Freaks, to infinity and beyond

L’opportunità di parlare con il Wayne Coyne leader dei Flaming Lips, prima della pubblicazione del tredicesimo disco della formazione americana, è in special modo interessante. E non solo perché i Lips hanno ormai attraversato tre decadi in musica divenendo punto di riferimento e influenza dichiarata per buona parte della scena psych-rock attuale, ma soprattutto perché Wayne è un personaggio – magnetico e sicuro di sè, molte volte impertinente – che, passati i cinquanta, conserva ancora intatta la curiosità propria di un bambino. Si meraviglia continuamente di ciò che lo circonda e, per nostra fortuna, questo lo porta a rimescolare sempre le carte in gioco. L’artista, che incontriamo per l’occasione in un albergo di Londra – il cui arredamento è sufficientemente strano da armonizzarsi perfettamente con la filosofia del gruppo -, sembra quindi nel giusto spirito per compiere l’ennesima evoluzione, per iniziare l’ennesima ricerca.

Nei quattro anni che hanno separato Embryonic da The Terror, Wayne ha forse vissuto il periodo artistico più bislacco, riempiendo il catalogo dei Flaming Lips di diversi progetti senza – apparentemente – un filo conduttore e non mancando di far parlare di sé per qualche episodio fuori dall’ordinario. Come quando, a fine 2012, l’intero aeroporto di Oklahoma City – città base dei Lips – in preda al caos viene allertato perché Coyne trasporta una granata in valigia (rivelatasi poi un facsimile regalatogli la sera prima ad un party). Lo scorso San Valentino, i Lips hanno poi pubblicato un disco inserendolo in una copia perfetta di cuore anatomico, quest’ultimo prodotto da una speciale fabbrica di cioccolato. Sempre rimanendo in tema dolciumi, nel 2011 è stata la volta di una penna USB – contenente tre canzoni inedite – posizionata all’interno di un cervello gommoso inserito a suo volta in un teschio gommoso, il tutto di dimensioni reali.

In mezzo a tutte queste release, ci sono anche matrimoni celebrati dallo stesso Coyne a un festival a Montreal (nel potere dell’LSD), un tatuaggio fattogli da Ke$ha durante le session di The Flaming Lips & The Heady Fwends e una lite sui social media con la regina del neo-soul Erykah Badu. Nonostante la mole di materiale pubblicata dal gruppo in questi due anni, il vero e proprio passaggio di consegne avviene con The Terror. Esso rappresenta una fatica meno cosciente, meno ordinata, di Embryonic, ma allo stesso tempo si può considerare il disco più cerebrale dei Lips, un ulteriore salto nel vuoto – dimensionale – che vede il gruppo inoltrarsi in psych-jam sempre più lunghe, sempre più oscure. Tutto o quasi frutto delle visioni in grande scala di Wayne, che arrivato a questo punto non si nega nessun capriccio.

Incontro interessante anche perché, una volta sedutosi a parlare, Coyne entra totalmente nella conversazione, come se la comunicazione fosse il momento migliore per rielaborare idee, pensieri, progetti e ambizioni. Dà le risposte, ma allo stesso tempo si fa tantissime domande. Ecco allora che l’imminente The Terror è solo il pretesto per affondare il colpo nell’universo Flaming Lips a 360º, tra presente, passato e futuro.

Il nuovo album è, come sempre, un nuovo viaggio sonico, solo più oscuro del solito. Tanto che la prima volta che l’ho ascoltato ho pensato di non averlo capito. Le note stampa affermano che The Terror è l’assenza di amore. Anche il tuo paragone tra “L’urlo” di Munch e “Try To Explain” l’ho trovato molto calzante. È quindi questa la chiave di lettura?

