ph. Lucy Johnston

Digital Shoegaze

Dentro le scarpe il cosmo

Dopo lo Psychedelic Reloaded del mese scorso eccoci di nuovo qui a parlare di qualcosa di simile alla psichedelia. Non che la famiglia di SA si sia adolescenzialmente fissata sull’argomento o sia giunta ad una preoccupante scarsità di idee. Piuttosto, in questa prima metà dell’anno, si è riscontrata la presenza di una sottile linea ricorrente in una serie di uscite eterogenee per provenienza, ambiti e background. Un minimo comune denominatore che unisce in maniera trasversale – diagonale verrebbe da dire visti gli spigoli e le asperità che tornano come leitmotiv invisibili nelle musiche di cui trattiamo e che perciò ritroveremo spesso lungo queste pagine – esperienze diverse e a sé stanti intente però a (ri)proporre una forma di rock che sembra procedere a ritroso, partendo cioè dai generi per arrivare a riscrivere i classici. C’è, almeno apparentemente, uno stimolo nuovo, un impeto, uno scarto comune a tutti i nomi qui affrontati nel trattare la tradizione rock, deformandola, maltrattandola, personalizzandola senza mai farla risultare cosa stantia ma, nello stesso tempo, evitando di riesumarla dalla tomba in cui è (da sempre) prematuramente riposta come in una morbosa forma di necrofilia scorretta.

Digital shoegaze è il nome che arbitrariamente abbiamo dato alla presente indagine che, sia ben chiaro, è per sua natura parziale e priva di ogni velleità completista. Una definizione che da subito rimanda a quel mondo fatto di timidezze e impacci, sguardi sommessi e mondi che non superavano l’insormontabile scoglio rappresentato dalle punte delle scarpe. Quel mondo che, verso la fine degli ’80, dapprima i Jesus & Mary Chain degli irascibili fratelli Reid, poi una intera genia di imberbi e timidi musicisti come Slowdive, Lush, Telescopes e soprattutto i (redivivi?) My Bloody Valentine di sua invisibilità Kevin Shields, hanno contribuito a codificare sul versante più accessibilmente pop grazie ad una mistura di suoni chitarristici tanto eterei e malinconici, quanto stratificati e incessanti. Pure gemme pop, sensibili e delicate, incastonate in flussi di rumore, cascate di feedback, stratificazioni sonore in grado di produrre, nelle loro dilatazioni, effetti trance-inducing. Quel mondo faceva poi il paio col suo gemello cattivo, quello inacidito, tracotante, deforme proposto essenzialmente dall’accoppiata Sonic Boom/Jason Pierce, veri gemelli diversi del rock acido, sotto il vessillo Spacemen 3 e da tutto il versante duro della psichedelia inglese degli eighties: Loop e Hair & Skin Trading Co. innanzitutto. In questo caso era la devianza drogata di Stooges, Can, primi Velvet ad essere maciullata in chiave ipnotica.

Quei suoni tornano prepotentemente d’attualità oggi per merito dei vecchi protagonisti che tornano a proporsi in prima persona. I MBV che presenziano (spesso, se non sempre, da headliner) ai vari festival in giro per l’Europa mentre l’eminenza grigia Kevin Shields si permette il lusso di mettere fuori un album con Patti Smith; l’ex S3 Pierce che torna col suo progetto Spiritualized (il nuovo Songs In A & E); un pezzo di Slowdive, Simon Scott, che si riaffaccia col suo solo-project Televise sul panorama musicale disegnando digital landscapes romantici e umorali. Ma è soprattutto la spinta di quelle che definiamo per comodità nuove leve a far tornare d’attualità quei suoni; gruppi più o meno giovani, più o meno esordienti che dimostrano non solo di avere bene a mente la tradizione e di aver fatto tesoro della lezione dei precursori ma anche di sapere ricodificare quegli insegnamenti, svelti come solo nell’età del 2.0 si può essere a desacralizzare quella stessa tradizione con l’incoscienza degli allievi che, ognuno a modo suo, superino i propri maestri. Deviando, come nel caso dei giustamente magnificati Fuck Buttons, verso un uso puramente digitale, synthetico della strumentazione ed una dilatazione delle strutture che ne fa gli alfieri di una psichedelia digitale dall’alto peso specifico. Frutto di una metabolizzazione del passato non citazionista o passatista, ma viva e in fieri; che prende cioè un misto MBV/S3, lo deturpa e lo impasta fino a farne un grumo putrescente che non perde di vista però né l’oscuro, latente fascino della melodia, né tanto meno la conturbante carica della seduzione rumorosa. Oppure, come nei misteriosi e oscuri Pyramids, texani che “riciclano” i suoni 4AD, Cocteau Twins in primis, in un vortice ascendente/discendente paradisiaco o infernale.

