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Esg: la dance aliena viene dal Bronx – intervista a Renee Scroggings

Così come c’è modo e modo di ballare, c’è, evidentemente, modo e modo di scrivere e arrangiare un pezzo dance. Checché se ne dica, l’evoluzione del genere passa anche attraverso l’esperienza underground delle sorelle Scroggings le quali, sul calare degli anni ’70, fondarono la band delle Esg. Ripristinando la centralità di una strumentazione elettrificata e non elettronica esse, paradossalmente, fecero compiere alla disco/dance un balzo laterale sulla strada del proprio futuro, mischiando un approccio do it yourself tipicamente punk a una visione hip-hop&funk stilizzata, mediante i limiti tecnici di un’ispirazione genialmente naïf. Ne risultarono un paio di brani almeno che figurano tra i più campionati nella Storia della musica popolare (Moody e U.F.O.) e una manciata di album oggi considerati cult non solo dagli aficionados della musica ballabile ma, soprattutto, dai ricercatori di outsider music senza etichette facilmente appiccicabili.

I primi passi del gruppo hanno le caratteristiche della sceneggiatura da film premio Oscar. Metà anni ’70: il signor e la signora Scroggings, sassofonista lui e cantante nel coro della chiesa lei, vivono nel sud del Bronx, patria del neonato hip hop, assieme ai figli. Per tenere le quattro figlie femmine lontane dai pericoli della strada i genitori pensano bene di fornire a ognuna uno strumento musicale incoraggiandole a formare una band. Renee imbraccia la chitarra e afferra il microfono, Valerie la batteria, Deborah il basso e Marie le percussioni. Al progettino si uniscono, sempre alle percussioni, i cugini Larry e Tito. Pochi i riferimenti musicali delle Nostre, nonostante in casa la radio sia costantemente accesa: James Brown, alcune incisioni Motown e un pizzico di latino-americana. Fatto sta che le neonate Esg (acronimo di Emerald, Shappire, Gold, le due pietre, Smeraldo e Zaffiro, perché corrispondenti ai mesi di nascita di Renee e Valerie, mentre il metallo prezioso è scaramanticamente inserito per auspicare un Disco d’Oro) sono notate a un contest musicale di quartiere da Ed Bahlman, proprietario del negozio di musica e dell’etichetta post-punk 99 Records, situati appunto al 99 di MacDougal Street, NY. Appianati i dettagli, in breve, viene siglato un contratto.

Il giovane ma lungimirante discografico fa le cose per bene: le Esg usciranno negli States per la sua etichetta e nel Regno Unito per la mancuniana Factory di Tony Wilson. L’Ep d’esordio omonimo dell’81 ha perciò un lato B prodotto dallo stesso Bahlman ma, soprattutto, un lato A registrato e prodotto dall’oggi leggendario Martin Hannett. Coincidenza vuole che siano proprio le tre tracce “guidate” da Hannett quelle ancor oggi celebrate: Moody e lo strumentale U.F.O. in particolare cementano l’Esg style, sintesi aliena di dance afroamericana appena appena inguaiata con dissonanze che, nel caso di U.F.O., sembra presa a prestito dall’incipit di Exercise One dei Joy Division (contenuta nell’album postumo Still, al quale Hannett aveva lavorato qualche mese addietro).

L’esordio su 33 giri riprende e approfondisce quanto già pubblicato: Come Away With Esg (’83, 99 Rec) viaggia in equilibrio tra la contemporaneità del suo tempo e una visionarietà dance, elementi che conferiscono a ogni strumento funzione e dinamiche assolutamente peculiari. La voce di Renee fonde la melodicità della torch song Motown alle neonate spigolosità del cantato-parlato rap. Ma non è rap, e non è punk. Non ha le velleità intellettuali del post-punk né la leggerezza della disco music commerciale. Qualcuno parla di avant-funk, altri di punk-funk. About You si avvale di un disturbante sibilo di tastiera mutuato dai Pil periodo Metal Box (band con la quale le Nostre divideranno il palco assieme ad altre celebrità come Clash, Grandmaster Flash ecc.). Lontane dall’intento di stupire, le Scroggings confezionano un songbook di stupefacente efficacia; quando un percussionismo africaneggiante sembra esaurirsi in se stesso (It’s All Right) interviene un filtro alla voce che muta l’atmosfera, o un dissonante dettaglio chitarristico che rimette in discussione l’ascolto. Profetesse di un espressionismo urbano lontano dalla dance tinta pastello dei Tom Tom Club e tentativi affini, le Esg azzardano persino tre strumentali di demente necessità: il dub velocizzato Parking Lot Blues, l’ossessiva Chistelle e le festicciola poliritmica Tiny Sticks.

