Il 2012 di SENTIREASCOLTARE

Fare i consuntivi di fine stagione è come tirare le somme di un’esistenza: sempre difficile, se non impossibile. Specialmente quando ci si ritrova a trafficare con qualcosa di altamente umorale e soggettivo come le temutissime classifiche di fine anno. Meno difficile, e più costruttivo, cercare allora alcune traiettorie e percorsi sonici sopra e sotto la crisi del mercato della musica, un luogo dove ci si ostina a investire i (pochi) risparmi privati e dove si fanno sempre meno introiti (vecchie rendite e iTunes esclusi).

Complessivamente, anche per ciò che riguarda dinamiche interne alla nostra testata, l’anno appena trascorso ha segnato un’inedita polarizzazione verso ritmi ed elettronica in generale. Il successo, anche commerciale, dei festival italiani e internazionali dedicati sta lì a dimostrarlo, il caso BLOC emblematico per il pubblico che avrebbe potuto avere; ma non è solo una mera questione addizionale, è proprio l’interesse e l’attenzione complessiva di chi scrive, di chi legge oltre che di chi ascolta a spostarsi progressivamente in questa macro direzione.

Gli steccati tra gli ambiti prettamente dance e quelli più tradizionalmente d’ascolto sono ancora delineabili, ma è innegabile che tutte le drum machine, i sintetizzatori, la metabolizzazione decennale del vintagismo 8 bit e non ultimo la portata degli ultimi lavori di Radiohead e Thom Yorke (anche con gli Atoms For Peace, di cui è uscito il singolo a settembre) abbiano permesso una familiarizzazione inedita con l’estetica delle macchine a tutti i livelli, indie (gli show de Lo Stato Sociale, Grimes, Purity Ring, Passion Pit e compagnia Pitchfork addicted) e oltre. Un’ideale apertura verso un mondo elettronico dove la dance è ibridata con l’ascolto (e l’ascolto a casa non è più così strano, vedi Andy Stott e tutta la dubstep contaminata con la techno) e l’hip hop non è più tappezzeria stellestrisce, o corollario MTV, ma un sound fascinosamente hip. Tutto questo anche grazie a dischi potentissimi come quello di Frank Ocean, il Marvin Gaye della situazione – forse il disco del 2012 per antonomasia -, di talenti come Kendrick Lamar e di piccoli casi – a lato – come How To Dress Well.

Del resto, sarebbe ingenuo dare per implicita l’ennesima manfrina su “il rock è morto” di ottantiana memoria e idem dicasi per il folk, che nella sua variante dark sta continuando a dare belle soddisfazioni. Le chitarre non demordono, in Italia specialmente – e il casus belli del Teatro degli Orrori è lì a dimostrarlo – e se il revival 90 è un segnale ad oggi ancora debole, il messaggio della decade contaminata per antonomasia è senz’altro arrivato (a proposito Prodigy ristampati, Chemical Brothers nominati, Orbital ritornati). Probabilmente sarà l’inizio di un’ondata simile a quella che si scaldò nel 2002 con il post-punk, con la grossa differenza che in questi mesi abbiamo avuto dozzine di emuli (alcuni molto buoni: Pop1280), ma nessun nome di peso a marcare il passo. Niente nuovi Interpol, per intenderci (di cui peraltro abbiamo recensito la recente ristampa per il decennale) anche se, senz’altro, il debutto degli Alt-J (intervistati lo scorso settembre) merita senz’altro il Mercury Prize.

Fuor di nicchia jingle jangle, e l’onda lunga del revival 60s di Thee Oh Sees, saranno senz’altro ritorni come quello degli Swans (album sunto di carriera per Gira ad agosto) che sapranno dare la stura alle nuove leve, o perlomeno ce lo auguriamo. Leggiamo come segnali in tal senso l’inedito interesse trasversale nel metal – soprattutto estremo – con il successo dei Converge, l’appesantimento del sound della stessa band di Gira e la scelta del Primavera Sound di ospitare, per la prima volta, band di quest’area.

Come non dimentichiamo che l’underground più indefesso e le sue roccaforti (ad esempio, l’ottimo festival Transmissions) stanno continuando l’esplorazione di esoterismi e messianesimo tutt’altro che trascurabili (La Piramide di Sangue, Om, How Much Wood…, FulkAnelli), sull’onda lunga di un filone pre- o post-apocalisse fatto di timori, dubbi, oscurità. Una sorta di paura millenarista che si fa sunto di tendenze già tracciabili lungo tutto il decennio scorso, vedi la rinascita del kraut meno ortodosso, la psichedelia più scura e occultista, il tribalismo più selvaggio e primitivista.

