The noir lady

Il fatto che ora il nome di Emika sia sulla bocca di tutti, spottato sulle riviste cartacee e pubblicizzato sulle home page dei principali magazine online, non è solo merito del perfetto meccanismo promozionale messo in atto da una label come la Ninja Tune (che a tal riguardo ha pochi rivali, va detto). Il fatto è che l’album di debutto della nuova fiamma dark è arrivato proprio nel momento giusto: in un anno costellato di umori soul che si son spalmati a tappeto su tutti i generi, nel momento in cui la dub music sta scommettendo tutto sull’approccio cantautoriale, un ribollire che già in passato aveva mostrato la sua presenza con sporadiche scosse (basti pensare a Burial come padre spirituale dell’esplosione dub-soul di oggi). Il tappo però è stato definitivamente tolto con James Blake all’inizio dell’anno, portando il messaggio fino in fondo con un album-manifesto di questa nuova fase (chiamiamola post-dubstep o dub-soul, fa lo stesso) che ha staccato coraggiosamente con le proprie radici e ha tracciato la strada per le direzioni a venire (per conferme chiedere a gente come SBTRKT o Jamie Woon).

L’album ve l’avevamo descritto prontamente come una delle tappe più importanti in questa direzione, e fa piacere scoprire direttamente con la sua autrice che ne avevamo centrato in pieno ogni risvolto. L’emozione è il baricentro su cui ruota l’intera faccenda, sbocciato lungo i binari prediletti del momento, quelli del songwriting. A differenza però dei nomi già fatti, Blake e Woon su tutti, il punto di partenza stavolta non è il dubstep: l’oscurità di Emika affonda nelle basi trip-hop di Bristol, la città in cui è artisticamente cresciuta, con un grande debito di riconoscenza verso la freddezza sofferente di Beth Gibbons e i suoi Portishead. The Long Goodbye e Count Backwards parlano chiaro, ci raccontano proprio un’evoluzione sonora che parte dalle melodie vaporose di Dummy per poi sfociare nella maggiore aggressività thrill di Third.

L’oscurità. Il ‘noir‘ mood, un’accezione che Emika ha trovato particolarmente azzeccata. È il suo tratto distintivo rispetto alle altre realtà dub. Pezzi come Professional Loving o Drop The Other ci raccontano un’artista congenitamente oscura, che non cerca in nessun modo di mitigare il suo buio interiore. Nessuna sfumatura ottimista che lasci intendere una via d’uscita dal tunnel, tutti gli strati della composizione viaggiano coerenti verso un buco nero pieno di tragicità esistenziale, uno spazio chiuso con le uscite di sicurezza sigillate. “Siamo qui, adesso, e affronteremo le sofferenze della vita fino in fondo, senza paura di farci male“: questo più o meno l’atteggiamento che emerge dall’album. Perché la vita è un viaggio difficile, e bisogna essere ben attrezzati per arrivare fino in fondo.

E se Bristol è il punto di partenza, Berlino è quello di arrivo. Il passaggio alla capitale della techno è per Emika la scossa che ha fatto maturare la propria solidità compositiva. Frequentare i club berlinesi ha conferito una nuova robustezza al sound, rendendolo più virile e incisivo. Un’influenza che l’album ha voluto mostrare a tratti in maniera esplicita, con brani come 3 Hours o Pretend dalla carica maggiormente dancey. Un po’ il lato deep dell’emozione dark offerta dal disco. Un’attitudine al club che Emika non cerca intenzionalmente, ma che, come spiega nell’intervista, emerge spontaneamente tra le pieghe dei suoi brani, producendo nel pubblico una reazione dance le cui origini rimangono a lei oscure. La sua è musica che sa catturare ed emozionare, ma anche coinvolgere fisicamente, un duplice carattere ottenuto senza artifizio, cosa che lo rende ancora più prezioso.

È stata un’impresa ardua, ma siamo riusciti a contattare Emika durante il suo tour negli Stati Uniti, per un’intervista-fiume in esclusiva, in cui abbiamo toccato tutti i punti fondamentali della sua musica: l’eredità di Bristol, le evoluzioni dubstep, l’ambiente berlinese, il background classico. Abbiamo scavato nella Emika artista, spinti dalla sua disponibilità e dalla schiettezza con cui lei sa toccare anche le pieghe meno piacevoli della sua musica e della sua vita. E ci siamo anche fatti raccontare com’è l’ambiente alla Ninja Tune e quali sono i progetti futuri. Si è mostrata loquace e sincera, ma soprattutto felice di come avessimo colto tutti gli aspetti più genuini del suo disco. Una ragazza forte e emotiva nello stesso tempo, che ama la vita fino in fondo, sia nei momenti felici che in quelli più sofferenti.