Immaginate, perciò, questo articolo come un abbozzo di Psychedelic Reloaded parte seconda. Come una sua propagazione o emanazione indiretta. Un contenitore di ipotesi future o il punto di una situazione (uno dei tantissimi punti possibili) che è per forza di cose sfuggente e in costante divenire. Un tentativo, insomma di dilatare oltre quella pulsione trasversalmente (ed etimologicamente) psichedelica ben evidenziata con gli approfondimenti a Black Angels, Indian Jewelry e Religious Knives. Qui gli orizzonti si dilatano oltremodo. Saranno molto più ampi. Apparentemente quasi slegati gli uni dagli altri. Eppure nel modo, più che nei risultati, quella unicità di approccio è ben visibile agli ascoltatori più attenti. Insomma, ci sono gruppi che, seppur partendo dal semplice gesto di guardarsi le punte delle scarpe, arrivano a vedere le stelle; ovvero a perdersi (e conseguentemente, a farci perdere) nel profondo dello spazio. (SP)

L’amore coi bottoni

Dilatazione e spazio. Questi sono forse i due cardini su cui aprire e socchiudere la porta sul nostro focus di approfondimento. Come conciliare le due cose? Quante diverse correnti di salmoni si è mangiato l’orso dei Fuck Buttons? Staremmo mesi e generazioni di pesci a esporle tutte, ma basti fare qualche nome o genere per orientare il posizionamento. Pan Sonic. Krautrock. Spacemen 3 sopra a tutti. Ma anche, ovviamente, l’harsch noise newyorkese. Ogni tanto nella storia della musica ci vuole qualcuno che tiri le somme e tracci idée col vecchio metodo del rasoio di Ockham. Ovvero? Guglielmo da Ockham era un retore più furbo di tanti suoi colleghi, che si perdevano in mille arzigogoli del pensiero. La sua visione era invece orientata al taglio delle ipotesi sulla possibilità che richiedesse meno carte in tavola; la soluzione più semplice, si direbbe, in modo semplicistico e grossolano. I Fuck Buttons sono gli Ockham del noise, da un certo punto di vista; ci hanno pensato loro a estrarre dal cilindro un disco che mette d’accordo quasi tutti, chi con più chi con meno entusiasmo critico, moltissimi (ascoltatori) con orecchio e spirito appagato. Fecero qualcosa di molto simile i Mogwai, del resto, partendo da alcuni esperimenti del post-rock, approdando al loro – poi proverbiale – forte-piano di nobilissima tradizione e comunque di piacevolissima fruibilità. Lì di presso, a Bristol, lo fece anche la carica dei 101 trip-hoppers, che dimostrò ancora una volta come mettere insieme cose diverse sia difficile ma se si mira al risultato di ascolto non sia forse così insormontabile come compito. Senza astruserie e trovate cervellotiche.

Guarda caso Andrew Hung e Benjamin John Power sono inglesi e vengono proprio da Bristol, un ambiente – ormai non può che essere assodato – ricettivo per la commistione tra melodia che colpisce e suoni cupi, poco sereni. I due danno da subito prova di aver appreso l’insegnamento dei concittadini (e compatrioti) quando decidono di fare uscire il loro primo, rivelatorio singolo, Bright Tomorrow (ATP), neanche un anno fa; una cassa dritta che viene accompagnata da un organo volto a dipingere una melodia distensiva, quasi solare, mentre attorno si anima il gioco dei bottoni. Eccola già qui la chiave; un rapporto dionisiaco con i synth e coi relativi controller che ha la sua cartina al tornasole nei paesaggi di rumore pieno e bianco – minuto 4:00 di Bright Tomorrow – che danno proprio una visibilità sonora al bottone gestalticamente lì da schiacciare, e al cedimento sensuale di Andrew e Benjamin davanti a esso; le urla filtrate sono ulteriore sanzione di un rapporto che si vive col corpo. Ma anzitutto i Fuck Buttons sono inglesissimi, dicevamo, allo stesso livello e correlativamente di come i Black Dice sono perfettamente americani. Il paragone è uno dei primi a venire in mente. È l’inizio del 2008 quando esce il primo album dei FB, Street Horrrsing (ATP), che esordisce con un brano manifesto, su cui torneremo tra breve, e che prosegue con Ribs Out, traccia dove il percussivismo sembra una citazione diretta ai newyorkesi. Eppure, ancora una volta, non si avverte la macchina al lavoro, ma si gode del risultato.