Megaupload oscurato e altre storie

Tutto iniziò da qui. Oppure finì. Staremo a vedere. Ma sono successe altre cose, oltre l’oscuramento di Megaupload. Magari non sarà l’anno zero della musica sul web, come sostiene il sempre lucido Luca Castelli sul Mucchio Selvaggio di dicembre, ma in questo 2012 non sono mancati molti segnali che messi in prospettiva prefigurano, se non una svolta, una rotta piuttosto chiara. Se il turning-point individuato da Castelli è l’accordo per la distribuzione del milionario repertorio targato AC/DC attraverso il già fornitissimo catalogo di iTunes (gli australiani erano l’ultima band top-seller rimasta fuori dalla corte della mela morsicata dopo lo storico ok dei Beatles a fine 2010) forse meno clamorosa ma altrettanto importante sembra la notizia dell’acquisizione di Audiogalaxy da parte di Dropbox. Le due circostanze, apparentemente scollegate, potrebbero essere in realtà altrettante tappe dello stesso percorso che ci condurrà all’imminente invasione dei servizi di streaming musicale on-demand, del resto già operativi ed apprezzati soprattutto fuori dal Belpaese. Vedi i vari Spotify, Rhapsody, Pandora, Grooveshark, Deezer…

Anche Dropbox, quindi, si starebbe preparando ad ampliare la gamma dei servizi in tal senso, e visto il successo ottenuto come piattaforma di cloud storage (ha recentemente annunciato di aver raggiunto i 100 milioni di utenti, numero addirittura quadruplo rispetto a quelli dell’aprile 2011) potrebbe entrare sulla scena da protagonista. Si prefigura quindi un quadro nel quale giganti come iTunes appunto, la rivale per antonomasia Google (col servizio Google Music) e persino Sony con Xbox Music tenteranno di accaparrarsi le fette più grosse della torta, mentre pesci relativamente più piccoli e agili (ma l’assioma piccolo=agile resta attendibile in ambito internet?) comporranno il fronte delle offerte alternative. Sarà una guerra dove l’ampiezza del catalogo e la versatilità delle interfaccia (con particolare riguardo per le app dei dispositivi portatili) rappresenteranno le armi decisive: non occorrono particolari capacità divinatorie per prevedere nei prossimi mesi bombardamenti incrociati a forza di nuove release. Al centro di tutto, sorta di convitato di pietra che al momento si preferisce ignorare, resta l’enigma del riscontro commerciale, la capacità di generare utili messa in dubbio da un recente rapporto riguardante Spotify.

Sembra proprio, insomma, che il far west in cui ha prosperato la pratica del download selvaggio (illegale?) abbia i mesi contati, tutto questo in attesa che i cosiddetti “pirati” si riorganizzino in nuove forme, vedi appunto il progetto Mega – successore di Megaupload sotto altre, più potabili vesti? – di Kit Dotcom, ma l’impressione è che per la prima volta si siano messi a rincorrere. In attesa di capire se una nuvola salverà la musica (o almeno chi con la musica si guadagna da vivere), la vicenda relativa alla S.I.A.E. sembra davvero la cronaca da un passato che si ostina a vivacchiare sulle macerie di se stesso, caso emblematico di malagestione italiana inserito in uno scenario internazionale piuttosto fluido e abbastanza teso riguardo proprio l’adeguamento della legislazione vigente in merito al diritto d’autore e diritti connessi.

Tenetevi aggrappati ai vostri cd, ai vinili, alle chiavette piene di mp3: ogni nuova notizia d’ora in avanti potrebbe farli diventare più vecchi d’un fossile di Sciurumimus albersdoerferi.

Polemiche da due deca: tra Teatro degli Orrori, web 2.0, indie e revival 883, viene fuori l’Italia migliore

E se buona parte di quello che è accaduto quest’anno in ambito italiano fosse in qualche maniera parte integrante di un cambiamento globale negli equilibri tra ascoltatori, artisti e addetti ai lavori? Inizia tutto a febbraio con la nostra intervista a Il Teatro degli Orrori. Chi ci accusa di averla sfruttuata per capitalizzare seguito e contatti, non conosce tutta la vicenda né le conseguenze che la scelta di pubblicare l’articolo ha portato. In quell’intervista Capovilla e Favero rispondono indispettiti, forse dal tono dell’intervista (sempre nei limiti della buona educazione, comunque) o magari dalla critica non proprio positiva al loro Il nuovo mondo. Qualche giorno dopo Bugo replica sul suo profilo Twitter – con l’hashtag #esercitodibugo – a tutte le recensioni negative ricevute da Nuovi rimendi per la miopia, passando poi in rassegna quelle positive ed elogiandole per gli argomenti più convincenti. Di lì a poco il Piotta polemizza con quelli di Rockit, rei, a suo avviso, di aver diffuso senza autorizzazione una versione non definitiva della copertina e della tracklist del suo nuovo disco Odio gli indifferenti, oltre che di aver recensito la title-track dell’album senza essere in possesso delle informazioni corrette. Tre eventi che parlano sia di una comunicazione sui new media potenzialmente sempre a rischio inesattezze, sia di un’inedita (affabulatoria e dialettica) relazione tra musicista, giornalista e ascoltatore. La stessa spirale che porta Capovilla a mollare i social network (ad aprile) e i Lo stato sociale di Turisti della democrazia a passare da quattromila a quasi ventimila iscritti alla pagina ufficiale di Facebook in dieci mesi.