Nello stesso anno arrivano però, seppur indirettamente, i guai. Bahlman, in veste di presidente della 99 Rec, intenta causa contro l’etichetta Sugar Hill Rec per l’utilizzo non autorizzato della linea di basso tratta dalla canzone Cavern dei Liquid Liquid, gruppo facente parte del suo roster, a opera di Grandmaster Flash & Melle Mel che ne hanno cavato fuori il successone White Lines. La diatriba causa ingenti perdite al povero Ed, che è costretto a dichiarare bancarotta e a chiudere l’etichetta. Con un contratto cartastraccia tra le mani, il gruppo entra in crisi. La rinascita discografica avverrà quattro anni più tardi grazie al 12’’ autoprodotto Bam-Bam Jam, anticipazione dell’omonimo Esg (Pow Wow Rec) licenziato solo nel ’91. Complice anche il cambio di line-up a seguito della defezione di Deborah e dei cugini, il disco suona come la commercializzazione di uno stile che non ammette abbellimenti. Ne risultano, oltre all’inutile riproposizione di Moody e U.F.O., brani più orecchiabili, apparentemente concepiti per club yuppie ad alto contenuto di cocaina. Con un’eccezione: la ballata tutta arpeggi e romanticismo New Day, punteggiata da una tastiera amatoriale ma credibile solo in casa Esg. Riferiamo per onor di cronaca: la canzone Standing In Line, in particolare, diviene un classico nella celebre discoteca newyorkese Paradise Garage, oltre che la preferita di Larry Levan, guru della garage house che contribuisce così a rilanciare la carriera delle Nostre dopo lo spiacevole stop discografico.

Unica testimonianza ufficiale del gruppo da sopra un palco è Esg Live! (’95, Nega Fulô Records), contenente pezzi forti del repertorio e l’innocuo inedito Scream & Shout. Seguiranno sette anni di silenzio prima del full-length successivo. L’attesa viene però ripagata: Step Off (’02, Soul Jazz) recupera e perfeziona le più originali intuizioni di vent’anni addietro. In cabina di comando sono rimaste Renee, Valerie e Marie, coadiuvate da Nicole al basso (figlia di Renee) e Chistelle (figlia di Valerie) alla chitarra. Il lavoro è attraversato da un’atmosfera ossessiva e a tratti oscura (Be Good To Me, Talk It, It’s Not Me), un mood più unico che raro ancora una volta imperniato su un impianto strutturale di disarmante semplicità. Il ritorno ai fasti trascorsi prosegue miracolosamente con Keep On Moving (’06, Soul Jazz). Nonostante l’abbondanza di personaggi stravaganti e indubbiamente meritevoli emersa nel nuovo millennio in ambito r’n’b, funk e hip-hop, la sigla Esg riesce ancora a stupire. Il downtempo di Purely Physical circoscrive geometrie esattissime e squisitamente black; la title track saltella adrenalinica a immagine e somiglianza di un Prince post-Kraftwerk. La voce di Renee alterna un registro confidenziale a uno sornione, contrastando una ritmica disumanizzata per (apparente) mancanza di calore. Si chiude coi sei minuti dell’alienante Gimme A Blast, gioiellino con intarsiato l’assolo di una tastiera elementare eppure imprescindibile.