L’abbiamo battezzata “The noir lady“. Eccola.

Come presentare Emika al pubblico italiano? Ti senti più una cantante, una scrittrice o un’artista dance?

Sono un’artista poliedrica. E soprattutto sono l’unica artefice di ogni aspetto della mia musica: so suonare diversi strumenti e interpretare differenti stili, sono io che compongo e registro la mia musica per intero. E sono anche una live performer, esibirmi e suonare la mia musica sul palco è una fase per me molto importante.

Proprio in questi giorni sei in tour negli Stati Uniti, insieme a nomi come Amon Tobin e Eskmo. Come ti presenti live? Preferisci far ballare la gente, o ti presenti più come una cantautrice?

Trovo particolarmente interessante la reazione del pubblico alla mia musica. In genere quando salgo sul palco non sono particolarmente rivolta a far dance, ma succede spesso che la gente balli mentre canto. Mentre altre vote capita che il pubblico stia fermo e si lasci trasportare, emozionare. Dipende da molti fattori, conta molto anche l’ora a cui ti esibisci: a volte il live è molto presto, alle 20, e il pubblico è più “da aperitivo” [ride, ndr], pacato, mentre dopo la mezzanotte tipicamente la gente è più propensa a ballare e a “perdersi” nella musica.

Beh, questo è un aspetto interessante, significa che la tua musica può esser percepita in entrambe le direzioni, che il pubblico può recepirla sia come musica su cui ballare che come emozione.

Esattamente. È curioso, ma ogni volta che salgo sul palco non ho idea di come la gente parteciperà alla mia musica. Io non sono una dj, non mi esibisco decisa a voler far ballare il pubblico. Quel che faccio è aver cura della qualità del suono e della performance, ma lascio il pubblico libero di vivere la musica nel modo in cui desidera. Anzi, per me è strano vedere la gente ballare mentre canto, non immaginavo che la mia musica avesse una componente dance così sviluppata!

Eppure nel tuo album questa anima dance-oriented è facilmente percepibile.

È vero, ed è percepibile anche nei live, stando alla reazione del pubblico. Ma la cosa strana è che io non ho mai scritto nulla intenzionalmente per far ballare la gente. Anzi, a dire il vero non credo sappia nemmeno come si fa a far ballare la gente! Io non faccio altro che scrivere musica con dei ritmi e dei groove che mi rispecchino. Che il pubblico ci balli su è una bella cosa, ma quali aspetti delle mie canzoni producano quest’effetto per me è un vero mistero!

Il messaggio è chiaro: non guardate a Emika come ad un’artista dance, ma come una songwriter.

Sì, esatto.

 

Mi piace molto la direzione intrapresa da James Blake o Jamie Woon, è bello vedere come dietro ci sia una storia che si vuole raccontare.

Una delle prime cose che si percepiscono ascoltando il tuo album è il ruolo protagonista della tua voce. La centralità della dimensione vocale e l’approccio orientato al songwriting sono degli aspetti che nella dub music stanno esplodendo proprio in questo periodo. Cosa sta succedendo?

Penso che il songwriting nella musica elettronica sia un’area molto poco battuta. Non ci sono molti artisti che scrivono “canzoni elettroniche”: quasi tutti sono DJ, o producers, o entrambe le cose, tutto inizia e finisce lì e trovo la cosa abbastanza statica. Quello a cui punto è un approccio più completo, che comprenda un sound più robusto, una storia, delle emozioni da passare alla gente. Mi piace molto la direzione intrapresa da James Blake o Jamie Woon, è bello vedere come dietro ci sia una storia che si vuole raccontare. E sono convinta che questo sia il terreno in cui l’elettronica possa evolversi con più efficacia oggi. E con effetti più visibili di quanto possa fare la club music, per esempio, che invece trovo molto più statica e meno capace di distinguersi da luogo a luogo.

Ok, abbiamo capito che ad Emika non piace andare per club..