Il “buzz” internettiano ha un peso non indifferente nel decretare il successo (o il fallimento) di un’iniziativa. Emblematico il caso della compilation Con due deca promossa dal portale Rockit, casus belli già sulla carta visti i protagonisti di ieri e gli epigoni di oggi, oltre che specchio di un certo disimpegno agrodolce che anima il sottobosco indie italico diventando quasi uno stile di vita. Un universo autoreferenziale con i suoi codici e le sue abitudini che abbiamo cercato di tratteggiare nell’articolo dedicato a Lo stato sociale uscito a febbraio. In questo contesto si cala anche Colapesce, perfetto catalizzatore delle solitudini amorose dei ventenni o giù di lì e già solido songwriter adatto anche alle platee istituzionali, come dimostra la Targa Tenco per il miglior esordio dell’anno vinta dal suo Un meraviglioso declino.

Un 2012 decisamente “hypato” ma anche di riconferme solide. Tra le tante, Afterhours (intervistati a maggio), Offlaga Disco Pax, Diaframma (intervista a gennaio), assieme a Edda, Alessandro Fiori, Santo Barbaro, Manzoni, Sacri Cuori, Mimes Of Wine, Xabier Iriondo.

Lana e Grimes: ribaltamento tra shock e integrità, indie e mainstream

Due i volti femminili che si sono imposti durante l’anno, ognuno in modi e ambiti differenti: il fenomeno commerciale Lana Del Rey, capace di superare in visibilità vere macchine da guerra dell’hype come Madonna e Justin Bieber, e la trendmaker Grimes, dalla rilevanza diversa eppur paragonabile in un ambito più strettamente indie, dove a contare sono gli impatti delle intuizioni espresse. Le abbiamo seguite in news (Claire Boucher l’abbiamo anche intervistata) e recensioni, ve ne abbiamo raccontato i successi, mentre ognuna di loro si guadagnava lo scettro di personaggio dell’anno nei rispettivi contesti. Due ambiti che, in qualche modo, sembrano essersi ribaltati: se fino a qualche tempo fa la maggioranza delle indie girls era fedele ad un look vintage/sobrio e le popstar facevano la gara a chi era più eccentrica (in ottica marketing), ora abbiamo invece un ritorno al classico sul versante iper-mainstream e ragazze con il passaporto indie stravaganti e fuori dagli schemi.

Un mainstream che ha visto, tra le altre cose, Adele trionfare – nuovamente e in agilità –  tra gli album più venduti dell’anno (il suo 21 negli ultimi dodici mesi ha registrato altre 9 milioni di copie), Taylor Swift ampliare ulteriormente la sua fanbase, Gotye dominare il reparto singoli, Emeli Sandé vincere su tutti nell’Inghilterra del nuovo cantastorie retrò Jake Bugg e soprattutto i Mumford & Sons diventare il gruppo pop-rock di maggior successo a livello mondiale, con buona pace per gli stadium-zarrocker Green Day, The Killers e Muse (a cui va comunque il credito dell’unica speculazione brostep “riuscita”) e per i residuati anni ’90, ormai scarti dati in pasto al solo mercato italiano (Skunk Anansie, Cranberries, Alanis Morissette, No Doubt e Garbage). Un boom che guarda al passato testimoniato sia dai recenti successi di Kasabian e The Black Keys, sia dall’enorme airplay radiofonico di acts come Of Monsters And Men e The Lumineers, nonché dagli stessi Grammy Awards che hanno accolto timidamente il “cambio di pelle” di Rihanna e falciato i vari Justin Bieber, Madonna, Lady Gaga e Nicki Minaj, preferendo il quartetto Jack White, Bruce Springsteen, Dan Auerbach (The Black Keys) e Ted Dwane (appunto Mumford & Sons) che ben riassume questa rinnovata voglia di tradizione.

Resiste e sembra non passare mai di moda – senza però competere a livelli di fama assoluti – l’incontro tra voci femminili, synth e gusto pop: dai Chromatics ai Beach House passando per Bat For Lashes e St. Etienne (da noi intervistati) il revivalismo ’80-’90 continua a mietere vittime. Mentre Billy Corgan (con i suoi Smashing Pumpkins) sarà ricordato quest’anno più per la ristampa di Mellon Collie che per il suo ultimo album.

Il lato più lo-fi del filone retrologico/hauntologico trova la sua sintesi più compiuta nei due lavori di Ariel Pink (sempre su 4AD) e di Dean Blunt & Inga Copeland (stranamente, ma non troppo, accasati su Hyperdub).

I tristi adii

Il 2012 è stato uno degli anni più tristi per quanto riguarda i lutti musicali. La morte di Lucio Dalla resta forse quella che ha più colpito l’Italia musicale, mentre fuori confine hanno rintristito soprattutto le scomparse di Whitney Houston, MCA dei Beastie Boys e Donna Summer. La lista però è lunga e ha compreso, tra gli altri, Mike Kelley, Christopher Reimer dei Women, Jim Marshall, Bob Welch, Michael Davis degli MC5, Davy Jones dei Monkees, Lol Coxhill, Jason Noble, Terry Callier, Lilli Greco, un giovanissimo Austin Peralta, Dave Brubeck, Ed Cassidy.