Eppure, come si è già fatto trapelare, la disinvoltura con cui fare commistioni difficili in modo semplice non è l’unico discorso pertinente con i Bottoni. Chi ha avuto il piacere di vederli dal vivo avrà già forse compreso cosa si sta per dire – e lo si confermerà sottolineando come la concentrazione di Hung e Power sia rivolta esclusivamente alle loro macchine, ai pulsanti e alle rotelle che guardano senza rivolgere attenzione al pubblico. La cosa non è certo da limite per il coinvolgimento; ed è proprio qui che vogliamo arrivare. I Fuck Buttons non fanno nulla che si possa catalogare come “nuovo” o inaudito. Non sconvolgono con trovate imprevedibili chi li sta ascoltando. Tutto all’opposto; la loro musica funziona perché asseconda ciò che l’ascoltatore vorrebbe nel proseguimento dei loro crescendo rumoristici. Solo lontanamente in questo senso la strada è la stessa che percorrevano i My Bloody Valentine di Loveless – con la stratificazione scientifica ma di sottilissima intelligenza compositiva. Ascoltate Sweet Love For Planet Heart, la prima traccia di Street Horrrsing per avere un esempio di ciò che stiamo sottolineando. Il muro noise si intervalla al semplice arpeggio esattamente quando il fruitore se lo aspetta e quando quello può essere accolto senza stravolgere gli animi – anzi, quando esso è più ben accetto. C’è allora nei Fuck Buttons la facoltà di fare cose già fatte e ciò nonostante di cogliere delle necessità, la pigrizia interpretativa di chi li sta sentendo; in questo sono un duo da sentire dal vivo, dove essere avvolti dal loro lavoro sull’appagamento dell’ascolto, con tempi prevedibili e un impatto che asseconda, appunto, le aspettative che un orecchio neanche troppo addestrato si fa di un suono rotondo e insieme distorto. E va detto che questo mestiere i FB lo conoscono già molto bene.

L’ultimo passaggio da districare è che questa musica al servizio dell’ascoltatore riesce comunque a trasportare in luoghi che prima della sua fruizione sembravano lontani. Anche questa è un’abilità, che rosicchia la normalità e ne trae degli effetti non scontati; il più importante – e l’elemento che parecchio ci interessa, in materia di digital schoegaze – è che i Bottoni riescono a dare – e a far dare – un’occhiata al quadro astrale. La ripetizione mantrica è funzione anche qui psichedelica; anche con i due di Bristol contano meno le tradizioni di immediato riconoscimento e più una valutazione delle circostanze di arrivo – i famosi risultati indotti. Ci si potrebbe a questo proposito avvicinare alla magnifica prova di impro-rock dilatatissimo dei Thank You nel secondo album Terrible Two; puro magma d’origine krauta e di applicazione free-form come solo i sottovalutati Urdog erano riusciti a modellare. L’accostamento coi Fuck Buttons vale già nella sicumera di mescolamento dei generi, nella disinvoltura che appaia le aspettative di chi ascolta con le evoluzioni dei brani; ma soprattutto si incentra nel terreno argilloso degli effetti – cosa che è particolarmente “sul pezzo” in questo psych reloaded 2.0. Valgano anche per il digital shoegaze alcune idee che abbiamo espresso il mese scorso su altri lidi. Ma, prima di snocciolarle, è giusto complessificare l’ambientazione con un'altra band – i Pyramids – forse più schizzinosa nei confronti delle facilonerie virtuose cui ci abituano i Fuck Buttons. E prima ancora apriamo la scena con una divaricazione tra il passato già passato alla storia come shoegaze – quello degli Slowdive – e la sua ancora nel presente, il nuovo progetto di Scott, di cui abbiamo ampiamente parlato con il diretto interessato. (GC)

