Di corde rotte e cuori infranti

Nonostante gli sforzi di George Washington e Thomas Jefferson, gli americani hanno finito per prendere dai cugini inglesi un sacco di cose. Per esempio i nomi delle città, come Cambridge (Massachussets), non a caso uno dei maggiori centri d’istruzione degli States: proprio lì, non troppo tempo fa, due studenti di Harvard passavano il tempo lanciando mobili giù dal tetto del loro appartamento al 66 di Bishop Allen Drive. Per fortuna dei loro padroni di casa, Justin Rice e Christian Rudder coltivavano anche altri passatempi extracurricolari, come scrivere canzoni insieme. Così, tornati nella nativa Boston, hanno formato prima i Pissed Officers, poi i Bishop Allen, battezzati proprio in onore dei gloriosi giorni universitari. All’inizio niente di serio, intendiamoci, solo qualche scarabocchio registrato in casa con un multitraccia durante l’anno sabbatico trascorso a Lynchburg, prima di trasferirsi definitivamente a Brooklyn. Piano piano però la cosa si è evoluta, coinvolgendo anche qualche amico per rifinire le canzoni quel tanto che basta per tirarne fuori un disco, e magari pubblicarlo in autonomia con un’etichetta D.I.Y.

Chi l’avrebbe mai detto che Charm School(Champagne School, 6 maggio 2003) avrebbe portato i nomi dei due alla ribalta di media nazionali come il Rolling Stone e la National Public Radio (NPR)? E questa è stata soltanto la prima mossa; in questi quattro anni, Justin e Chris si sono presi il tempo necessario, si sono costruiti attorno un culto di fedelissimi, hanno progressivamente cambiato rotta e hanno fatto parlare di sé e dei loro azzardi (il famoso – e folle – progetto di realizzare un EP per ogni mese del 2006, terminato con successo); fino a Bishop Allen & The Broken String(Dead Oceans / Wide, 24 luglio 2007 – vedi spazio recensioni), che se non è uno scacco matto, poco ci manca. Un percorso talmente azzeccato che se ne potrebbe trarre un vademecum per ogni aspirante indie darling; o, magari, un bel film lo-fi come quelli dell’amico Andrew Bujalski, a cui i due hanno prestato la faccia in tempi recenti (gli acclamati Funny Ha-Ha – con Rudder – e Mutual Appreciation – con Rice). Insomma, il caso è servito.

Di certo, i Bishop Allen non sarebbero andati molto lontano se Charm School non fosse quella festa indie pop che è. Con pochi, basilari ingredienti – un paio di chitarre, basso, drum machine in loop, più qualche particolare ad aggiungere colore (battimani, armonica, banjo, slide, coretti appiccicosi) – i due fanno sfoggio di un songwriting divertito e acuto, che mischia grandi dosi di ironia ed innocenza twee (pensate a una versione post-college dei Boy Least Likely To), con spirito corale e goliardico. Lo humour di marca Housemartins della title track, la coolness alla Beck di Eve Of Destruction (riscrittura hip hop della celebre protest song di P.F. Sloan), le nevrosi Modest Mouse di Busted Heart, i fremiti Daniel Johnston di Little Black Ache, le filastrocche Pavement di Things Are What You Make Of Them (con citazione da Hello Goodbye) sono solo alcuni picchi di quello che probabilmente è uno dei dischi più vivaci e contagiosi dell’America recente, una vera e propria botta di vita per la New York ancora scossa dallo schianto delle Twin Towers.

Soltanto per questo – l’aver fatto sorridere, cantare e ballare in tempi sempre più cupi per farlo – i Bishop Allen meriterebbero una menzione d’onore; ma è comunque poca cosa, se si pensa ai 12 EP pubblicati in fila l’anno scorso. Sembra che sia stato un vecchio pianoforte, trovato per caso in strada, a far scattare la scintilla che ha portato Rice, Rudder e una girandola di amici (tra cui Darbie Nowatka, illustratrice delle copertine) a sfornare puntualmente quattro tracce al mese, da January a December – con l’eccezione di August, la registrazione di un concerto che comunque contiene un paio di inediti. Un totale di circa 45 canzoni nuove di zecca, in cui sono evidenti sia la crescita di Justin come scrittore, approdato a confessioni folk in prima persona e allo storytelling, sia di Chris come arrangiatore, con trame prevalentemente acustiche, più varie e strutturate, in un’ideale zona franca fra Belle & Sebastian e Bright Eyes.

Conquiste che saranno ribadite in …& The Broken String, ma c’è già da restare impressionati dall’eccezionalità dell’impresa e dalla qualità complessiva del malloppo, uno scrigno inesauribile ricolmo di gemme folk pop. Si sarà capito: innamorarsi dei Bishop Allen è facile. Un’esperienza che vi auguriamo, senza riserve.

1 Luglio 2007
1 Luglio 2007
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