La nostra più sentita commemorazione è arrivata quest’estate. Quando a maggio scomparve Donna Summer, il pensiero di quel che rappresentava per la storia della dance ci ha spinto a ripercorrere il meglio dei contributi femminili in quarant’anni di musica da club. Ne è venuto fuori uno degli approfondimenti più impegnativi di tutto l’anno: lo abbiamo intitolato Love To Hear You Baby.

La terra trema

“Anno bisesto, anno funesto” dice il proverbio. Superstizioni e scaramanzie a parte, il 2012 sarà ricordato purtroppo anche come l’anno del terremoto nella bassa padana e delle tante conseguenti iniziative di beneficenza per le popolazioni colpite. Accodandoci all’iniziativa live Abbassa – di cui trovate tutte le info qui e qui – abbiamo realizzato la compilation Heart Quake, che comprende ben 30 artisti provenienti dalle zone compite (e non) e i cui proventi sono stati direzionati verso l’associazione culturale MUMBLE: di Camposanto, già attiva sul territorio per raccogliere fondi con cui aiutare nella ricostruzione scuole e circoli culturali. Trovate qui tutti i dettagli della compilation, lo streaming e i link per l’acquisto. Per non dimenticare.

Elettronica, black e dintorni

Inutile girarci attorno. L’elettronica è il nuovo rock. E dubstep (adulterato e non, d’ascolto e da (s)ballo) e hip hop (punta dell’iceberg black all’insegna di una ritrovata fortissima vena soul) sono i suoi profeti. Due fotografie d’autore: l’ispiratissimo veterano Photek – lo abbiamo intervistato a maggio – storicizza una volta e per tutte il dubstep tornando a proporre le proprie visioni, con un’intensissima estatica sintesi del continuum che dal pre- (leggi drum and bass, 2-step e radici tech-house) arriva dritto al post- (take spacey, scenari ambient, concretismi glitch, reminiscenze techno); Flying Lotus, che dall’hip hop (leggi Stones Throw e J Dilla) è partito e all’hip hop è tornato (come Captain Murphy), si allontana sempre più dal wonky e farcisce di soul una raffinata impeccabile downtempo, che ormai Wikipedia tagga direttamente come electronic jazz.

Le frange avant tra i producer si dividono tra coming back techno (tra riscoperta della tradizione e ricerca di possibili nuove vie; ricordiamo particolarmente il tribalismo liquido e ipnotico dei Voices from the Lake, il minimalismo soft e ambientale di Deepchord, l’anabasi IDM come eravamo di Nathan Fake e la tensione purista dell’ultimo Uxo) e sperimentazioni di base dark ambient (esoterismi, field recordings, voci fantasmatiche, richiami industrial, atmosfere Blair Witch Project; vedere cose diversissime come Demdike Stare, il catalogo TriAngle, Andy Stott, Holly Herndon, Raime, a suo modo anche la club hauntology di Actress e Burial).

La nowness è tutta coagulata attorno a footwork (e juke e bounce, vedere Traxman e Addison Groove) e massimalismo post-Rustie (trap incluso, ennesime correnti interne al wonky; vedere TNGHT e Eprom, ma anche un James Ferraro che ne conferma lo status di lingua di koiné).

E’ letteralmente frenetico e felicemente produttivo lo scambio di risorse e atteggiamenti tra mondi e modi pop, indie, street e dance. Un nome importante in tal senso per il 2013 è già qui, quello del giovane produttore australiano Flume, disco di debutto lanciato in streaming a novembre e in pubblicazione fisica a febbraio 2013, da segnare alla voce bignami now pop. Intanto, Pitchfork piazza 9.5 – ma solo per rispetto al 10 tondo dato a Kanye West due anni fa – al nu-r’n’b di Frank Ocean (dalla cricca Odd Future); TheWeeknd, col suo soul ineffabile e morboso, sbarca e sbanca su Universal raccogliendo quanto seminato nel biennio 2011-2012; i Muse realizzano il loro album – strombazzato come – dubstep (seguendo a ruota Britney Spears, Korn e Madonna, e seguiti a ruota dai Cypress Hill), e al dubstep – in chiave ubermelodica, videogame e post-Skrillex (vedere il suo exploit sbancatutto ai Grammy, coronamento di un percorso di sdoganamento e poppizzazione del genere in chiave drop/brostep cominciato almeno due anni fa) – si affida anche la Nokia per la sua suoneria ufficiale (peraltro firmata da un ragazzo italiano).

In ambito squisitamente hip hop, emerge il talento cristallino di Kendrick Lamar: il suo è un disco generoso, tutto immerso nei fermenti now eppure capace di suonare già classico, giustamente accolto con consenso trasversale tanto dal pubblico indie che dai bboyz.

