Face Your Demons: Gorewave & Dark Masters

A prima vista sembrerebbe l’effetto dei soliti corsi e ricorsi storici, il ritorno geneticamente mutato di quella darkwave che dagli ultimi ’70 di Joy Division, Siouxsie and the Banshees e Bauhaus ad oggi è andata e venuta senza sosta. E invece stavolta è qualcosa di diverso, una corrente più programmatica e complessa che sta facendo accorrere rappresentanti dalle estrazioni più differenti: complice forse la serpeggiante sensazione da fine del mondo che ciclicamente troviamo occasione di rinnovare e per la quale i Maya rappresentano l’ultimo pretesto, il suono oscuro, depresso e introspettivo diffusosi negli ultimi tempi sta determinando una corrente affascinante, soprattutto perché densissima dello spessore tecnico che solo l’intervento di artisti dalla base eterogenea può portare.

Quello che affrontiamo oggi è un trend preciso e dai confini ben delineati, che discende dalle ceneri dell’ultima fiammata gotica sviluppatasi come nuova sensazione, ossia la witch-house: come parentesi di buio pesto partita dall’underground USA, la musica delle streghe è cresciuta con una precisa identità e si è estinta in brevissimo tempo (dai primi segni hype a Balam Acab corre circa un anno), eppure le sue intuizioni di stile e contenuto han determinato un’estetica di suggestioni dalle importanti possibilità di derivazione, sopravvivendo nelle produzioni introspettive recenti. E se lo spettro risultante è tanto ampio che anche nomi insospettabili come gli SprectraSoul fanno una Knuckle Waltz che al posto della d’n’b onora oOoOO, diventa inevitabile stabilirne i volti, le sfumature e l’identità.

Dalla discesa witch alle mutazioni interne, dai derivati horror alla generazione Tri Angle, fino alle frange di tenebra teorizzate dagli artisti più coraggiosi. Se, come dicono, l’inferno sia dentro di noi, è ora di percorrere la strada fino in fondo e conoscere i demoni che ci abitano. La nostra bussola è la musica, e chissà che il viaggio non ci doni un prezioso bagaglio di nuove consapevolezze. Cominciamo.

 

Post-witch e horror wave: dal declino alla metamorfosi

La storia recente comincia dove l’avevamo lasciata l’ultima volta, ossia con la witch-house all’apice dei suoi eccessi. Era la seconda metà del 2010 e il non-genere nato nei polverosi seminterrati statunitensi stava bruciando la sua fiamma in fretta, troppo in fretta per lasciar intendere una vita particolarmente lunga. I Salem erano l’esempio più lampante in tal senso, col loro carico di noise e disturbi su strofe rap a determinare un’immagine dura e lontana da qualsiasi compromesso d’ascolto. Si trattava in fondo di una corrente giovane figlia di una generazione di adolescenti col fascino dell’occulto e un’occhio attento al web (che prontamente han disseminato di ††gr△‡∑mi†† per un target di ventenni MSN-addicted) e, come ogni passione adolescenziale che si rispetti, è partita a rotta di collo ed è puntualmente decaduta non appena coperti gli spunti d’interesse immediati.

A restare – e a durare – sono invece le sensazioni estetiche legate a una modalità oscura legata all’occulto. Già tra gli esponenti interni si erano già fatti notare elementi dal sound più corposo e maturo, e saranno proprio quelli che resisteranno meglio al declino witch: per un Balam Acab che ha segnato la fine ufficiale della parentesi witch con un album, Wander/Wonder, sfociato nell’ambient dub, abbiamo ad esempio il brooklyniano oOoOO, col suo mood introspettivo ansiogeno fatto di demoni interiori e timori inconsci, sopravvissuto a testa alta alla morte delle streghe grazie a un’abile dialettica con teorie modern beats e abstract hip-hop (acume ritmico che oggi definiremmo trap, presente già in Nosummer4U del 2009 e convogliato a perfezione formale in Our Loving Is Hurting Us, con vere lezioni di (in)consistenza gore come Springs, Starr e NoWayBack).

