Artizhan: Mente, cuore e mani.

Dj, turntablist, produttore, tante sono le anime musicali e i progetti in cui negli anni Francesco Cozzolino, in arte Franky B, è stato coinvolto. Oltre ad innumerevoli 12″, pseudonimi e collaborazioni, due importanti release sulla lunga distanza come S.E.B.A., uscito nel 2013, ed Against, pubblicato due anni dopo, ricche di suggestioni ritmiche e stilistiche e di collaborazioni d’eccezione (da James Senese a Pietra Montecorvino, da Alessio Bertallot a Marcello Coleman). In occasione del lancio del suo nuovo progetto sotto lo pseudonimo di Artizhan e dell’uscita del suo nuovo EP Nasty Drifts From Sequoia, lo abbiamo raggiunto per saperne qualcosa di più. Ecco quanto il dj napoletano, ma milanese d’adozione, ci ha raccontato.

Il mese scorso è scomparso Philippe Zdar. Questo mi ha portato a fare una riflessione e cioè di come al pari del rock, anche la club culture – anche se relativamente più giovane da un punto di vista temporale – abbia raggiunto una fase in cui sempre più spesso celebra i propri protagonisti che non ci sono più. Più in generale si nota come stia diventando un movimento musicale in cui, come nel rock appunto, alcuni dei suoi attori principali stanno raggiungendo uno status di “legacy”, come dicono gli anglosassoni, cioè di “patrimonio culturale”. Che ne pensi?

Per me, molto semplicemente, è sempre stato così. Per farti un esempio, Adamski o CJ Mackintosh, e con tutto il rispetto stiamo parlando di due dinosauri che molto probabilmente i più non conoscono, per me erano già “legacy” quando ero ragazzino. Io provo ogni giorno questa adorazione per i grandissimi pionieri della musica elettronica. Li vedo allo stesso livello dei grandi del jazz. Per me sono delle figure iconiche, che si tratti di Aphex Twin, Source, CJ Bolland, Joey Beltram o Frank de Wulf. Per non parlare di tutto l’aspetto americano dell’hip hop, dello urban. Non sono un purista, sono contento che si vedano sempre più artisti sotto quella luce, è importante che la cultura elettronica si prenda quello che gli spetta, anche se c’è sempre il sospetto che dietro a questa popolarità ci sia più che altro un fenomeno di hype. Si fanno dei nomi per sentirsi “clubbers”, senza avere mai veramente ascoltato la musica di questi produttori. Poi per me è sempre stato molto importante possedere i dischi fisici, sapere cosa mi ha portato all’acquisto di quel particolare vinile e cosa ha generato nella mia formazione musicale. Come dj io mi sento come appartenente a un ordine, a una casta che ha delle regole ben precise, uno che usa i suoi dischi come se fossero delle armi.

Nel tuo sound si sente questa cultura musicale. Il nuovo EP poi, rappresenta ma soprattutto sintetizza molto bene quelle che sono le tue tantissime influenze…

Io rifuggo qualunque cosa venga etichettata e categorizzata, qualsiasi “scena”. D’altra parte cerco di rifarmi molto umilmente ai suoni dei maestri che mi hanno trasmesso delle emozioni. Per anni la mia produzione come Franky B è stata ultra eclettica. Eclettismo che, sia chiaro, ha sempre un valore, anche se mi sono reso conto che prendendo una certa direzione musicale ne vengono automaticamente precluse altre. Da qui l’idea di creare un progetto dedicato come Artizhan.

Come ti è venuta l idea del nome Artizhan? Conoscendoti sono sicuro che c`è un significato ben preciso dietro…

Artizahn perché vivo la mia disciplina come un’arte arcana che custodisco e affino ogni giorno, con la mente il cuore ma anche le mani. Tecnicamente faccio lavori manuali. Quindi amo il concetto di artigiano con la sua bottega. E poi, visto che molti in questo campo si autodefiniscono “artisti”, io preferisco vedermi come un artigiano. Inoltre, quando realizzo dei dischi li produco da musicista, libero dalle strutture che la musica da dancefloor impone. Uno dei miei maestri, Simone Cavagnuolo, mi ha insegnato una grande lezione chiedendomi: «Ma tu, la musica che produci, la suoneresti come dj? La andresti a comprare?» Se puoi rispondere positivamente a queste due domande, stai in pace con te stesso.

Prendendo in considerazione i tuoi album, li ho sempre visti come progetti corali, realizzati assieme a molti musicisti di grande talento. Artizhan dà l’impressione di essere qualcosa di molto più personale…

Si vuole sicuramente discostare da quello che ho fatto prima. Tutte le persone che hanno preso parte ai miei dischi sono state coinvolte perché mi sentivo di avere un debito morale nei loro confronti. Uno su tutti James Senese, che coinvolto in un cameo nelle riprese del video promozionale del brano Vesuvius Bunks volle aggiungere il suo sax. Con il mio socio storico Peppe Cozzolino abbiamo fondato addirittura una vera e propria band, molto vicina alle dinamiche del rock. Sono state esperienze che mi hanno arricchito tantissimo da un punto di vista umano e musicale, ma come conseguenza mi hanno anche prosciugato di energia. Era tutto molto pesante da sostenere. E ora sento di avere estinto il mio debito.