Altri dischi importanti tra elettroniche e ritmi che ci piace ricordare: la deep di Amirali, l’easy listening di John Talabot, la minimal di Alex Under, la cosmic disco di Lindstrøm e il suono UK analizzato e ricomposto da Distal, Brackles e Phon.o. Da tenere d’occhio, sempre sul fronte evoluzioni now dell’hardcore continuum: la Deep Medi, la Hessle Audio, la Keysound (vedere il doppio esagerato degli LHF e il controverso Dusk + Blackdown). Due giovanissimi osservati speciali per il 2013: Evian Christ e il nostro Furtherset.

Qui la nostra recensione di quello che, stando alle poll di tanti magazine internazionali, e non solo, è uno dei dischi chiave dell’anno: Channel Orange. Con dentro tutto quel che serve sapere su Frank Ocean musicista e personaggio. E qui la nostra monografia scanzonata del fenomeno mediatico Skrillex, tra gli articoli più amati dell’anno, imprescindibile in questa rassegna.

Un anno di concerti: le tournée, la questione festival e il proliferare dei club

A guardare indietro il grande cartellone live di quest’anno, viene un po’ di mal di mare. Perché, forse complice la costante flessione di un mercato che ripone nei concerti la sua fonte di guadagno e sopravvivenza, il paesaggio dei palcoscenici italiani e non solo è sempre più ampio e variegato, sempre più difficoltoso diventa anche tracciarne le linee, le correnti, mettere in ordine le idee.

Di sicuro è stata degna di nota la tendenza del 2012 a riportare in campo band più o meno defunte, cronologicamente (Blur, Refused, Spiritualized) o anche discograficamente (Beach Boys, The Cure, Black Sabbath). Una prassi – che analizzeremo anche in seguito – che possiamo già confermare tra i must anche del 2013, basti vedere il programma di Lucca Summer Festival.

Ci sono stati però anche i grandi one band event legati ai nomi più attuali, uno su tutti il tour dei Radiohead che (nonostante una lunga agonia tra cambi di date e location) ha convogliato l’attenzione di gran parte dei nostri lettori. E poi ancora Flaming Lips, Bon Iver, il doppio passaggio dei Wilco (solo per citarne alcuni) e il live dei Sigur Rós.

Appena un anno fa (o poco più) non si faceva altro che parlare dello stato di crisi dei festival, in Italia e all’estero. Forse, verrebbe da dire ora, lo stato di crisi era quello di un certo tipo di evento. Perché anche senza tirare in ballo i grandi contenitori come San Miguel Primavera Sound / Optimus Primavera Sound o Pitchfork Music Festival – ché fuori dallo stivale l’erba è sempre più verde – esperienze nostrane come Ypsigrock, A Perfect Day (ecco tornare fuori gli islandesi), A Night Like This, Transmission e soprattutto roBOt 5 e Club To Club hanno insegnato che la formula del festival può ancora funzionare, se presta attenzione ai propri utenti e alle scelte artistiche che opera.

Anche in apertura accennavamo alla crescita avuta dalla musica elettronica, testimoniata anche dalla fame di live di quel pubblico che ha fatto la fortuna di roBOt e Club To Club: due kermesse che hanno avuto un’aumento costante negli anni e hanno raggiunto l’apice proprio nella loro ultima edizione (come abbiamo testimoniato nel nostro esaustivo report). Una fortuna – per modo di dire – che non ha toccato invece il britannico Bloc, imploso su se stesso e divorato dal suo stesso hype.

Però riguardare dodici mesi tutti assieme, semplificarli in una serie di grandi nomi e di festival è quasi troppo facile, perché si esclude la miriade di club, locali e localini, associazioni che fanno il “lavoro sporco”: portarci sotto casa ogni fine settimana la band del momento, a volte azzeccandoci anche. Pensiamo a Bronson, Circolo degli Artisti, Covo, Hana Bi, Hiroshima Mon Amour, Locomotiv, Magnolia.

Tutto il meglio dei live presi in giro per la penisola in questo lungo 2012 lo trovate, parole ed immagini, in questo nostro Best Of Live.

L’anno dei dinosauri viventi

Il 2012 è stato, tra le altre cose, l’anno dei dinosauri viventi. Pur con tutto l’affetto e persino l’amore smodato che nutriamo per le Patti Smith, i Neil Young, Scott Walker e i più giovani – ma ormai anch’essi senatori – Bob Mould, Dexys e J Mascis, non ci saremmo realisticamente attesi album tanto ispirati. In alcuni casi “solo” ben oltre il livello minimo della dignità (Banga della Smith), altrove mossi dall’intensità delle ossessioni migliori (il pasticcone psichedelico di Young, la verve rinnovata dei Dinosaurs Jr), talora persino in grado di scuotere il ventaglio degli ascolti contemporanei come una ventata selvaggia e visionaria (il rigurgito hardcore adulto di Mould e il carosello lancinante di Walker, o lo spettacolare musical soul dei redivivi Dexys). Degne di rilievo anche le prove di due avanguardisti della prima ora come John Cale e Brian Eno, mentre tantissimi consensi ha ottenuto il redivivo Bill Fay.