oOoOO però va considerato una piacevole eccezione di istinto e talento. Altrove il riadattamento al nuovo equilibrio dark si è configurato con una maggiore aderenza a schemi classici, meno coraggiosi ma più semplici da maneggiare. I Modern Witch rappresentano in tal senso uno dei sound più furbi del filone: partiti ai primissimi esordi con un pezzo come Can’t Live In A Living Room discendente diretto del post-punk dei Bauhaus, arrivati poi al personale culmine estetico con una Not The Only One da dimensione parallela (e loop incessante) e passati più recentemente alla thrilling synthwave di In Your Eyes e Scandalous Ghost, in modo da evitare teorie complesse e agganciare un suono apprezzabile su molti più livelli (anche di pubblico). Una metamorfosi più scaltra che ispirata, tentata per certi versi anche dagli stessi Salem con I’m Still In The Night, che lima gli spigoli e prova a soffermarsi sull’essenza dell’ignoto (Baby Ratta), pur non contraddicendo in toto il proprio suono debordante (Krawl). Alla fine la scelta diffusa dei post-witch act è stata quella di inseguire i canoni di facile fruibilità, fino anche ad avvicinarsi al pacchiano eurodance dei Trust, dove i piccoli residui gore vanno a convivere con l’electropop in tuta di lycra di Bulbform o Dressed For Space.

Holy Other
2012

Di ben altra consistenza invece la deriva parallela più interessante emersa dal fenomeno witch, vale a dire la horrorwave. Emersa nello stesso periodo sempre dall’underground USA, ma con una più marcata vena intellettuale fondata sulle pratiche standard di musica del terrore portate avanti da anni di esperienza cinematografica. Che per gli Stati Uniti significa fondamentalmente John Carpenter. Due gli elementi più in vista, entrambi su Not Not Fun (che, va detto, ha saputo cavalcare in maniera eccezionale un trend apparentemente lontanissimo dal sound di casa): il primo è Umberto, il più fedele alla base filmica (Red Dawn è pura attesa da cripta) e anche il più vicino ai nostri Goblin (quelli più atmosferici e fondati sull’angoscia da Fantasma dell’Opera, vedi Temple Room), due ottimi album usciti nel 2010 (From The Grave e Prophecy of the Black Widow) e un valido ritorno anche quest’ultimo anno (con Night Has a Thousand Screams e brani incalzanti come Paralyzed); il secondo è Xander Harris, più propenso invece ai flirt con materiale in bilico tra electro e techno dei primordi (I Want More Than Just Blood, Fucking Eat Your Face) e ragionamenti cosmic/kraut d’ambientazione (Tanned Skin Dress), esploso nel 2011 con Urban Gothic e anche lui tornato di recente con Chrysalid e una ancor più netta verve ritmica.

La breve vita della witch-house non ne ha pregiudicato le potenzialità delle intuizioni. Con essa lo stimolo oscuro è passato a un livello psichico successivo, lavorando su ansie e disagi che agiscono nello strato inconscio. E mentre i frutti migliori dell’horror soundtrack e del riassestamento post-witch si tengono ancora in vita con sufficiente dignità, il passaggio all’introspezione e al piacere della complessità ritmica sono i veri testimoni trasmessi alla micro-generazione di giovani talenti emersa subito dopo. Tutti, guarda caso, riuniti in raccolta in una delle label con l’occhio più lungo dei tempi recenti.

 

Tri Angle: la nuova generazione gorewave

Nata nel 2010 proprio sull’onda witch-house e legata fin da subito a quell’estetica a partire dallo stesso nome, la Tri Angle, label newyorkese che fa capo a Robin Carolan, si è sempre distinta in realtà per una scelta di suoni e artisti che andavano oltre lo schema. Non a caso i primi esponenti coinvolti furono a suo tempo proprio Balam Acab e oOoOO, entrambi decisamente intrisi dell’oscurità witch ma con una visione lunga che li spingesse oltre la fruizione di nicchia: del primo, ad esempio, parla chiaro la nota See Birds, uno dei pezzi più amati dai witchers eppure uno dei più atipici, fiero portatore di una passione ambient che poi sboccerà definitivamente sull’album di metà 2011, aprendo a tutti gli effetti la nuova fase della label e del filone intero.