Ah ah, ma no, in realtà mi piace molto la club music. Compro un sacco di dischi techno e dubstep, ho frequentato spesso i club di Londra, di Bristol. E a Berlino poi, sai bene che c’è la miglior techno del mondo, e la adoro. Ma io appartengo ad una scena differente, che orienta l’elettronica più verso l’emozione. E da questo mio punto di vista la musica per club mi sembra piuttosto statica, ripetitiva. È comprensibile, no?

Si, lo è.
Poco fa collocavi il tuo stile compositivo vicino a quello di artisti come James Blake e Jamie Woon. È quello che abbiamo percepito anche noi ascoltando il tuo album (come si può leggere nella recensione), ma c’è una peculiarità che ti contraddistingue dagli altri: il tuo stile va a fondo nel dark mood, senza dover per forza bilanciare l’oscurità della bass music con il lato più ottimistico della voce. La tua musica è noir sotto ogni aspetto.

Wow, “noir” la trovo una definizione adorabile! È vero, ho un carattere molto buio. Non è qualcosa che costruisco intenzionalmente, è qualcosa che deriva dal mio modo di amare e osservare la vita. Vivo la mia musica esattamente come vivo la mia vita, ossia lontana dall’allegria, dalla dance, dalle radio.

Quindi l’intensità dell’album è l’intensità con cui ti poni nei confronti della vita. E nel tuo caso questo si è tradotto in un concentrato di emozioni oscure.

Precisamente. Devo dire che ho vissuto molti eventi tragici, non si può dire che io abbia avuto una vita facile e felice. Ho sempre trovato la vita molto difficile, come difficile è capirla, entrarci dentro. Trovare la propria dimensione esistenziale per me è una grande sfida. E credo che nella mia musica tutto questo traspaia.

 

La pioggia, quella sì che ti fa sentire differente. Ti costringe ad essere introverso. Sono convinta che il clima abbia un effetto molto forte sulla musica di una città.

Sei cresciuta artisticamente a Bristol, la città del trip-hop. Quanto ti senti vicina a quel sound?

Ecco, il trip-hop è esattamente il mio genere! La mia musica non somiglia al dubstep, o alla techno, ma può definirsi tranquillamente trip-hop. Non ero ancora a Bristol quando negli anni ’90 si diffuse il trip-hop, ci sono arrivata più tardi, quando invece fu il dubstep ad esplodere. Ma mi sento molto vicina a quel sound storico, lo sento nel sangue, e questo background me lo sono portato a Berlino. Sì, amo il trip-hop. Tricky, Portishead… i miei dischi preferiti sono tutti dischi trip-hop.

Come hai vissuto il periodo a Bristol?

Ho assistito alla diffusione del dubstep quando ancora non sapevo nemmeno cosa fosse. Era qualcosa di rabbioso, che è partito dai club più cool e poi si è allargato come scena. Ora il dubstep lo senti ovunque, ma a quei tempi era ancora praticamente in fasce. E come sempre, la sua evoluzione è coincisa con l’allargamento della base fuori dai confini.

Trip-hop nei 90s, dubstep nei 00s. Da qualsiasi angolo la guardi, Bristol è una città musicalmente cupa.

È il clima. Molto piovoso e freddo. Questo spinge la gente a restare in casa, nessuno vuole andare in giro. La pioggia, quella sì che ti fa sentire differente. Ti costringe ad essere introverso. Sono convinta che il clima abbia un effetto molto forte sulla musica di una città.

Cosa ti ha spinto a lasciare Bristol per Berlino?

Dopo la mia laurea ho avuto alcuni problemi di salute piuttosto spiacevoli. Sono stata molto male per diversi mesi, ho subito diverse operazioni, e questo ha inciso così tanto che non sono più riuscita a tornare a sentirmi bene in quella città. E la cosa valeva anche per i miei amici, che non smettevano di esser preoccupati per la mia salute, anche dopo essermi rimessa. In quel periodo ho voluto darmi una scossa e sono andata a Berlino per un weekend lungo, da sola. E mi sono letteralemte innamorata della città, della sua storia, della gente, della cultura. È stata Berlino a catturarmi, non io a trasferirmi. Io volevo solo evadere da Bristol, staccare col passato. Berlino è arrivata nel momento più adatto. Mi sono trasferita la settimana dopo quel weekend.

E musicalmente, come sei stata influenzata da Berlino?

Prima di Berlino praticamente non avevo mai ascoltato techno. Passare da Bristol a Berlino è significato passare da un ambiente intriso di trip-hop e dubstep a un ambiente fortemente techno. Il mondo techno è completamente differente, nel ritmo, nei tempi, anche nella lingua. È questa la grande influenza che Berlino ha avuto sulla mia musica.