Tra i fossili che credevamo più fossilizzati, sono tornati tra noi anche i Beach Boys, che hanno celebrato il mezzo secolo di carriera con qualche barlume dell’antico genio wylsoniano. Ma non possiamo certo tacere del più dinosauro di tutti, quel Dylan che con Tempest ha proseguito nel solco old-style prediligendo l’esercizio seriale di (grande) mestiere all’inventiva, ricavandone una formula poetica che col tempo potrebbe meritare ulteriore approfondimento. Certo, come è ovvio si sono registrate anche prove che potremmo eufemisticamente definire controverse, vedi il ritorno nevrastenico e sgangherato dei P.I.L. oppure lo Springsteen che tenta blande ibridazioni moderniste. Ma nel complesso questi trapassati del rock ci hanno piacevolmente stupiti. Non hanno calcato l’effetto-evento, sedendosi sugli allori di una vendibilità garantita a prescindere: se ne sono usciti con album veri. Probabile che si tratti di un casuale incrocio di circostanze favorevoli. Ma il caso, si sa, conosce ragioni che la ragione stenta a riconoscere.

Escludendo l’influenza di fantomatiche congiunzioni astrali, potremmo ipotizzare che le ondate cicloniche di revival e la polverizzazione/ibridazione dei riferimenti stilistici abbiano preparato il campo al ritorno in grande stile del rockettaro stagionato come esponente di una forma espressiva ben caratterizzata, riconoscibile, portatrice di un messaggio forte e persistente, ben oltre l’ambito semantico di una voce nella playlist del nostro lettore mp3. Finché li sosterrà la voglia e l’energia, evitando di cadere in un malinconico macchiettismo senile, saranno sempre i benvenuti.

Le chitarre e il ritorno dei Novanta

Il vecchio che ritorna e prorompe nell’attualità, innanzitutto, con segnalazione d’obbligo per gruppi storici al rientro in pista dopo uno iato abbastanza lungo, limitrofo allo scioglimento – parliamo ovviamente di Swans e Godspeed You! Black Emperor – o gente che mai aveva abbandonato la scena ma vi ritorna prepotentemente con watt, sudore e ottimi album, come nel caso degli americani Unsane e Converge. Gente finita un po’ ovunque in classifica e segno del vecchio che non passa (quasi) mai di moda (vedi alla voce, la mezza delusione dell’ultimo Dead Can Dance).

Suggellata dalle imprescindibili ristampe e dall’annuncio del ritorno discografico dei My Bloody Valentine, la seconda traiettoria individuabile in questo 2012 è l’onda di ritorno dei 90s, che non ha mancato di far notare i suoi frutti sotto varie ed eterogenee forme: shoegaze e dream pop essenzialmente quasi che le insicurezze dell’oggi e la fuga nel paradiso dello stato onirico siano tornati d’attualità, ma forme sonore melodiche twee o jangle-pop (pensiamo al compleanno della neozelandese Flying Nun e ai tanti gruppi che dalla sua estetica sono stati influenzati) o scazzatamente indie alla Pavement (DIIV, Teen and so on) che ci fanno pensare che un certo “revival” sottotraccia sia già in atto, pur senza esplosioni mediatiche.

I 90s sono tornati però anche in forme più dure, se non estreme, riprendendo la lezione delle spie al rosso dei Dinosaur Jr così come quella delle depravate band che alimentavano incendiari cataloghi come quello della mitica AmRep: un paio di nomi targati Sacred Bones o per una rinata Sub Pop come Pop.1280, The Men e Metz, per non parlare di A Place To Bury Strangers, Buildings e Cloud Nothing o dei nostri Pharm e Three Second Kiss ci dicono che un certo rock violento, ibrido, incompromissorio, paranoico e chitarristico nato nei 90s è ancora di strettissima attualità.

Nello stesso modo lo è il garage sixties oriented e soffusamente psych, come quello che ha in lungo e in largo maramaldeggiato nel 2012 grazie agli instancabili Thee Oh Sees e Ty Segall, così come per merito degli alfieri Sic Alps o The Intelligence. Roba già nota questa del revival garage 60s che ha un suo epicentro ben identificabile in San Francisco, ma che non accenna a placarsi. Buon per noi, viene da dire.

In ambiti “altri” da segnalare la sorprendente infatuazione delle band italiane per il terzomondismo noisy made in “Sud del mondo”, pronte cioè a rielaborare secondo forme disturbanti e rumorose le influenze provenienti da Africa, sud America e medio Oriente: vedi alla voce La Piramide Di Sangue, Mombu e relativa versione heavy Spaccamombu, Ninos Du Brasil e gli ultimi – ma non per questo meno interessanti – In Zaire e Al Doum & The Faryds. Infine, sempre all’interno dei patrii confini, impossibile non citare il lotto dei più estremi: The Secret, Ufomammut, Lento, tanto per far dei nomi, non sono che alcuni dei campioni del “metal da esportazione” che un ritrovato sottobosco italiano – da tenere sott’occhio i triestini Grime e Ooze ma anche i torinesi Tons e la ormai certezza Bologna Violenta – ci sta fornendo con una certa regolarità.