È nel 2011, infatti, che la Tri Angle inizia ad attirare la vera attenzione mediatica, sfoggiando una scuderia di giovani figli del buio di casa ma dotati allo stesso tempo di un bagaglio tecnico di livello superiore, perfettamente consapevole degli attrezzi del mestiere beats e degli ultimi spunti d’avanguardia. Il primo a venire fuori fu Holy Other, presentandosi con discreto impatto nei cinque pezzi del With U EP, tutti abbastanza fedeli alla scia di oOoOO a parte uno spunto particolarmente riuscito, Touch, un flirt entusiasmante col dubstep astratto che gli è valso l’accostamento a James Blake. La coscienza di un certo modo di sperimentare bassi e ritmi era la carta vincente del ragazzo, che infatti ci ha costruito su il suo album di debutto, Held: tra (W)here e U Now si infilano tutte le asimmetrie ritmiche del continuum, ma il bello è che restano volontariamente ingabbiate nell’ombra, così da tenere ben saldo il polso del mood gotico ed evitare un ribaltamento di prospettiva. L’obiettivo qui non è sconvolgere ma pizzicare con un equilibrio di stimoli sottopelle, inserti intelligenti che non cambiano le regole del gioco ma sono studiati appositamente come punte d’estro alternativo per l’ascoltatore fedele al sound di casa. Coraggio ma anche sensibilità verso il proprio target.

Vessel
2012

Uno che invece non ha avuto paura di spiazzare è Vessel, ultimo arrivato in casa Tri Angle con un album di debutto apprezzato non poco dagli amanti della novità estetica. Order Of Noise salta a pié pari la questione goth e sfoggia tutta la coscienza di producing di cui un giovane 22enne possa essere capace: sfumature techno da Berlino (Scarletta) a Detroit (Court Of Lions), buio ambient intriso di IDM marchio Warp (Silten), asimettrie acid (Lache) e segni di avanzamento beats (Images Of Bodies), lo stile di Vessel è il più coraggioso della linea e la consistenza oscura di fondo serve solo da legante per la struttura. La provenienza stavolta non è più né l’occulto witch né i suoi diretti discendenti, ma un mistero introverso che da sempre permea le frange più ambiziose della techno (e l’omaggio ad Actress di Aries significa qualcosa). Sebbene la prova d’ascolto del disco attenui l’entusiasmo per il troppo eterogeneo ventaglio comunicativo, Order Of Noise è un piccolo capolavoro di tecnica contemporanea che non va lasciato passare inosservato.

Come accade in tutti i gruppi artistici compatti, anche alla Tri Angle le intuizioni circolano velocemente e tutti i nomi del giro attivi oggi presentano lo stesso, identico approccio implicito verso le modernità arty dell’elettronica contemporanea, maneggiando materiale stilisticamente avanzato con tutte le cure del caso e incorporandone gli effetti sotto forma di attenuate sfumature sottopelle. Con Howse, ad esempio, l’impressione è proprio quella che vi dicevamo in sede di recensione, ossia che i soggetti in questione siano perfettamente consapevoli di aver qualcosa di potente tra le mani e pertanto la maneggiano coi guanti: nel Lay Hollow EP le dichiarate influenze jungle e juke son così ben nascoste che è difficile rintracciarle, le inquietudini in loop di VBS rimandano al footwork ma sono prima di tutto concentrati di pathos, mentre i martellamenti in breakbeat di Old Tea, nella loro impronta ambient, riprendono anche certa glitch astratta tanto familiare ai ’90. Il ragazzo di Providence sembra uno dei più appassionati di modern beats e dintorni e adesso resta da focalizzare i contenuti in un album che potrebbe fare il botto.