Televise. Nuove tecnologie

Di tutta la genia che tra ’80 e ’90 amava rimirarsi le scarpe mentre affogava melodie romantiche ed umorali in tonnellate di feedback chitarristico (dai Ride agli splendidi Amp, passando per Lush e mille altri ancora), c’è almeno un gruppo il cui debutto è da Olimpo della musica indie. Just For A Day. Questo il titolo dell’esordio targato Creation di 5 giovani britannici il cui nome scelto proveniva, guarda caso, dalla dimensione onirica di uno dei 5: Slowdive. Dietro le pelli di quella formazione sedeva un giovane batterista ben presto transfuga verso altri lidi, alla ricerca di una musica più personale, Simon Scott. Dopo un girovagare in esperienze più o meno soddisfacenti (Chapterhouse, Lowgold, Inner Sleeve e molti altri) quella musica più personale tanto agognata ha un nome conciso e definitivo: Televise. Più che una sigla, un vero e proprio alias col quale Scott agisce in splendida solitudine dal 2003. Ecco così che scatta uno di quegli invisibili cortocircuiti di cui la storia della musica è piena. Televise rappresenta il trait d’union tra un passato (mai pienamente risolto?) dello shoegaze classico e una delle sue probabili, ipotetiche filiazioni attuali. Una serie di uscite concentrate in questo primo squarcio di 2008 stanno lì a ricordarcelo: prima il cd-r Secret Valentine uscito a febbraio per Distant Noise, poi il mini Sometimes Splendid Confusion (Drifting Silence, aprile 2008) mentre del mese scorso è Volume 3, sunto antologico uscito per l’etichetta di casa, Kesh Records. Facciamo però un salto indietro. Torniamo al 2006, quando l’esordio lungo dell’allora formazione a quattro, Songs To Sing In A & E, superò i confini d’Albione per rivelarsi al mondo. Da tramite fece la Club AC30, piccola etichetta british e vero ricettacolo del “nuovo shoegaze” con in catalogo Jeniferever, Heroes Of Switzerland oltre ad una serie di compilation dal programmatico titolo di Never Lose That Feeling, in cui varie bands noise-pop, dream-pop e shoegaze coverizzano classici del genere. Terreno fertile, dunque, per un progetto che sin dal primo ascolto mostrava le capacità “deformative” del forte retaggio “classicamente” shoegaze del multistrumentista originario di Cambridge. Lì Scott evitava le secche di un suono apparentemente destinato a rinchiudersi etimologicamente in se stesso per aprirsi – e speriamo che questa indagine aiuti a comprenderlo – verso panorami più ampi e sonorità meno pedisseque. Se pezzi come I Don’t Know Why – una lezione sul proprio terreno impartita ai Sonic Youth più pop-oriented o agli Smashing Pumpkins di 1979 – e Mercy Seat, cover di un classico degli Ultra Vivid Scene, sembravano segnare origini del mood generale e stabilire priorità stilistiche, era nei quindici minuti dell’epica Never Alone che il paesaggio sonoro si faceva più rarefatto, dilatato, minimale pur rimanendo nei canoni del genere: arpeggio celestiale, atmosfere sognanti, crescendo infinito e malinconico, finale in estasi di riverberi e echoes. Rinnovando i fasti dello shoegaze anni ’80/90, Songs… evidenziava la volontà di superamento del canone mediante una impronta minimale che qua e là prendeva il sopravvento sulle strutture tipicamente rock.

Quella latente tendenza al riduzionismo e alla “trasformazione chimica” si sarebbe però palesata nei passi successivi. In primis, nello smantellamento della formazione operato da Scott, ormai pronto a compiere il suo giro del mondo shoegaze in solitaria. Scelta non casuale e che si riverbera pure sul piano compositivo, supportata da un vivo interesse per le potenzialità della strumentazione digitale: ad unirsi ai classici voce-chitarra-batteria sono audio processing, manipolazioni acustiche, aggeggi elettronici rovinati o assemblati, computer, field recordings.

“Con Televise – ci confida Simon – ho smesso con il formato tradizionale di band rock, dal momento che molte delle mie idee si sono interrelate con la musica digitale e con i progressi entusiasmanti della tecnologia musicale.

Lo scarto è notevole e definitivo. Più che canzoni strutturalmente tradizionali – nella composizione e nella riuscita – quelle dei “nuovi” Televise sono quasi sound sculptures, textures che non perdono mai di vista la centralità della melodia, ma che vi giungono per contrasto. Attraverso cioè il rumore di scarto proveniente da infinite fonti sonore. Anche quelle della classica rock-song, ovviamente, ma soprattutto quelle di matrice digitale. L’accesso alla tecnologia a basso costo ha, secondo Simon, introdotto nuove prospettive in un genere che correva il rischio di limitarsi nello stretto recinto dei propri standard:

Si sente talmente tanta musica oggi che non è cambiata dal 1991 e che rimane ancorata a certe band e a quella scena; ma alla fine la tecnologia ha abbracciato il genere e gli ha dato nuove prospettive. Penso a Fennesz che usa patch Max/MSP per distorcere le sue melodie alla Cocteau Twins, o ai laptop dei Port Royal e al sampling delle armonie tonali di Taylor Deupree, ai soundscapes gloriosi creati riverberandole.