Traiettorie oscure e dimensioni di ricerca

Una certezza, innanzitutto. Il 2012 ci ha regalato la crescita esponenziale di una via italiana all’ambient-e-qualcosa che si fa man mano scena coesa pur nelle oggettive caratteristiche: ai padrini Gianluca Becuzzi, Fabio Orsi e Simon Balestrazzi – tutti tornati in ottima forma durante l’anno appena trascorso con, spesso, più di un disco e più di un progetto – si affianca una torma di giovani discepoli con le idee ben chiare, tra cui da segnalare sono Attilio Novellino, Alberto Boccardi, Giovanni Lami col progetto Terrapin, un Luca Sigurtà ormai certezza e un Giulio Aldinucci che proprio “nuovo” non è, visti i trascorsi come Obsil, ma che si mostra per la prima volta con nome e cognome, o gli outsider Fauve! Gegen A Rhino e Walking Mountains.

Il 2012 è però soprattutto stato l’anno del centenario della nascita di John Cage occorso per la precisione il 5 settembre alle 17 ore californiane. Occasione festeggiata ed omaggiata ovunque e in mille forme diverse, da mostre ed esposizioni, festival, pubblicazioni, performance e ovviamente esecuzioni delle sue composizioni. C’è stato anche un gruppo facebook che, all’interno di un progetto grafico e curatoriale, pubblicava una massima al giorno del massimo (?) intellettuale del ventesimo secolo. Cage e le sue composizioni per pianoforte erano inoltre al centro della performance Nowhere di Marino Formenti, che di tacche dell’asticella ne ha alzate parecchie, restando, almeno finora, l’esperienza musicale più convincente dell’anno appena trascorso. Cage ci porta a parlare dell’elettroacustica e dell’impro elettroacustica, nel 2012 sempre più in salute soprattutto in Italia, come dimostrato dalla splendida uscita di Maggiore e Brasini, o, fuori dai confini nazionali, da Imikuzushi, output della triade Keiji Haino, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, e da molti altri dischi. Curioso, per essere il primo anno del dopo-Netmage, festival-manifesto nostrano della scena.

Accanto a questi filoni, interessante anche lo sviluppo della (non)scena, sempre italiana, di band accomunate da atmosfere nere, esoterismo e ricerca estrema, ma soprattutto ascrivibili a quel carsico gusto apocalittico che caratterizza le musiche estreme del nuovo millennio. Father Murphy su tutti. A ruota, progetti dai nomi sempre più complessi e meno intelligibili come How Much Wood…, Hermetic Brotherhood Of Lux-Or, Architeutis Rex, (etre).

Per il dopo apocalisse troviamo invece il duo romano Heroin In Tahiti ma anche le ottime prove di Raime, Demdike Stare e Vatican Shadow. Il nero trionfa su tutto e le insicurezze, le paure, i timori (millenaristi e non, catastrofisti e non) sembrano segnare molto più di qualsiasi referente musicale l’anno in corso e il decennio da poco passato.

Folk: tra avanguardie, dark e tradizione, sempre più tinto di rosa

A guardare le classifiche di fine anno verrebbe da dire che il 2012 è stato un anno in cui è mancato il versante folk, perché non ci sono i numeri e l’hype, per dire, di un Fleet Foxes. Eppure, sebbene sia mancato l’acuto, troviamo numerosi album che confermano i segnali di un folk ancora vivo a cominciare da un disco Costellation forse troppo sottovalutato, Devastates, in cui gli Elfin Saddle continuano un percorso tra occidente e oriente contaminato avant. Contaminazioni avant e intellettuali che caratterizzano anche Hanne Hukkelberg e la sua musica, che in Featherbrain si coagula attorno a due poli apparentemente contrapposti come il mondo arty e quello pre-war. Fiona Apple sforna la sua miglior prova, e forse la miglior prova in quest’ambito, che la pone definitivamente tra coloro che da promessa sono diventati artisti maturi e profondi. Nell’ambito del traditional più ortodosso, Josephine Foster si conferma un’artista di qualità: sempre assieme al compagno Victor Herrero ha sfornato un disco in spagnolo (Perlas) e uno in inglese (Blood Rushing).

Il 2012 ha poi visto concentrarsi, come raramente negli ultimi anni, lo sguardo sulla Scozia, fonte forse di tutte le tradizioni in questo filone. Alasdair Roberts ha messo lo scozzese di Mairi Morrison al centro di un progetto musicale fortemente voluto dal Centre for Contemporary Arts di Glasgow e sta per tornare con un nuovo disco che potrebbe essere quello della definitiva maturità. Dalla Scozia vengono anche i Trembling Bells che nel loro The Marble Downs hanno ospitato Bonnie Prince Billy, quasi che dal Kentuky non si possa che guardare alle Highlands.