Uno che invece la questione oscurità l’ha quasi messa da parte è Evian Christ: tra gli otto pezzi messi in mostra in Kings And Them, uscito a febbraio 2012, c’è molta più abilità su ritmi e voci che attenzione a un mood introspettivo, pezzi come MYD e Horses In Motor aggrediscono i wonky beats con un’intraprendenza tale da poter essere apprezzato dai seguaci trap, dove Fuck It None Of Ya’ll Don’t Rap e Snapback Back aggiungono il peso del thug rap e Go Girl ammorbidisce con quella che la cartella stampa definisce nel modo migliore, “r’n’b diluito e ritorto“. La sua fase ambientale però è potente, resa tra spazi (Drip) e impianti dronici (Fridge, Crank, Gun) e suona come qualcosa di molto vicino all’ipotetica colonna sonora di Paranormal Activity. Ancora tutta da valutare la teoria sonica di questo giovane dell’area di Liverpool, ma la tecnica c’è tutta.

Nessuno dei personaggi Tri Angle può esser definito un big, ma considerati come collettivo stanno operando tutti insieme uno dei rinnovamenti estetici più influenti del momento. La stilizzazione del mood dark e i giochi di specchi con voci e ritmi sono il vero marchio a fuoco posto dall’etichetta all’annata in chiusura, col doppio effetto di trasformare prima i germi malati della witch house in disegni fertili per uno sviluppo efficace, e di aprire poi la strada a un ulteriore progresso delle teorie oscure. A quest’ultima ambizione sta pensando un altro filetto di produttori dal fiero talento, per i quali le intuizioni post-witch sono il punto di partenza su cui apporre la robustezza delle proprie reinterpretazioni personali.

Albert Swarm
2012

 

Unconscious darkness theory: le intuizioni e il futuro

Il concetto di superamento è la base dell’evoluzione. Portare quel che poco tempo prima era una nuova intuizione alla dimensione di pratica consolidata, assorbirne i connotati e rielaborarne i tratteggi verso una visione nuovamente originale poiché personale. È quello che i ragazzi alla Tri Angle han fatto con la witch-house, ed è quello che sta facendo oggi chi vede ormai anche la post-witch sotto nuove prospettive e potenzialità. Uno di questi è il producer finnico Albert Swarm: già nel 2011 le cinque tracce dell’EP Held ristabilivano un concetto di spazi e sensazioni escapiste, Aging Out e Foundling Wheels sembravano quasi aprire a una fase positivista mentre Homecoming riportava tutto sotto un’aura di soundtracking, e a battere il tempo erano frustate simil-halfstep o addirittura battute ambient house da psych-dance (Familiarities). Ancor più coraggioso l’album di metà 2012, Wake, con le correnti gotiche che ritornano sulle sintonie ambientali di Touched By The Sun e le voci gotiche pizzicate sotto le aperture di Something Glows e A Dream That Glistened a metà tra folktronica e beat hip-hop. È dietro l’assetto indie electro di Moths and Moth Catchers che si sente maggiormente l’eredità goth psichica, ma la forza del ragazzo sta nella freddezza scandinava che cristallizza voci (He Took a Deep Breath) e rarefazioni robotiche (Fadima), in quella che è probabilmente la paillette sonora più complessa e affascinante della nostra disamina.

Il più affascinante incrocio tra suggestioni tetre, poteziamenti ritmici e voci enigmatiche l’ha realizzato Andy Stott con Luxury Problems. Lui che proveniva da un lungo percorso di approfondimenti techno, culminato in una prima fase con Merciless (2006) e poi passato agli accartocciamenti dub raccontati negli eppì We Stay Together e Passed Me By, in questo 2012 si è fatto coinvolgere dalle teorie dell’oscuro, dove i demoni nascosti tra le curve del tessuto dub trovano ideale avversario nei vocalizzi angelici che scorrono per tutto il disco. Un pezzo come Hatch The Plan realizza splendidamente tale dicotomia emozionale mentre in Leaving sbocciano le derive ambient, ma la vera cifra stilistica di Stott emerge nei clangori post-industriali della sua dub-techno (Expecting o Lost And Found) e soprattutto nella cassa viscerale rallentata fino ai 100 bpm, dove brani come Numb e Sleepless riassumono un marchio di fabbrica che inizia a farsi spazio nella scena mancuniana. Un modo di vedere le cose estremamente personale ma per il quale la ricerca Tri Angle non è passata senza effetti: stessa somatizzazione dell’ignoto, stesse astrazioni della tecnica, un intreccio di spigoli esteriori e avvolgimenti psichici che mette in note la lucida follia.