È più oscuro, si, e ha uno strano mood. L’idea di base è che noi umani non possiamo fare a meno di amare e, quando incontriamo qualcuno che non vuole amare, è una di quelle cose strane e misteriose. Penso sia un vero e proprio meccanismo che noi abbiamo. Le nostre menti hanno bisogno di amare: musica, alberi, persone, vestiti, cibo. Diamo un così grande valore all’amore, ce lo costruiamo in testa. A volte diciamo “l’amore è tutto”. Lo diciamo, ma parte di noi sa che non può essere vero. Perchè l’erba, gli insetti, gli alberi non amano nella nostra stessa maniera. L’universo forse, ma non saprei. The Terror è una ricerca sul vero valore dell’amore, o almeno la mia ricerca al momento. Magari c’è più di questo. Quello che vogliamo dire con The Terror, è che tu scopri che la tua vita è ancora vita, anche senza amore. Forse non è la vita che vorresti vivere, forse è una vita che non vorresti nemmeno conoscere. Magari, se sei abbastanza fortunato, vivi la tua vita senza sapere nulla del valore dell’amore e poi muori. E buon per te. Non lo so. Ma non si può non essere curiosi nel cercare di capire cosa sia questa cosa che ci muove. È qualcosa che mi tormenta continuamente.

Vi aspettate una reazione simile dal pubblico, priva di amore, o magari di sorpresa?

Non lo so. Penso che i fan dei Flaming Lips vogliano essere sorpresi. È il tipico disco che se ti siedi, lo ascolti e pensi “devo fare questo e nient’altro”, non riesci a capirlo. Ma se lo ascolti mentre stai facendo qualcos’altro, ti coglierà di sorpresa. E magari, col tempo, ci ritornerai, quando la tua testa sarà impegnata in cose diverse. A volte lo ascolti e non è per niente intenso, è molto “whoo-whoo-whoo”. E ti blocca per un momento. Mi ricorda The Dark Side Of The Moon. Quando ascoltai quel disco per la prima volta, non mi piacquero tutte le canzoni, ma con il tempo ho veramente imparato ad amarle. Penso che The Terror abbia un effetto simile.

Parliamo di testi. Dopo trent’anni credi che sia più semplice scriverli oppure fai fatica a trovare nuovo materiale?

Nessuna delle due. A volte è veramente facile, altre volte è impossibile. Agli inizi credo di non aver scritto veri e propri testi, inventavo solo roba. Che è differente dell’esprimere te stesso. Adesso lascio che sia la musica ad influenzare quello che dirò, invece del contrario. L’abbiamo fatto in tutte le maniere, ma adesso è così che scrivo.

Cosa ci dobbiamo aspettare dai vostri nuovi show? Puoi anticipare qualcosa di quello che avete in mente per The Terror?

Non lo facciamo spesso, forse l’abbiamo fatto ai tempi di The Soft Bulletin, ma comunque puliremo la lavagna. Ricominceremo, faremo questo tipo di musica per un po’, con uno spirito diverso. È un disco talmente strano che dovremo concentrarci su questo umore. Penso che sia un buon cambiamento per noi adesso. Essere diversi per un po’. Questo non vuol dire che l’altra nostra identità non ci sia più, quella grande celebrazione che facciamo, molto intensa e freak. Mi piace ancora, sarà sempre parte di noi. Dopo trent’anni, ovunque si vada, la gente si aspetta da noi un po’ di quello, ovviamente. Stavamo provando, trafficando in studio con della roba, luci e altro. Avevamo questo muro gigante fatto di specchi, sullo sfondo. Era bello, ma non ci convinceva pienamente come idea definitiva. Non sai mai quale sia l’idea definitiva, si fanno un po’ di prove alla cazzo. Così l’abbiamo tirato giù, sul pavimento. Avevamo queste luci ed effetti in azione e, mentre suonavamo, il risultato era veramente strano ed interessante, tanto che abbiamo ripreso tutto. Quello che si dice “processo organico”? Beh, comunque lo porteremo on stage.

Quali dischi dei Flaming Lips pensi si sposino meglio con The Terror, per un’eventuale scaletta?

