Folk’n’thumbtacks

Nick Zammuto Willscher – padre di origini italiane e madre tedesca, residenze transitorie tra il Maine, il North Carolina ed il Massachussets – studia arti visive e chimica al college cucendosi addosso un futuro da restauratore. Ma l’attitudine è quella di un estroso genialoide, ragion per cui prima tenta l’avventura come cuoco (!) quindi opta per l’arte plastica e figurativa.
La passione per la musica, praticata da meticoloso autodidatta, prende vita attraverso la realizzazione di sculture-automi semoventi e sonori. È più o meno in questo periodo che al folk chitarristico di chiara ascendenza bluegrass (nel suo giovanile girovagare Nick ha avuto modo di assorbire l’humus dei monti Appalachi) si affianca la febbrile sperimentazione sul suono sintetico.
Nel 1998 prende corpo così un progetto di tre cd, il primo di improvvisazioni per chitarra (Solutiore Of Stareau), il secondo di ritmiche elettroniche (Willscher) e il terzo una sorta di merge degli altri due (Full Martyr Status Remixes). Quasi una tesi-antitesi-sintesi di quel sincretismo sonoro che iniziava a farsi largo nel bailamme di intenzioni del Nostro.

È ormai il 2000 quando Nick si trasferisce a New York, dove fa la conoscenza con il coinquilino Paul De Jong, violoncellista di origini olandesi affetto da una assai simile ossessione per i sample e le riarticolazioni sintetiche. Inizia un fitto scambio di vedute, intenzioni e minidisc: di fatto, sono nati i The Books. Nome che scherza con la ricca libreria di samples dei due (sui cui scaffali idealmente si collocano essi stessi) e la voracità letteraria di Paul, ma in cui riecheggia altresì il bisogno di ripararsi dietro una ragione sociale tanto generica quanto inestricabilmente legata alle sorti dell’umano.
I libri, appunto: fragili e incorruttibili, custodi del tempo “inutile”, segreti esegeti del mondo, depositari di profondità desuete e piaceri inconfessabili, cocciutamente moderni malgrado l’ininterrotta condanna del “progresso”. La loro musica si aggira dalle parti di questo ossimoro cercando di forzarne il limite, alla ricerca di un residuo umano ripulito di ogni retorica nostalgia, integrato ma intimamente apocalittico, asincrono quel poco che basta da sentirsi vivo nel flusso dei vivi, per quel che ancora può valere.

Il sodalizio si sviluppa e prende corpo, due anni di tagli, ritagli e frattaglie tra creatività febbrile e improvviso disimpegno (Nick ad un tratto molla tutto preso da voglia impellente di scalare gli amati monti Appalachi). In qualche modo i files giungono alle orecchie di “Mr Tomlab” Tom Steinle, che se ne innamora. Il suo intervento risulterà decisivo: dopo averli scritturati, impone al progetto una deadline che pur provocando qualche dissapore risolve però lo spirito da perenne work in progress, salvandolo da un più che probabile nulla di fatto. È così che, anno domini 2002, sul mondo è piovuto Thoughts For Food.

Simon and Glitchfunkle? Indigenous music!

Intervista

– Lost and Safe potrebbe essere considerato il vostro lavoro più “musicale”, o comunque quello nel quale il metodo da la spinta al sound, alle melodie, alle voci umane…

Diremo piuttosto che gli elementi che costituiscono la nostra musica lavorano assieme in modi leggermente differenti rispetto al passato. Per la prima volta abbiamo realizzato un album avendo una idea piuttosto chiara di partenza per quanto riguarda sia la strumentazione che avremmo usato sia come questa avrebbe dovuto essere sviluppata nel disco.

Abbiamo deciso di non usare nuovi strumenti in un brano a meno che non ce ne fosse stata una reale necessità e soprattutto volevamo creare un lavoro coerente, che portasse avanti un sound dall’inizio alla fine.

Inoltre abbiamo deciso di lavorare di più con liriche originali legandole il più possibile ai “found vocal samples” e inoltre abbiamo pensato a una strumentazione complessiva che fosse più facile da trasformare in vista di live performances. La necessità di un metodo risponde quindi a esigenze pratiche più che a scelte concettuali.

– Quali sarebbero le cose da salvare e quali da perdere oggigiorno?

Salviamo il “pensare” e l’”ascoltare” mentre lasciamo il sentire senza l’ascoltare e l’ascoltare senza il pensare.

Pensiamo di aver notato influenze quali Pink Floyd, Beta Band e Gastr Del Sol in quest’album… Cosa ne pensate? Avete altri ascendenti da citare?

Sono troppe le influenze da citare. Amiamo ascoltare e ascoltiamo tantissimi dischi ma quando si avvicina l’ora di lavorare seriamente a un album, spesso smettiamo di ascoltare la musica altrui per mesi. Tra i recenti favoriti vi possiamo menzionare sicuramente Nick Drake, Odetta e Paul Simon.

Mettiamo che la stampa vi voglia appartenenti a una scena particolare a tutti i costi, a quale movimenti vorreste essere riferiti?

Simon and Glitchfunkle’!