Chi ha preso sul serio più di tutti l’impegno di scendere nelle viscere del disagio interiore per tirar fuori l’impronunciabile è Holly Herndon, come ve l’abbiamo raccontata per i suo album Movement. Dotata di un backgroung fortemente intellettuale ma grande appassionata di tecnologia, il laptop è il suo strumento e da esso succhia con avidità ogni potenzialità di processamento per operare una metamorfosi totale sulla voce umana. Il risultato è una terrificante carrellata di ansimi cibernetici, distillati di ansia da stato di malattia terminale che portano alle orecchie quanto di più vicino possa esserci alle Montagne della Follia di H. P. Lovecraft. Breathe è totale assenza di umanità, Terminal la massima astrazione sintetica al concetto di psicosi, Dilato l’estremismo campionato del lamento demoniaco, eppure è proprio la sperimentazione tecnologica a generare il massimo contatto coi nostri centri fisiologici del disagio. Quando in Fade e Movement le forme raggiungono la simmetria consistente della techno appresa a Berlino è solo per accogliere un minimo livello di fruibilità, ma in realtà è la sua vena più astratta e malata la reale marcia in più della producer originaria di San Francisco. La Herndon tocca il punto più concettualmente profondo dell’indagine oscura trattata oggi e rappresenta perciò l’esperienza d’ascolto più impegnativa ed esigente di questo meta-filone. Fino ad ora.

Holly Herndon

 

 

Difficile dichiarare conclusa ed esaustiva la disamina. Il fascino dell’ignoto, della paura e del disagio sembra uno dei leganti metanarrativi più forti di questi tempi, e prima di cedere il passo ad un’eventuale corrispettivo opposto bisogna che vengano meno le ragioni che han spinto tanto spesso gli artisti a guardare in faccia i propri timori. Per capire queste ultime l’analisi andrebbe spostata su un più accurato piano storico-sociologico in cui non vogliamo entrare, se non ipotizzando un certo legame con un diffuso pessimismo globalizzato di ritorno, che ha sempre meno scrupoli a pronunciare la parola FINE. Del capitalismo, del benessere, del mondo: son tante le dimensioni di insicurezza per le quali necessitiamo di risposte, e l’artista dell’oscuro forse prova semplicemente a configurare una strategia difensiva che possa rispondere all’imprevedibile. Chiamiamola esorcizzazione dell’ansia da catastrofe, in qualunque forma possa essa presentarsi. Comunque vadano le cose, però, avremo ancora molto materiale con cui affascinare la nostra curiosità morbosa, prima che inizi un nuovo rinascimento.

 

Music for your Demons: discografia di riferimento

oOoOO – oOoOO EP (2010): 6.8 / 10

Umberto – Prophecy Of The Black Widow (2010): 7.2 / 10

Modern Witch – Unknown Domain (2010): 7.3 / 10

Xander Harris – Urban Gothic (2011): 7.1 / 10

Albert Swarm – Held EP (2011): 6.7 / 10

Salem – I’m Still In The Night EP (2011): 5.9 / 10

Evian Christ – Kings And Them (2012): 6.8 / 10

Trust – Trst (2012): 6.4 / 10

oOoOO – Our Loving Is Hurting Us (2012): 6.9 / 10

Xander Harris – Chrysalid (2012): 7.0 / 10

Holy Other – Held (2012): 7.1 / 10

Vessel – Order Of Noise (2012): 6.8 / 10

Umberto – Night Has a Thousand Screams (2012): 7.0 / 10

Howse – Lay Hollow EP (2012): 7.1 / 10

Albert Swarm – Them (2012): 7.2 / 10

Andy Stott – Luxury Problems (2012): 7.3 / 10

Holly Herndon – Movement (2012): 7.5 / 10