Potenzialmente tutti. Penso che se uno venisse a vederci dal vivo e non suonassimo Do You Realize? oppure The Yeah Yeah Yeah Song, rimarrebbe deluso. Come tutte le band, cercheremo di presentare al meglio quello che stiamo facendo ora. Parte del gruppo è in grado suonare qualsiasi canzone venga richiesta ad ogni serata, ma non è così per me. Non riesco a ricordare sempre tutte le canzoni, dobbiamo fare un sacco di pratica. Non siamo diversificati come, ad esempio, Radiohead o Wilco, band in cui ognuno è un grande musicista. Non potrei eseguire cinquanta pezzi alla volta, non me li ricorderei. Non conosco lo strumento così bene. È più un lavoro di collage sonoro per me.

Pensi che un approccio prettamente critico alla tua musica – o alla musica in generale – sia a volte una perdita di tempo? Nello specifico per quello che tu stesso hai definito un lavoro “self indulgent”, quindi molto personale…

Penso che sia ottimo avere un’opinione, avere qualcosa da dire. La cosa peggiore del mondo è quando le persone non hanno niente da dire. Penso che esprimere qualcosa sia più interessante che non dire niente. Mi piacerebbe che mi si dicesse che sono la cosa migliore al mondo, ma se non accade, fa niente. Quando qualcuno mi dice “il tuo disco è pessimo” a volte mi fermo a pensare e dico che forse ha ragione. Sono aperto alle critiche. Tu, sedendoti qui davanti a me, cercando di conoscermi, mi dai l’opportunità di dirti che il disco parla di me, della mia vita, o qualunque altra cosa. E forse questo ti cambierà, facendoti pensare qualcosa di diverso sulla mia musica, l’arte, le idee.

L’immagine che si ha di te è quella di una persona che “crede”. Non necessariamente in senso religioso, magari più generale. Ecco, il Wayne di oggi, in cosa crede?

Lo sono! Ci credo, credo in tutto. Oggi credo nel potere di tentare, nell’amore, nel potere dell’entusiasmo, dell’esperienza. Penso che tutte queste cose lavorino assieme. Credo nella buona sorte. Devi provarci, alla fine, ma non sono un fatalista, in quello non ci credo. L’idea che uno possa predire il futuro non mi convince. Credo che ognuno possa influenzare la propria vita tramite le proprie azioni. A volte peggiori la situazione, provando cose diverse. Ma non credo a un Dio o a qualcosa che giudica, quello per niente. Credo alla gente, credo agli umani.

Quindi nient’altro sopra le nostre teste?

Credo nell’universo. Parte di quello che diciamo nel nuovo disco riguarda questo dilemma sul cosa ci controlla. Saranno le nostre menti, con le nostre esperienze e i nostri desideri? Oppure è tutto davvero parte di una grande macchina e noi non abbiamo proprio voce in capitolo? Oppure è una vita che deriva dai nostri antenati, dalle nostre madri e dai nostri padri? Non lo so, ci penso continuamente. La ragione per cui il mio cibo preferito è quello che è, la ragione per cui ho ancora i capelli. Prendo tutte queste cose e dico “questo sono io”, ma so di non essere veramente il padrone e il maestro di tutto questo. L’universo lo è sicuramente più di me. L’universo ci dice ok, puoi decidere cosa mangiare, ma poi deciderò io quando andrai in bagno; tu puoi decidere chi scopare ma decido io chi amerai, e così via. Non lo so. Molti sono desideri profondi. Forse posso decidere di fare musica, e l’universo deciderà se sarà una merda oppure no?

La tua ossessione costante, in dischi diversi, sembra riguardare la tecnologia. Qual è il tuo rapporto con essa? Pensi che la tecnologia ci separi oppure che ci unisca?