Sono anni, quelli del nuovo millennio, in cui si tenta la celebrazione del piccolo-grande culto Esg, grazie anche a tre raccolte: A South Bronx Story (’00, Universal Sound), il doppio Dance To The Best Of Esg (’10, Fire Rec) e soprattutto A South Bronx Story 2 (’07, Soul Jazz), contenente rarità o, meglio, reinterpretazioni di brani conosciuti ai fan in chiave, se possibile, ancora più asciutta. Ne è lodevole esempio Like This, ruminazione house che potrebbe durare per ore ma si accontenta di cinque preziosi minuti. Nel frattempo la formazione originale, che dopo la defezione di Marie è ridotta alle sole Renee e Valerie, perde anche quest’ultima, occupata a difendersi da una grana legale. Nel 2006 infatti, impossibilitata a svolgere la sua attività lavorativa principale di guidatore di bus, la batterista, ufficialmente in mutua, viene pizzicata da un investigatore della Metropolitan Transportation Authority durante un concerto in cui certo non si risparmia allo strumento.

L’ultima fatica da studio risale al 2013: Closure è un’autoproduzione che non può evidentemente ambire a una promozione degna del brand Esg. La raccolta, con il drumming di Valerie sostituito da quello di tale Leroy Glover, suona come una normalizzazione dei fasti trascorsi (le malinconiche The Pain e U Did Me Wrong), e una breve divagazione strumentale quale S House Blues non riscatta la sensazione di una creatività parzialmente appannata.

Abbondanza del poco, serietà dell’ironia: le Esg si confermano però, a una lettura complessiva, paladine di un intrattenimento fuori dai trend e per questo precluso alle zone alte delle classifiche dance. Lo hanno compreso, citiamo nel mucchio, Beastie Boys, Public Enemy e Wu-Tang Clan, mostri sacri che hanno campionato, ovviamente senza alcuna autorizzazione, scampoli Esg arrivando a far dichiarare alle Nostre, nel titolo di un loro Ep datato 1992, Sample Credits Don’t Pay Our Bills («I crediti sui campionamenti non ci pagano le spese»). Lasciamo dunque le charts alle orecchie amanti delle iper-produzioni di massa, degli arzigogoli compositivi, dei videoclip milionari pubblicizzanti hip-hop stradaiolo. Nella logica delle Nostre c’è spazio soltanto per il totalitarismo di una creatività brada che, afferrati un paio di accordi melodicamente improbabili e un ritmo ancestrale, sputi fuori l’ennesimo brano su cui danzare a mente svuotata.

L’intervista

Renee, non comprendo la connessione, supposta da certa critica musicale, tra voi e i gruppi no-wave…

E non l’ho mai capita neanch’io. Presumo fosse perché in quel periodo la nuova musica emergente era appunto la no-wave, da qui la semplificazione. Ma le Esg erano e sono una band dance. La musica che componiamo serve a farvi ballare!

L’esperienza in studio con il leggendario produttore Martin Hannett?

Con noi fu assolutamente rispettoso e carino. A quel tempo lui era il tizio che è stato ben rappresentato dall’attore Andy Serkis nel film sulla scena di “Madchester” 24 Hour Party People. Il suo contributo però fu soprattutto quello di lasciare il nostro sound esattamente come l’avevamo voluto e registrato.

Tutto qua?

Pompò la sezione ritmica e lasciò inalterata la voce. Poi sovraincise quella specie di suono da navicella spaziale che si sente all’inizio di U.F.O. Ciò che è più importante è che trattò noi e la nostra musica coi guanti. Ecco, la prima lezione rispetto a come usare il banco di missaggio per registrare al meglio le tracce separate degli strumenti me l’ha data proprio lui.

Maggior merito dell’hip-hop sotto il profilo sociale?

Ci ha permesso di essere finalmente noi stessi senza fronzoli e in maniera davvero comunicativa.

L’impianto di amplificazione ideale per un live?

Guarda, ho girato il mondo per quasi quarant’anni ma mai, mai ho trovato un impianto superiore a quello dello storico disco club Paradise Garage, qui a New York.

Confermi, come disse Zappa, che “Andare in tour fa impazzire”?

Sì. Dopo un po’ di quella vita anche i tuoi stessi famigliari ti fanno uscire dai gangheri.

Dei campionamenti che pensi?

Semplicemente che non mi garbano affatto.

Componi musica con la stessa metodologia degli esordi?