Per contro, la musica elettronica e la club culture vengono viste come delle scorciatoie per arrivare a ottenere facilmente “il successo”, non come un percorso artistico che prevede anche tutta una serie di tappe obbligate e necessarie…

Se fossi un ragazzino oggi, non farei il dj. E non per fare il bastian contrario ma perché questa corsa al successo, ad occupare un posto nella “scena”, sta rubando alla nostra musica e alla nostra cultura tutta l’umanità. Il mio pubblico ideale è agli antipodi rispetto a quello che segue le mode, non è quello dei festival, non è quello che affolla le consolle per mettersi in mostra. La cosa più bella dei movimenti legati alla club e rave culture era che dietro alle copertine dei dischi c’erano dei messaggi, riguardo alla spiritualità, riguardo alla ritualità del dancefloor. È lì che devi espandere la coscienza, andare in estasi. E come fai ad andare in estasi con il telefonino in mano mentre fai selfies? Quando prendevi in mano quei dischi si metteva in moto un meccanismo di identificazione, ed il messaggio arrivava forte e chiaro.

So che in questo momento hai trovato però una situazione che ti si addice, vero?

Grazie ad Adriano Gigante, imprenditore illuminato, dallo scorso settembre ho avuto la possibilità di dirigere artisticamente questo locale che si trova sul lago di Lucrino, nella zona Flegrea di Napoli, e che si chiama Akademia Cucina & More. Dall’estensione del nome si può già capire che si tratta veramente di un ibrido in cui possono convivere situazioni diverse, oltre all’enogastronomia di un certo tipo. La mia presenza dovrebbe garantire una selezione musicale e di contenuti con il fine di fare divulgazione culturale. Il dancefloor si può creare ma oltre ad ascoltare la musica suonata da dei dj professionisti stiamo tentando di organizzare degli appuntamenti di cultura elettronica. Abbiamo avuto Damir Ivic, Claudia Attimonelli, con il suo libro sulla techno, oltre alla mia one night mensile che mi dà tantissimo divertimento.

Restiamo sul tema del tramandare una certa eredità, una certa cultura. Non ne ho fatto menzione fino adesso, e volutamente anche perché chi ti conosce lo sa molto bene, ma tu sei anche uno dei più stimati turntablist italiani. Hai mai pensato di tramandare i segreti di quest’arte insegnando ai più giovani?

In effetti il progetto Artizhan esula da questo aspetto della mia attività. Comunque, da tre anni a questa parte sono coinvolto in una serie di seminari all’interno dei programmi dell’accademia musicale Six Sound. Tra le materie c’è anche il djing. Settimanalmente seguo dei ragazzi e cerco di guidarli attraverso un mondo musicale, insegnando l’uso di un set up classico come il mio, due giradischi e un mixer con l’integrazione di un time-code. È un impegno al quale mi sottopongo volentieri perché sto seguendo nel corso degli anni delle persone nella loro evoluzione, e questo mi dà molte soddisfazioni anche dal punto di vista umano.

Arriviamo finalmente al tuo nuovo EP Nasty Drifts From Sequoia, uscito su Apparel Tronic. In che circostanze è nato?

Ho iniziato a immaginare e a scrivere questo disco verso agosto dell’anno scorso, e l’ho finito il 30 novembre. Mi sono fatto trasportare da suggestioni esotiche e allo stesso tempo nordiche e granitiche. E ho immaginato questa sequoia gigante, secolare, da cui proviene un richiamo totemico e ancestrale. Da qui l’idea dei “Drifts” nel titolo, intesi come orbite soniche che provengono e ritornato alla grande sequoia. Luigi Pane, regista ma anche musicista, suona le percussioni nel brano Honky Tonk Clay. Per il video di questo pezzo i video makers Diego Indraccolo e Alice Gatti hanno coinvolto a Londra un sacco di gente meravigliosa e professionale, che ha voluto partecipare al progetto semplicemente per amore della musica che gli è stata proposta.

Per salutarci, domanda inevitabile. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A ottobre sempre per Apparel esce un disco in vinile, che includerà anche una produzione di SCSI-9, con una novità di Artizhan molto club oriented ma sempre scura e profonda. Spero di avere la possibilità di fare altri video e sopratutto spero di trovare un giusto e corretto booking management per Artizhan. Sarebbe pure ora, no?

18 Luglio 2019
18 Luglio 2019
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