Patches, laptop, soundscapes. Prospettive intriganti per una musica che, pur puntando le stelle, partiva sempre dall’umano. Dal suo passato reinterpretato. Riscritto. Ricombinato. In una parola, reinventato. Ma quelle prospettiva sono ancor più eccitanti se messe a disposizione di una scelta stilistica che non prescinda dalla melodia:

Un click ha pari dignità di un pick up o di una grana noise creati da quella contingenza che dà origine a una nuova canzone. Il prossimo disco dei Televise sarà creato usando glitch usciti dal mio laptop malfunzionante allo stesso modo che dal rumore di una esecuzione unplugged. Essenzialmente deve esserci un po’ di melodia abbastanza forte da poterci costruire una canzone attorno. Senza melodia non esistono i Televise.

I dieci pezzi di Secret Valentine vivono allora di frattali sonori più che di canzoni compiute; di flutti di dreamscapes più che di rigide strutture rock-oriented. Mareggiate digitali che rimandano ora all’isolazionismo, ora alle atmosferiche rarefazioni di Flying Saucer Attack, ora all’ambient sperimentale targata 12k, mostrando il modus operandi di Scott. Nella stessa direzione si muovono le ultime uscite. Il mini Sometimes Splendid Confusion, ma soprattutto l’appena uscito Volume 3 partono da istanze tradizionali sia nell’uso prevalente di chitarre e piano, sia nel background delle influenze – il passato che ritorna che rinasce che ritorna… – per poi evolversi in intricate audio-strutture per mezzo di suoni sequenziati, textures e loop, field recordings organici. Nulla di nuovo sotto il sole, se non il sempre vivo fascino dell’interplay tra spazio interiore e spazio esteriore, mediato, anzi filtrato attraverso le macchine. Ovvero, una delle possibili vie di fuga per il genere.

Digital Shoegaze? Sono contento che lo shoegaze, il dream pop, l’ambient indipendente – o in qualunque modo si decida di chiamare questo genere – si siano evoluti e che finalmente abbiano iniziato a cambiare verso una direzione resa possibile dalla disponibilità di software musicali.” (SP)

Pyramids. Angeli e demoni

Chitarre in multi-layer; voci bianche riverberate che manco i Sigur Ros; una spirale ascendente di suoni apparentemente senza fine. Inizia così Sleds, pezzo inaugurale dell’omonimo debutto del misterioso gruppo che rappresenta l’ultimo anello di questa analisi nella psichedelia 2.0. Combo sconosciuto e alquanto parco di notizie, originario delle desertiche lande texane e messo sotto contratto da una attenta HydraHead, i quattro Pyramids rappresentano il lato più oscuro ed estremo di quello spingersi verso le stelle cui accennavamo in apertura d’articolo. Mischiano in pezzi relativamente brevi ambient e metal, shoegaze e atmosfere perversamente pop in scia 4AD, un po’ della celestiale inconsistenza dei primi, misteriosi Sigur Ros e un po’ della metallurgia in bassa battuta di Jesu. Capaci cioè di dilatarsi in sognanti nenie alla Cocteau Twins e subito dopo in brutture weird-metal con voci black come dei Wolves In The Throne Room compressi nella forma-canzone. Di nuovo, ancora, sempre di più, torna il discorso fatto per Fuck Buttons. Riproporre il già detto o il mal (o il mai?) rimosso. In maniera non nuova, ma indubbiamente insolita. Circumnavigando l’intero spettro delle possibilità finendo con l’unire gli estremi, in questo caso. Quelli del sogno, della dimensione onirica, attraverso la loro riproposizione musicale: dream-pop sognante ed evocativo, da un lato; visceralità black (metal, a volte) cupa e inquietante, dall’altro. Black-(nightmare)-pop, l’assurda ipotesi di genere che ci viene in mente, ma si procede per tentativi. Esatti o vani? Solo il tempo, grande scultore ci saprà dire.