Scrivo le canzoni ascoltando i suoni provenienti dalla strada. È così che si forma nella mia testa una prima immagine dei brani che poi andrò a registrare. Ah, e poi ci sono le mie relazioni personali, anche quelle esercitano una particolare rilevanza in ciò che scrivo. Sotto un profilo tecnico, invece, gli studi di registrazione sono ovviamente cambiati molto dagli anni ’80: siamo passati dall’analogico al dat, fino ai CD e, oggi, a semplici file audio in mp3. Ed è normale che abbia dovuto confrontarmi con ognuna di queste ex-novità nel momento in cui sono emerse.

Blocco dello scrittore?

Non mi ha mai riguardata. Fintanto che tendo le orecchie su ciò che sento in strada o su ciò che riguarda me, la mia famiglia o i miei amici, riesco sempre a ricavarne qualcosa di interessante.

Nel 2006 il vostro Keep On Moving fu un ritorno alla grandezza degli esordi…

Io e mia sorella Valerie ci siamo divertite un sacco quella volta. Lo studio era ad Atlanta, se non sbaglio. L’incipit con Purely Physical (“Puramente fisico”) non lascia adito a fraintendimenti, un brano assolutamente sexy. E poi la title track fa un salto all’indietro nei seventies più funky.

Un commento anche per gli altri brani?

Insane (“Matto”) e I’d Do It For You (“Per te lo farei”) parlano del rapporto con una certa persona. The Road è tutta farina del sacco di Valerie; ho contribuito solo con la linea di basso. Everything Goes è semplicemente la canzone che preferisco di tutta la nostra discografia. Ex parla del mio ex-marito. Ci sentiamo ancora, ma al tempo dovevo buttar fuori la mia frustrazione per come erano finite le cose.

Si conclude col piccolo capolavoro Gimme A Blast

Io, mia sorella e il suo compagno stavamo guidando dalla Pennsylvania diretti in Virginia. Un viaggio davvero lungo e stancante. Era inverno. Quando il malcapitato che di volta in volta era alla guida si stava per addormentare gli altri abbassavano il suo finestrino dandogli appunto una sferzata (a blast) di gelido vento invernale. Diventò una specie di gag che durò fino al termine del viaggio.

Com’è cambiato il Bronx dagli anni ’70?

Nessuno di noi vive più da quelle parti ma quando capita di farci una capatina non lo riconosco più: è cambiato tutto drasticamente e hanno tirato su un sacco di edifici nuovi.

Il music business ti ha delusa?

Il business musicale è sempre stato una faccenda dura da mandar giù. Il fatto è che la maggior parte delle persone vi entra con una mentalità da artista, appunto, e non riesce a raccapezzarsi con i fattori economici derivati dal fare, suonare e promuovere musica. Per fortuna internet ha aiutato gli artisti ad acquisire maggior controllo mettendo il singolo individuo nella condizione di vendere e gestire le proprie opere. Come sarebbe stato bello se avessimo avuto queste stesse possibilità al nostro esordio!

Cosa occorre a un musicista per lasciare il segno?

Una totale dedizione alla propria arte perché deve vivere, amare e praticare con la massima profondità ciò che propone. Così facendo riuscirà a raggiungere cuore e mente dello spettatore, creando una sorta di connessione quasi come se entrambi stessero camminando sulla stessa strada.

Il produttore ideale?

Io, così non ho problemi con ego altrui.

Il tuo cantante preferito?

Michael Jackson, perché ha sempre cercato di essere innovativo. Lo stesso vale per Prince. Per la quantità di emozioni che era in grado di evocare va nominata anche Whitney Houston. Anche la voce di Amy Winehouse era molto interessante. Poi ci sono le intoccabili, e cioè Etta James e Billie Holiday. Anche la latinoamericana Celia Cruz era grande. Non capisco sempre quello che canta ma il suo timbro è dolcissimo.

Tom Waits ha dichiarato di cercare nelle canzoni «Belle melodie che raccontino cose terribili». Tu?

Un battito funky che faccia venir voglia di scatenarsi.

Esg del 1991 ti soddisfa? Suona più convenzionale delle registrazioni precedenti…

Io sono convinta di tutto quello che ho pubblicato. La musica va esplorata con coraggio e non ristretta in categorie. Tutte le sensazioni che ci attraversano vanno esplorate senza paraocchi.