Il folk si muove sempre dietro o al di sotto le vostre composizioni: ritenete che sia ancora vivo? È ancora il testimone di uno spirito popolare?

Si, il folk sopravvive alquanto bene, anche se per folk dobbiamo dare un senso molto lato. Il folk significa per noi “indigenous music”, musica fatta da gente di un paese per il proprio paese. È la musica che fa la gente nelle proprie case. Stranamente la tecnologia ha dato alla gente un modo molto diretto di fare musica a casa e di condividerla con gli amici, e questo la toglie dalle pastoie del commercio per farla ritornare a casa. È un nuovo tipo di folk, ma lo spirito è lo stesso. Pensiamo che per questo sia un buon momento per la musica in generale.

Avanguardia e tradizione: se questa è un opzione dove pensano di andare i Books?

Continueremo a fare quello che facciamo, e una o entrambe queste etichette ci verranno affibbiate dagli altri. Non pensiamo che questa sia veramente una dicotomia.

Alcuni musicisti sono molto cerebrali per quanto riguarda il loro lavoro mentre altri odiano parlare della musica che fanno. E voi?

Amiamo parlare e pensare alla musica e all’arte ma sfortunatamente il linguaggio non funziona molto bene quando si tratta di utilizzarlo per descrivere un suono o un’esperienza. Gli idiomi sono limitati ecco perché forse sarebbe meglio apprezzare le cose senza intellettualizzarle. La nostra filosofia è rappresentata al meglio da ciò che facciamo, ed è qualcosa che gli ascoltatori dovrebbero interpretare personalmente. Non tocca a noi dire alla gente come funziona la nostra musica. È qualcosa che bisogna testare di prima mano.

– Se dobbiamo fare un riferimento pittorico diremo che combinate dadaismo e scorci impressionisti, patchwork iperralistici e qualcosa di action painting. Pensate sia solo un gioco o potrebbe essere un approccio sensato alla vostra musica? Che pittori vi hanno influenzato di più?

Ed Ruscha, Bruce Nauman, Cy Twombly, Marcel Duchamp, Piero Manzoni. Più alcuni artisti che sono anche amici molto vicini a noi, che tuttavia non sono conosciuti fuori dalla loro realtà

– D’altra parte potremo fare anche riferimenti cinematografici citando il surrealismo di Luis Buñuel e il folk delle pietre che piovono dal cielo di Ken Loach…

Dì quello che vuoi. Sai molto di più di quel che sappiamo noi. Noi non abbiamo molto tempo per andare al cinema, sfortunatamente. Paul una volta ha visto 730 film in un anno. E questo copre soltanto il 5% di quello che ha visto! Forse Brunuel sì. Specialmente i suoi film più vecchi, quelli con Dalì. E anche Entre Acte di Rene Clair, il perfetto film per bambini tra l’altro.

– C’è anche un’esperienza nel campo della scultura, nel vostro palmares… Avete in cantiere qualche altro fuori programma?

Abbiamo appena realizzato una soundtrack per ascensori per il Ministero della Cultura francese, una cosa un po’ bislacca ma interessante. Ambient music – anzi elevator music – alla maniera dei Books. Più importante però è l’archivio di fonts sonori che stiamo allestendo, un progetto complesso, molto stimolante, che ci permetterà in futuro di pescare dalla nostra collezione il suono più adatto per ciò che vogliamo esprimere. Colori, umori, odori, luoghi, ambienti, epoche, idiomi, sono solo alcuni dei parametri con cui cataloghiamo – e quindi poi possiamo rintracciare – i suoni. Bello, no?

– A proposito di “Found Voices”, quelle italiane stanno diventando una piacevole abitudine. Questa volta accade a “Venice”, dove curiosamente spunta un accento – sembra quasi – fiorentino. Dove avete trovato quel frammento? C’è una storia dietro a questo?

L’abbiamo trovato in un elleppì di un opera di Scarlatti degli anni sessanta. L’ultima traccia è una straordinaria registrazione di Salvador Dali che dipinge in pubblico al Teatro La Fenice di Venezia.

Dalì stava creando i set e i costumi per la prima di questa riscoperta opera. Non abbiamo editato quasi nulla soltanto un kahob e una linea di basso.

Perché il nome The Books?

Abbiamo fatto una lista dei nomi potenziali (come facciamo per tutto) e li abbiamo fatti leggere ai nostri amici. The Books era quello universalmente scartato perché “troppo noioso”. Era ovvio che era il nome per noi. The Books inoltre ci fa pensare a “The Waves” di Virginia Wolfe. È lo stesso tipo di titolo, ha una certa vastità.

– Nick Willscher puoi dirci quali cose connettono album come Solutiore Of Stareau, Willscher e Full Martyr Status Remixes al primo album dei Books?

Sono le mie prime registrazioni in assoluto. Ho iniziato a pubblicarle sul nostro website. Sono vecchie registrazioni alcune di loro imbarazzanti ma c’è una sorta di suono primordiale da quelle parti che alcuno potrebbero trovare familiare.

– Siete contenti che i critici vi hanno acclamato come gli inventori della folktronica con Manitoba, Mum, Four Tet e Coleen?

Non dimenticare che abbiamo anche inventato i “thumbtacks”