Anche questo nel tuo album traspare. Penso a brani come 3 Hours, che hai posto proprio in apertura al disco. Dunque questo lato di te è figlio dell’ambiente berlinese.

Sì, esatto. Sai com’è, la prima traccia di un album ha il compito di spiegare dove tutto è cominciato. Ho voluto iniziare proprio con quel brano perché è stata Berlino a far nascere questo album.

Molte canzoni presenti nel tuo album sono state scritte nei due anni precedenti all’uscita, ma hai aspettato fino ad ora per pubblicarlo. Su cosa hai lavorato per fare in modo che ti soddisfasse nel complesso?

Ho lavorato su molti aspetti per evitare che il mio album risultasse solo un insieme di canzoni. L’ho vissuto in ogni fase, mi sono concentrata sul recording per raggiungere la qualità del suono che volevo. Ho fatto in modo che si sentisse l’influenza del clubbing, i confronti che ho avuto con la gente nei club. Ho lavorato senza fretta, non mi ero imposta una deadline, e nemmeno la Ninja Tune me ne aveva imposta una. Volevo solo che il risultato fosse ottimo.

 

La musica classica è pura energia emozionale. Non riguarda nient’altro, è emozione al 100%. È coinvolgere i sentimenti umani e tradurli sul piano reale, dargli una forma armonica.

Puoi parlarci dell’ambiente Ninja Tune? Come ti trovi?

È un ambiente fantastico. Alla Ninja Tune sono molto attenti a far crescere gli artisti, li spingono a migliorare costantemente il loro sound. Si prendono molta cura degli artisti e dell’aspetto stilistico, per evitare che le varie uscite suonino troppo vicine a qualcosa di già sentito. Conosco tante altre label, e tante persone che possiedono una label, ma ringrazio ogni giorno di essere in Ninja Tune. Mi hanno insegnato ad essere un’artista differente, a non pensare in termini di soldi, video, successo. E non mi hanno fatto sentire pressioni, ho vissuto la fase di lavorazione all’album in maniera molto rilassata.

Poco fa abbiamo parlato della opening track, ora volevo concentrarmi sulla traccia di chiusura, Credit Theme. Quella traccia mi ha colpito, è un perfetto esempio di classica romantica. Mi ha ricordato Chopin.

Oh sì, sono felice che questo accostamento sia emerso. Amo Chopin. L’ho ascoltato per la prima volta quando avevo 12 anni, ricordo ancora il pezzo ma non saprei dire quale fosse di preciso. Faceva così.. [ha accennato le prime note del Notturno No. 2, ndr].

Sì, lo riconosco. È uno dei suoi notturni più famosi.

È stupefacente. Mentre l’ascoltavo quella volta ho pianto. È stata la prima volta che ho avuto una reazione tanto forte alla musica. A quell’età suonavo già il piano, e continuo ancora oggi a scrivere pezzi per pianoforte.

Quindi è stata la classica il tuo primo approccio all’emozione in musica. È un’esperienza in cui possono identificarsi in molti, spesso la prima musica che ci emoziona, da piccolissimi, è proprio la musica classica.

La musica classica è pura energia emozionale. Non riguarda nient’altro, è emozione al 100%. È coinvolgere i sentimenti umani e tradurli sul piano reale, dargli una forma armonica. Ed è la musica più stupefacente di tutti i tempi. Voglio dire, pensiamo a quanto indietro sia nel tempo e a quanto sia coinvolgente ancora oggi. Prendi la musica elettronica di oggi, per esempio: ogni settimana esce qualcosa di nuovo, che fa diventare vecchio quel che era uscito la settimana prima. Il ciclo vitale di una canzone è ridottissimo. La classica invece resiste ai secoli, senza alcuna difficoltà. Possiamo dire che è la musica di maggior successo di sempre. Adoro la musica classica.

Sei un’artista completa, complimenti. E ora, dopo l’esordio su album?

Sono già proiettata al secondo album. In questo periodo sono stata in tour, e mi sono resa conto di quanta gente ami il suono “noir”, come lo definisci tu. Sto preparando la mia voce, raffinando lo stile. Ho intenzione di registrarlo in inverno, e iniziare la produzione in primavera.

Hai già qualche idea di come suonerà?

Puro e semplice.

Grazie per la lunga chiacchierata, Emika!

Grazie a voi, è stato un piacere! Ciao.