Photo by Chiara Meattelli and Dominic Lee - www.chi-dom.com

“For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” torna in stampa

In this time of proxy wars and false flag attacks as worlds collide
Now, more than ever is the time to say again
For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?
(Mark Stewart)

Come una fonte d’acqua nel deserto o una reliquia laica da custodire gelosamente da anni, For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, secondo album in studio dei The Pop Group, è diventato un’opera dal valore culturale e sociale inestimabile. Da quel plumbeo aprile britannico del 1980 era rimasto lì, sospeso in una dimensione extratemporale. Introvabile negli espositori, fuori da ogni logica di mercato (ordini, prezzi speciali, sconti), impeccabile nella sua portata ideologica. Copie sbiadite e consumate dal tempo potevano sbucare romanticamente solo dal retro di qualche mercatino di Camden, facendo sentire baciato dal destino chiunque avesse la fortuna di ritrovarsele tra le mani.

Il suo messaggio non è però stato scalfito dall’irreperibilità fisica, ma è strisciato di anno in anno, di epoca in epoca, di generazione in generazione, passando prima attraverso cassette e CD masterizzati e, infine, arrivando a noi profani compresso in intangibili byte. Ma For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? (che per il semplice valore simbolico non merita di essere ridotto ad acronimo alcuno, ma scritto e letto nella sua interezza) è uno di quei dischi che pretende un contatto fisico, carnale, e del quale – mentre ci si lascia travolgere dalla violenza dei poster portati in grembo dalla versione in vinile (alcuni dei quali potete trovarli in esclusiva qui di seguito) – si deve respirare l’odore di cartone e gommalacca. Custodirlo tra le mani resta quindi l’unico modo per sopperire all’impossibilità di non averlo potuto vivere in presa diretta, quando nei sobborghi umidi e tetri del Regno Unito le fiamme dei riots cominciavano a divampare e lui, insieme al fratello consanguineo Y (che lo aveva anticipato di un solo anno), suonava in sottofondo, scandendo il tempo alla ribellione.

FREAK 19 LP Poster 1A Blind faith_revised-page-001

A distanza di 26 anni dalla sua uscita Mark Stewart (leader iper-carismatico del combo di Bristol) ci è venuto incontro provvedendo a metter fine alle nostre smanie da feticisti del supporto fisico, e rimandandolo in stampa (in versione vinile e CD) per la sua etichetta indipendente Freaks R Us. E, nonostante For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? sia sempre riuscito a resistere alla sfida del tempo, ad emergere, ancora una volta, è la sua incredibile capacità di immortalare l’attualità. L’exploit della violenza xenofoba. La dittatura dei colossi dell’economia e della tecnologia che invade senza alcun tatto i nostri spazi, le nostre vite. E poi ancora le guerre, le migrazioni e la bieca politica fascista dei recinti spinati. Tutto questo lascia pensare che Stewart non potesse scegliere periodo più adatto per farlo tornare a rimbombare nelle nostre teste. Come se si trattasse di un monito: “è la storia che si ripete, e noi vi partecipiamo senza batter ciglio”.

Oltre il nichilismo la distruzione

Partire dai Sex Pistols per tracciare il cammino, o meglio la marcia, dei The Pop Group, può essere utile, ma non esaustivo. Siamo tra il 1975 e il 1976, Mark Stewart e la sua combriccola di amici, che poi sarebbero divenuti colleghi – John Waddington, Gareth Sager, Simon Underwood e Bruce Smith – sono nel bel mezzo delle loro asettiche adolescenze, aperti come non mai a qualsiasi influenza sia in grado di farli sentire veramente vivi. A scuoterli dal loro tepore provinciale penserà la scheggia punk nichilista e deflagrante di Rotten, Jones, Cook, Matlock prima, e Vicious poi. Un suono che arriva dritto dal fermento che si comincia a respirare per le vie, negli scantinati e nei fatiscenti appartamenti occupati di una depressa Londra. Ma in quegli stessi anni la vita di Stewart si concentra soprattutto nei locali sotterranei di Bristol, nelle cui viscere a risuonare è per lo più la black music, materia prima che, ancor prima del punk, si rivelerà essere elemento essenziale di quelli che di lì a poco sarebbero stati i The Pop Group («frequentavamo i funk club e perciò volevamo suonare funk. Pensavamo veramente di essere funky, ma non sapevamo suonare bene e allora suonavamo fuori tempo, così pensammo di essere avant-garde», dirà più tardi Mark Stewart).

