From North (East)

Dietro l’angolo c’è la tentazione di scivolare in uno dei grandi luoghi comuni della musica britannica di tutto il Novecento, una di quelle dicotomia che hanno fatto la storia stessa del pop della terra d’Albione: il Nord dell’Inghilterra e la Scozia versus Londra, la swinging, la fashionable, la città nella quale le mode stesse, le tendenze (e si sa quanto contano i trend nella musica pop) vengono create.

Frankie & The Hearstrings vengono da uno di quei luoghi di provincia, Sunderland, che ha sempre – necessariamente – subito il fascino della metropoli, della grande città, ma ha contemporaneamente voluto affermare orgogliosamente la propria identità. Lo ricorda anche lo stesso Frankie Francis, raggiunto al telefono per quattro chiacchiere: veniamo da una delle città meno trendy, meno fashionable dell’Inghilterra, mentre a Londra le cose stanno su un piano diverso, perché ci sono un sacco di persone, moltissimi posti dove c’è ogni sera un concerto, un reading, qualcosa che accade.

La metropoli può essere un eldorado per mettere in prospettiva le proprie aspirazioni e per qualcuno, e la storia è piena di esempi in questo senso, può essere anche la fine di un percorso, perché se c’è molto fermento, aumenta anche la competizione. Non così se accetti al provincia e ne fai il tuo trampolino di lancio: “da dove veniamo noi, invece, le cose sono più facili”. Non è detto che questo sia per forza un bene, perché bisogna darsi molto da fare, costruirsi una credibilità a livello locale, magari affrontando le diffidenze di chi ti conosce da sempre e mostra tutti i suoi scetticismi. Ma se la qualità delle tue canzoni e la stoffa che sta dietro a quello che è comunque un prodotto commerciale (si parla pur sempre di ‘pop music’, intendendo ‘musica per le masse’, non certo per colte élite salottiere) non la stessa di tutti i gruppi che cercano il loro raggio di luce, allora le cose possono funzionare.

Non si tratta, però, solo di questo, perché per noi è sempre importante ricordarci da dove veniamo, qual è il nostro posto, dove sono le nostre radici. Ritorna, misto a un sentimento di appartenenza di altri tempi, anche un orgoglio, lo stesso che ha dato forza a molti gruppi targati Postcard e “suono della giovane Scozia”.

Al di là del solito riferimento a gruppi come gli Orange Juice e Josef K (ma ci sarebbe da aggiungere almeno i Dexys Midnight Runners), un nome che ritorna spesso sulle colonne dalla stampa quando si parla di Frankie Francis e dei suoi Heartstrings è Morissey. Un po’ perché sembra che sul palco, come afferma chi li ha visti live durante il fortunato tour di spalla ai Futureheads (altra band del nordest inglese), il giovane cantante dal look rockabilly sia capace di calamitare con il proprio carisma qualsiasi tipo di pubblico, facendo sembrare ogni gig un evento unico e speciale. Un po’ perché i riferimenti alla musica anni Cinquanta (crooning compreso), con quelle chitarre jingle-jangle e quelle melodie blue eyed soul appiccicose e spesso sbarazzine, fanno del materiale di Hunger una delle migliori scuse in circolazione per muover i piedi e le anche a ritmo, come accadeva per gli Smiths. Morrisey è sempre un paragone che lusinga, che fa piacere. Soprattutto se sei un fan, se ti piace quello che ha realizzato con la sua band.

Nella voce di Frankie, però, nonostante la sicurezza che ostenta per tutto il resto delle nostre chiacchiere, qui compare qualche esitazione, quasi che comunque il pensiero di mettersi nella stessa scia, di affrontare l’ombra di colui che è sicuramente stato una delle ultime vere star prodotte nel Regno Unito abbia un peso superiore a tutte le preoccupazioni che una band all’esordio, per quanto coccolata dalla stampa e dalla blogosfera, possa avere.

I riferimenti musicali dichiarati della band non si fermano qui, ma comprendono anche Prefab Sprout (sono un band molto importante, specialmente per gente come noi, che viene dalla provincia. Secondo me hanno prodotto tra le cose più belle nel pop di tutta la storia della musica pop), Echo And The Bunnymen e Talking Heads: durante le chiacchiere da pub che abbiamo fatto quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto che sono due band che piacciono a tutti noi. È anche per questo che abbiamo deciso di formare la band. A proposito dei primi bisogna dire che di Killing Moon c’è più di una traccia nei brani meno energetici di Hunger e che il crooning di Frankie devo qualcosa a Ian McCulloch. Con i secondi è più difficile individuare eredità dirette, ma di sicuro li accomuna un nervosismo generale e tutto sommato il giro di chitarra di Ungreatful non è così lontano dalle abitudini di Byrne e sodali.

Con la band newyorkese, però, sembrano più che altro condividere un interesse sociale non secondario, testimoniato anche dalla scelta di usare per tutte le cover di album e singoli foto di Keith Pattinson, il cui libro No Redemption è una documentazione attentissima del famoso sciopero dei minatori britannici del 1984. Le sue foto, seppur non nello stile, evocano però lo stesso immaginario da working class e da provincia di una copertina come Steve McQueen dei Prefab Sprout. Insomma, si guarda a certe sottotrame degli 80s, quelle che rileggono i 50s edulcorandoli e cromandoli, e lasciando da parte slanci lisergici o (retro)futuristi.

L’attività live nel nordest del paese deve avere cementato fortemente la band e quando si parla dell’importanza della dimensione live, emerge un po’ di quello spirito sbruffone ma simpatico che spesso si riscontra nelle giovani band con quell’aria cazzuta che il mondo anglosassone ha sempre prodotto. Il palco è una dimensione importante per la musica, ma non si tratta solo del piacere di suonare insieme. I live set permettono un contatto diretto con l’energia della gente che ti viene a sentire e, in quelle situazioni, mi sento molto a mio agio, ho fiducia nelle mie capacità e in quelle della band: la fiducia nelle tue capacità, nelle tue canzoni, nei tuoi mezzi.

È una forza che bisogna avere se vuoi provare la strada del pop, se vuoi davvero provare a diventare una sensation e poi, chissà, inseguire Morissey sulla strada della celebrità. Questo lo dirà solo il tempo.

21 Aprile 2011
21 Aprile 2011
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