Mi riferisco alle chitarre simil-heavy metal che caratterizzano, ad esempio, il brano Standing In Line

Ecco, pensa che quella era la canzone più richiesta appunto al Garage Paradise. Non ci stupivamo mai abbastanza di quanto la gente la acclamasse.

E I? Un giro blues piuttosto convenzionale…

Era come mi sentivo al tempo. Avevo una serie di problemi nella mia vita. Credo che un vero artista debba azzardare qualcosa che il suo pubblico non si aspetta. Pensa che quando ho scritto U.F.O. tutti i miei famigliari la detestavano! Mia madre, la cui opinione valeva per me più di quella di chiunque altro, mi disse: «Non è che puoi scegliere delle note diverse?». Le risposi: «Insomma mamma: si suppone che un Ufo stia atterrando, capisci?», e allora lei comprese la mia scelta. Anche mia sorella la detestava. Quando Hannett ci disse che, nel caso in cui ci fosse stato nel nostro repertorio un pezzo da tre minuti, gli avanzava un po’ di nastro per registralo, proposi subito U.F.O. e tutti storsero il naso. Adesso quella è una delle canzoni più campionate nella Storia. Perciò vedi che ogni brano ha una possibilità di farcela, anche quando non arriva subito al pubblico! Un artista deve avere il coraggio di esprimere se stesso nella maniera che ritiene più originale e autentica.

Com’è composta oggi la line-up?

Non ho una line-up definitiva. Oltre a me alla voce e percussioni, di fissi ci sono Aaron Worley alla batteria e mia figlia Nicole Nicholas al basso e seconda voce.

Il più bel momento come Esg?

L’orgoglio negli occhi di mia madre durante il nostro primo concerto a New York. Ma anche quando abbiamo preso parte alla scena iniziale del film Stress da vampiro, nel 1989. Dopo trentanove anni di carriera sono ovviamente tanti i momenti memorabili.

Il principale insegnamento di tua madre?

Che se mi ci fossi messa, sarei riuscita a realizzare qualunque progetto.

Se ci fosse stato un solo album delle Esg, quale sarebbe?

Step Off, perché ha testi molto seri e anche perché è l’album nel quale hanno fatto il loro primo ingresso le nostre figlie. Non che l’ultimo Closure sia da meno eh!

Il verso migliore che hai scritto?

L’incipit di, appunto, Step Off, in cui canto: «Non ho tempo per procrastinare né per le tue scuse». È così che vivo la mia vita. Incontro troppo spesso gente da “se avessi”, se potessi” ecc. Se ti va di fare qualcosa, datti una mossa e falla! Smettiamola di metterci i bastoni tra le ruote da noi stessi: alla fine della giornata conta solo ciò che si è effettivamente fatto.

Ho letto di un papabile nuovo album a titolo What More Can You Take?

Sto finendo in questi giorni il missaggio. Tra le tante novità, ci troverete mio figlio Nicholas D. Nicholas alla batteria. E nel 2018 saranno 40 anni da che abbiamo fondato le Esg.  Sarà la buona occasione per festeggiare il nostro brand con, tra le altre sorprese, un box antologico.

Il presidente Trump ti preoccupa?

Che si può dire? È il nostro presidente e ci dobbiamo fare i conti, piaccia o meno. È una situazione nella quale non si può vincere: se sei con lui ti danno del coglione. Se sei contro di lui altri ti danno del coglione. La libertà d’espressione di questi tempi scarseggia. Pare che non sia possibile per i cittadini essere d’accordo con o contrari alle sue politiche in maniera serena. Anche i più linguacciuti adesso sembrano essersene strisciati alla chetichella in qualche angolo buio.

Qual è l’aspetto più bello dell’essere un artista?

Incontrare i fan da una parte all’altra del mondo e constatare ogni volta che, nonostante si parlino lingue diverse, tutti cantano alla perfezione le nostre canzoni. E poi dimmi che la musica non è il linguaggio universale per eccellenza!

13 Giugno 2017
13 Giugno 2017
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