Il funk, il sound giamaicano (a Bristol la comunità giamaicana era tra le più popolose) e la “musica nera”, quindi. Musica da ballare, ma allo stesso tempo capace di scuotere e con la quale i giovani cercano di contrastare i giorni bui che si profilano all’orizzonte. I tempi del boom economico sono infatti alle spalle, così come della beatlemania non resta che un flebile ricordo. Pace e amore vengono calpestate da rabbia e nichilismo. Le chiavi del numero 10 di Downing Street stanno per passare nelle mani di Margaret Thatcher, mentre dalle miniere si levano i primi moti d’orgoglio. Al di fuori dei confini, invece, imperversano guerre lontane, ma che echeggiano in tutta la loro brutalità sui media mainstream. L’aria è pesante, ostile. Tutto sembra mettersi per il peggio. Ci sarebbe da attingere a piene mani da questa situazione di collasso. Ci sarebbero da denunciare i soprusi del sistema, la povertà strisciante, la dittatura mascherata da democrazia. E la spinta non può che arrivare dal basso. Trovando alternative alla repressione e alle restrizioni messe in atto nel segno del rigore e dell’ordine. Cominciare a danzare sulle macerie senza perdere di vista quello che scorre attorno. Per dirla con Lester Bangs, «nel caso dei Sex Pistols, il problema oltre a tutto il marciume e le manipolazioni, è che, come molti altri punk (o forse quasi tutti), si sono fermati a metà: hanno detto che tutto fa schifo. E c’era bisogno che qualcuno lo dicesse, anche se non è per forza vero, ma non hanno fatto il passo successivo, quello di dire: “Però noi abbiamo un’altra idea…”. Non hanno nemmeno cominciato a cercare di scoprire quali alternative valide e coraggiose ci potessero essere».

Se è vero, quindi, che da un lato i Pistols avevano contribuito a sfondare le porte, creando quell’immaginario estetico e filosofico che era riuscito a incanalare la rabbia dei giovani d’Albione (che sarebbe sfociata di lì a poco nei Brixton Riots del 1981, per poi espandersi a macchia d’olio nelle inner cities di Birmingham, Liverpool, Nottingham, Manchester), dall’altro il loro suono rudimentale, violento e schematico non si curava d’altro che di distruggere. L’esatto opposto di quello che i The Pop Group, manieristi nel loro caos cosmico e costantemente attenti a tutto ciò che avrebbe potuto contaminare il loro suono (la poesia beat, le teorie situazioniste e avanguardiste, il multiculturalismo), si sarebbero rivelati essere.

FREAK 19 LP Poster 2B There are no spectators_revised-page-001

Dancing in the ruins

Si arriva così al 1979, anno che segna il debutto dei The Pop Group («c’eravamo chiamati Pop Group perché quel che facevamo era la nostra pop music»), prima con il singolo She Is Beyond Good And Evil, poi con il full length Y (entrambi pubblicati per l’indipendente Radarscope Records), che segna il primo passo di quella destrutturazione pressoché totale del termine punk, sospeso ora tra il tribalismo primordiale e tutto ciò che è post (funk-reggae-jazz-dub). Una dissonanza in termini che genera un cortocircuito nelle menti del pubblico e rende l’approdo della band sulla scena devastante. Il radicalismo politicamente schierato avanza tra la paranoia e la ricercata cacofonia sonora, che dimostra come l’essenza della band di Bristol sia quella di esserci per disturbare, agitare, rimettere in moto le coscienze.

Eppure il tribalismo selvaggio di Y non basta per descrivere l’impatto avuto da Stewart e Co. sulle sorti di quello che sarebbe poi stato rinominato post-punk britannico. È infatti in For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, dato alle stampe a un solo anno di distanza questa volta per la Rough Trade di Geoff Travis, che i The Pop Group perfezionano quello che si rivelerà il loro vero leitmotiv sonoro e comunicativo. L’impegno politico, così come la sfrontata sfida all’ortodossia e al conservatorismo benpensante, e la denuncia di crimini di guerra, si incatenano ai ritmi frenetici e primordiali (che, nonostante si dimostrino più convenzionali rispetto al predecessore, continuano ad attingere – quasi saccheggiando – dalla musica nera). Si danza su scheletri avant-funk impregnati in un acido dub (miscuglio sonoro che contraddistinguerà l’avventura solista di Mark Stewart qualche anno più tardi) e su messaggi sovversivi: sull’inno anti-consumistico We Are All Prostitutes, sulla chiamata alle armi di Forces of Oppression e sull’internazionalismo di Feed The Hungry (che porta a galla la miseria della Bolivia, dell’Indonesia o delle baraccopoli indiane). E ancora sulla denuncia delle brutalità poliziesche di Justice e sul rimprovero al disimpegno e al passivismo politico dei sudditi di Sua Maestà in There Are No Spectators («no one is innocent / and no one will be forget [..] To wash your hands of the conflict / between the powerful and the powerless / means you are taking sides with the oppressors»). Invettive che sarebbero andate a comporre quello che Mark Paytress, giornalista di Mojo, definirà un “Revolutionary Anti-Imperialist Manifesto”.

FREAK 19 LP Poster 2A Justice_revised-page-001

Un manifesto che, oggi come ieri, rappresenta l’affresco di una realtà macchiata dal sangue e dall’odio, dall’oppressione dei ricchi e dei potenti sui più deboli. For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? è una granata, la cui deflagrazione, da ventisei anni, continua a far tremare la terra sotto i nostri piedi. E ora torna, minaccioso e ringhiante come allora, in tutta la sua carica eversiva.

[Photo Credits: Chiara Meattelli e Dominic Lee]

I più letti