Il loro modo di affrontare e raccontare la realtà, vera o immaginaria che sia, è assolutamente contemporaneo nella sua ricerca di semplicità in un’era ipertecnologica come la nostra, anche se questo approccio non rappresenta una novità assoluta nella storia del rock: si pensi al fenomeno dei cantautori one-man-band o alla nascita del punk in contrapposizione alla complessità a cui era arrivato il rock negli anni ’70 con il progressive.

Nel caso di Devendra & co., l’attrazione per l’espressione spontanea, cruda, priva di fronzoli e l’urgenza comunicativa. prevalgono sulla “decorazione”. Il risultato è una musica senza tempo, una musica sempre uguale e sempre diversa, che non lascia molto spazio alla fantasia, ma che entra nell’intimo dell’ascoltatore.

Registrare un disco nella propria cameretta nell’epoca delle super produzioni è, in qualche modo, un atteggiamento insieme conservatore (nel riproporre vecchi schemi, che siano o meno pre war!) e rivoluzionario (nell’attitudine contestatrice insita nel rifiuto della complessità). Devendra Banhart e Andy Cabic ne sono ben consapevoli e continuano a seguire le orme di Michael Gira, ma con un approccio più istintivo e naive dell’ex Swans.

Ci si chiedeva anche, l’anno scorso, se questo gruppo di artisti potesse costituire una vera e propria scena. La risposta non può essere che no. Quello che unisce Banhart, i Vetiver e le Cocorosie, oltre a un troppo generico approccio lo-fi, è più una sincera amicizia che una comunanza di intenti artistici. Sarebbe forse più appropriato definirla una “famiglia” di musicisti, una sorta di gruppo aperto in cui confluiscono idee diverse, che si concretizzano nelle collaborazioni o in veri e propri progetti (vedi i Queens of Sheeba). Nulla esclude che queste esperienze comuni si saldino ulteriormente e possano dare vita, in un futuro più o meno lontano, a una vera e propria scena, con tanto di proselitismo. Ma di discepoli, a parte qualche nota rivista di settore, se ne vedono ancora pochi.