Sul fronte del folk più cinematico e da “cieli aperti” non si può dimenticare il ritorno dei Giant Sands e dei Calexico (quest’ultimi, a dire il vero, meglio dal vivo che su disco in questi dodici mesi) oltre che dei Ronin e dell’ottimo Rosario di Sacri Cuori.

Per il filone dark ottimi segnali dai solisti neurosiani come Steve Von Till e Scott Kelly, senza dimenticare il più che valido Burning Daylight di King Dude. E se aggiungiamo anche Anais Mitchell e Holly Golightly con due dischi stilisticamente impeccatbili (folk classico e garage-country) l’area folk/country del 2012 non si può certo dire insoddisfacente.

Pop d’autore tra crooning e vecchie volpi

Il crooning è la roccaforte più solida del pop. Lo confermano la fotosintesi scottwalkeriana ma anche prove più tradizionali come quelle del tedesco Get Well Soon, degli americani Mountain Goats e degli immarcescibili Tindersticks. Newman’s Open Choir di Catch Bees (al secolo Philip Waggoner) dona nuova linfa al chamber pop e, nondimeno, Rufus Wainwright che lontano dalle dolenti ballate e vicino al cantautorato classico (Elton John, Billy Joel) dà una bella conferma con Out Of The Game. Dal Belgio sono giunti alla seconda prova dei Balthazar (Rats) e il raffinato crossover pop-jazz dell’Erik Truffaz Quartet di El Tiempo de la Revolucion – con un’ospite d’eccezione, Anna Aaron, forte di un bel debut album (Dogs In Spirit) pubblicato l’anno scorso. Sul versante francese teniamo d’occhio naturalmente Rover che a raccolto consensi un po’ ovunque, mentre su quello scandinavo citiamo volentieri il sorprendente ritorno degli Efterklang, il cui sound rinnovato – figlio anche dei lussuosi arrangiamenti degli anni Settanta – tira in ballo i Divine Comedy, Mark Hollis, Peter Gabriel ma anche David Sylvian.

Uk. Sul versante 90s hero, mentre attendiamo il ritorno dei Suede, l’anno che si chiude ci ha consegnato un’insolita prova di Damon Albarn (impegnato anche nel progetto Rocket Juice & The Moon), un solido album di Graham Coxon e un appassionato Tim Burgess con Oh No I Love You, scritto a quattro mani con Kurt Wagner dei Lambchop. Male sul versante reduci 00s, con Killers, Bloc Party e Kaiser Chiefs in evidente affanno. E molto meglio invece per tre gran bei ritorni dagli 80s come quello dei Deacon Blue con The Hipsters, un disco classico pur non risultando affatto fuori tempo, Can’t Go Back di Tanita Tikaram e soprattutto One Day I’m Going To Soar dei Dexys, a ventisette anni di distanza dal precedente Don’t Stand Me Down. Lasciamo perdere il supergruppo di Trevor Horn e Stephen Lipson, i Producers, ma una menzione per i Cult di Choice Of Weapon e i Marillion di Sounds That Can’t Be Made non ce la facciamo mancare, anticipandovi anche che il 2013 ci porterà altri comeback direttamente dalla Scozia come quello di Horse McDonald e quello dell’ex Orange Juice Edwyn Collins, mentre i Love & Money di James Grant – tornati con The Devil’s Debt – riproporranno dal vivo il capolavoro Strange Kind Of Love (prodotto da Gary Katz, già in cabina di regia in molti dischi degli Steely Dan e del gioiello The Nightfly di Donald Fagen).

Tra le nuove promesse del Regno stravincono gli Alt-J, premiati dal pubblico e da un Mercury Prize, gli Heartbreaks ci consegnano un album fresco e divertente, i TOY un promettente esordio tra Ride e My Bloody Valentine sull’onda degli Horrors e S.C.U.M, e i Clock Opera un’affascinante sintesi elettronica con Ways To Forget. Un altro debutto da non dimenticare, direttamente da Edinburgo, è quello degli Django Django, che studiano sui dischi della Beta Band (ma anche di Brian Wilson e dei Fleet Foxes). Bene è andata anche agli Egyptian Hip Hop, con un lavoro dalla lenta combustione, dalle qualità espansive e sorprendentemente coeso.

Il mondo 80s sintetico resiste anche quest’anno non senza una certa sensazione di stanca. Si conferma Twin Shadow con Confess, mentre gli Ice Choir, side project di Kurt Feldman dei Pains Of Being Pure At Heart, si ritirano in una certosina riproposizione dei suoni caratteristici delle soft keyboards d’antan tra Scritti Politti e Tears For Fears. Chairlift e Violens giù per quel sentiero.

Sul versante twee, buona l’ultima prova dello svedese Jens Lekman, I Know What Love Isn’t forte della consueta ricetta a base di Brian Wilson, Morrissey e Sarah Recs, mentre, tra le nuove sensazioni, abbiamo invece gli Alpaca Sports, duo di Göteborg formato da Andreas Jonsson e Amanda Åkerman, che hanno rappresentato la new sensation del caso con una proposta fatta d’incalzanti melodie pastello e liriche gentili. Attendiamo il debutto per il 2013.