Pop-factor

“Mi spiace che il mio discorso sia stato frainteso, forse nella confusione che si era creata non è passato ció che volevo dire. Ho cercato di rivendicare il senso profondo di un capolavoro di enorme spessore sociale, secondo me mortificato e svuotato di senso se inteso come una mera esecuzione su un palco televisivo con scenografie stellari. Se cercate un fascistello guardate altrove”.

Questo il chiarimento con cui Fedez ha ribadito via FB ai lanci di stampa che titolavano la sua presunta avversione “politica” per …E non andar più via di Lucio Dalla, canzone interpretata da un concorrente di X-Factor. Come dire, mi sembra proprio il tipico caso di rattoppo peggiore dello strappo. Sia chiaro che so tutto per sentito dire. Non faccio per darmi un tono, però è un dato di fatto che non seguo X-Factor né i talent show in genere. Non mi interessano. Quanto a Fedez, ne so quanto può saperne chi ha una figlia e nipoti nell’età giusta (a quanto pare) per ascoltarlo, oltre che per averne letto nelle recenti cronache che lo indicherebbero autore di un “inno” per il Movimento 5 Stelle (mi perdonerete se non l’ho sentito).

La sua critica al “comunismo” del brano di Dalla – che ricordiamo è contenuto in Com’è profondo il mare, album che vedeva il musicista bolognese per la prima volta autore di tutti i testi – fa la figura di uno scivolone superficiale e persino perdonabile rispetto alla summenzionata precisazione a mezzo social. Quest’ultima presumibilmente più meditata (ci permettiamo di credere che Fedez mediti) e perciò meno giustificabile. Che il pop “impegnato” o comunque calato nella realtà del proprio tempo per interpretarne poeticamente le implicazioni emotive, sentimentali, esistenziali e persino – toh – politiche non abbia diritto di cittadinanza in un programma di intrattenimento (ci permettiamo di credere che X-Factor sia un programma di intrattenimento), è un’opinione lecita ma anche, consentitemi, una scemenza colossale. Detta poi da chi pubblica canzoni per adolescenti con la pretesa di farcirle di punti di vista forti (di Fedez) sul presente, beh, insomma, non fatemi aggiungere altro.

Sia chiaro che di primo acchito (e di secondo, e di terzo) il mio atteggiamento riguardo questa faccenda era improntato al sempre sano “non ti curar di loro ma guarda e passa.”. Però nel giro di poche ore dal semino è sbocciata una pianticella fastidiosa. Che non sarebbe stata tale se il quadro complessivo non fosse tanto sconfortante: ovvero questo Paese che tarda a ridimensionare il mezzo televisivo nel novero dei media tra gli altri, persino meno agile e versatile di altri, aggrappato a forme (format) che tradiscono obsolescenza un minuto dopo essersi manifestati.

Quello che mi ha infastidito è la strisciante evidenza che nel principale luogo di produzione (e monetizzazione) d’immaginario popolare (la tv) si consumi una deriva di impoverimento progressivo del pop. Le cui ricadute riguardano anche chi come noi della televisione ha imparato a disinteressarsi. Ciò che le parole di Fedez non aggravano ma semplicemente confermano. Anzi, è proprio questa sottocultura spettacolare che le rende possibili (la stessa che mi tiene lontano dai talent in genere). Forse non c’è mai stata tanta musica in TV come oggi, ma la musica ha luogo in un ambiente mai tanto ostile. In atmosfere inquinate da tensioni superficiali, brutali, innescate col preciso scopo di provocare scossoni polemici che pasturino contatti, link e – infine ma soprattutto – audience.

Di tutto questo il pop può (continuare a) fregarsene, proseguendo a fare esattamente ciò che a Fedez sfugge, ovvero spacciare profondità, complessità, implicazioni e illuminazioni in un siparietto pur accomodante, con ciò realizzandosi appieno, in barba a qualsivoglia contesto. Ma non possiamo illuderci che, costretto in standard d’intrattenimento tanto stolidi, il pop alla lunga possa uscirne indenne. Ristrettendosi gli spazi in cui il pop può accadere, farsi incantesimo diffuso e meraviglia divulgata, il pop finisce per diventare qualcos’altro: uno stemma di ipersensibilità per reduci nostalgici, un fremito d’élite, una patente per cuori spocchiosi. Un ossimoro destinato all’atrofizzazione (nonché ad avere le tasche cronicamente vuote), e comunque inadatto a farsi carico del sentire comune.

Se non può essere popolare, il pop genera mostriciattoli scadenti da un lato e ordigni alteri dall’altro, con rare eccezioni nella terra di mezzo. Una terra di mezzo e di nessuno nella quale i Fedez si sentono autorizzati a pascolare, incapaci anche solo di intuire la ricchezza di ciò che contribuiscono ad inaridire.

26 Ottobre 2014
26 Ottobre 2014
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