Pyramids rappresenta insieme – contemporaneamente – l’inconsistenza e la muscolarità di un suono pulviscolare eppure materico, quello psichedelico via shoegaze, che non si pone limiti nel mezzo pur di raggiungere il fine. Dilatare cioè i confini percettivi dell’ascoltatore, invitandolo verso lidi altri… Spostiamo però l’attenzione dalla musica al social-network. Tentiamo di capire un po’ più a fondo lo spessore di questa nuova, vecchia alchimia. Dirigiamoci verso il terreno virtuale che più caratterizza la musica degli anni zero: l’immancabile myspace. Facciamo un giro tra le figurine dei contatti amici dei quattro texani e quadreremo il proverbiale cerchio. A figurare tra gli amici (reali stavolta, non di facciata) del gruppo è gente come James Plotkin e Justin Broadrick, quest’ultimo sotto le mentite spoglie sia di Jesu che di Final. Come a dire textures sonore e guitar sound processato per disegnare vuoti da isolazionismo spinto. Non propaganda a buon mercato tra mercanti dell’estremo. Qualcosa di più. Molto di più ad approfondire. Perché textures, minimalismo, isolazionismo, son cose che a ben vedere c’entrano eccome con lo shoegaze – sia pure quello malsano dei Pyramids – se solo pensassimo alla stagione d’oro delle rarefazioni bristoliane di Flying Saucer Attack & co.; o all’Experimental Audio Research (guarda caso di Sonic Boom); o a Roy Montgomery, il giro Kranky…Nomi a caso tra i tantissimi che potremmo citare. Quelle commistioni di cui sopra, però, ritornano tangibilmente anche coi Pyramids. Non solo come influenza. Come parte integrante. Nel secondo cd dell’omonimo esordio, infatti, a remixare le musiche del quartetto texano sono tra i tanti – Blut Aus Nord, Birchville Cat Motel, ecc. – proprio Plotkin e Jesu.

I Pyramids sono elusivi al limite del masochismo, circondati da un alone di mistero quasi impenetrabile, evanescenti a tal punto da apparire in dissolvenza anche nelle immagini promozionali. E la stessa pulviscolare attrattiva esercita la musica dei 4 capace di suonare come “a Radiohead album being disemboweled”, in continua oscillazione tra detriti shoegaze, alambicchi dreamy, progressioni ambient-drone e (post?) post-rock non banale. Una vera colonna sonora per i sogni, siano essi suadenti o ripugnanti. Gli Slowdive, tanto per fare uno dei tanti nomi citati, ci mostrarono la celestialità dei primi. I Pyramids ora ci mostrano insieme anche i secondi. (SP)

Avvicinamenti

In conclusione abbiamo capito che stiamo cercando qualcosa, che mette in mezzo di tutto ma se ne distacca. Abbiamo capito ascoltando i Fuck Buttons che non è la provenienza a essere importante, né le asserzioni perentorie che un suono sentito mille volte – non strabiliante per originalità, subito efficace, non rivoluzionario come potevano essere i primi vagiti di feedback dello shoegaze – inevitabilmente non può fare. Anche digital shoegaze è una lettura provvisoria che copre bene alcune realtà ma suona come tassello che compone, insieme al neo-psych di cui abbiamo parlato il mese scorso, un quadro più ampio. La via digitale allo shoegaze di Televise e il Giano bifronte dei Pyramids, stanno lì a ricordarcelo. Possiamo dire che l’invariante in questo mondo bello e vario è la nonchalance con cui alcuni gruppi di oggi si rivolgono a diversi livelli di passato e rimescolano senza risultare con buon margine di definizione derivativi. La complessità delle strutture, l’ostentazione dell’intelligenza che spesso si è accompagnata all’ordinatissimo citazionismo di chi voler sentire come padre è atteggiamento in questo ambito non più pertinente. Certo ci sono differenze, che sono, in definitiva, di identità, anche biografica – come abbiamo visto nei Pyramids. Ma certo ciò che conta sono gli effetti; e – cosa che non stupisce più nessuno col senno di poi, ma a cui si perviene in modo sempre poco immediato – ciò che unisce tanti gruppi del Duemila è un ritorno al risultato psichedelico, indiretto, non dizionariale, ma effettivo. A prescindere, come diceva Totò. Ci torneremo; senza desiderio di mettere un nuovo punto, ma per alimentare un ragionamento con il quale ci stiamo disabituando a voler chiudere le porte. (GC)