Ho intorno un sacco di gente che è davvero al top assoluto in fatto di tecnologia, che ne capisce molto più di me. Io ne utilizzo tutti i benefici, sono ossessionato più da quello che può fare che da come funziona. Prendi i telefoni: la gente pensa che ci distolgano dall’essere presenti sul momento, ma io non sono affatto d’accordo. Con questo telefono, solo oggi, interagirò con un sacco di persone e questo avrà un effetto su di me. Un effetto reale, che alla fine ci avvicina. Anche l’idea di rendere la musica così onnipresente – con pochi dollari hai a disposizione l’intero mondo della musica – è fantastica. Chiunque pensi che questo ci allontani dall’arte e dalla cultura, è un pazzo! Da bambino, ero povero. Non avevamo denaro da spendere per tanti dischi. Tra me, i miei fratelli e le mie sorelle, avremo avuto al massimo dieci dischi. Oggi puoi leggere mille opinioni al giorno su ogni argomento, in tempo reale, come su Twitter.

E proprio su Twitter avete litigato tu e Erykah Badu, giusto? È ancora arrabbiata per quella storia del video di The First Time Ever I Saw Your Face?

Si si, certo. Non ha ragione, ma va bene così. Non mi preoccupo troppo del perché o del come. Il fatto che abbiamo lavorato a quella musica insieme, per me, è più importante. Quindi farò di tutto per tenere quella musica in vita, ed è anche per questo che non parlo molto della cosa. So che lei è ancora super incazzata per quella storia.

Invece non ricordo se tu e Jonathan Donahue (ex-membro dei Lips, poi fondatore e frontman dei Mercury Rev, ndr) siete ancora amici?

Si si, lo vedo ogni tanto. Ci sentiamo spesso via messaggio, anche oggi. Amo Jonathan. Non so quale sia la percezione del nostro rapporto dall’esterno, nemici o chissà cos’altro. Niente di tutto questo. Lo adoro.

Il 2011 e 2012 sono stati particolarmente ricchi di pubblicazioni. The Flaming Lips & The Heady Fwends su tutti. Come è nato il progetto?

Presentavamo idee differenti per ogni mese. A volte solo una registrazione, altre volte progetti più corposi. Non è stato semplice da organizzare, c’è stato un sacco di lavoro. Il nostro contratto con Warner Bros scadeva alla fine del 2010 e loro volevano vedere quali fossero i nostri progetti, in vista di un futuro rinnovo. Non so perché per loro fosse così importante, ma comunque è così che le case discografiche lavorano oggi. Abbiamo colto l’occasione per fare cose che non avremmo potuto fare tramite una grossa corporation come WB. Non potresti mai commercializzare un disco con del vero sangue umano, non è legale. Non illegale ovunque, ma nella maggioranza dei paesi lo è. Lo volevo fare comunque, così l’ho fatto. In molti paesi del mondo non puoi possedere teschi umani, figuriamoci venderli. Non puoi farlo in nome di una grossa compagnia, ma come singola persona è differente. Non vendo propriamente sangue o teschi, vendo arte.

Dove li avresti presi?

Conosco un tizio, a Oklahoma City. Non penso che possa essere arrestato, ma c’è comunque un elemento di illegalità in tutta la faccenda. L’ho fatto perché lo volevo, così ho preso i rischi del caso e ho pensato “se posso cavarmela, lo farò!” La ragione per cui provo a fare tutte queste cose, alla fine, è sperimentare cose nuove. Bisogna essere un po’ impulsivi. Qualche idea era buona, qualche altra noiosa, ma il tutto ti dà un sacco di slancio. Registravamo ogni due o tre anni, nei normali cicli discografici. WB non ha bisogno di una canzone di sei ore, ma i Flaming Lips si.

Per non parlare di quella di 24 ore! Il materiale era tutto così imprescindibile oppure è stato un semplice esperimento? Pensi che l’abbiano ascoltata in molti, per intero?

Non molti, ma alcuni l’hanno ascoltata in parti diverse. So per certo che un paio di persone l’hanno ascoltata per intero.

Giusto un paio?

Beh c’era solo un numero limitato di copie…

Eh, ma c’è anche su YouTube…

Si, sarà sicuramente divisa in sezioni, ed è così che la gente potrebbe ascoltarla, di tanto in tanto. Per poi farsi un quadro generale. Penso che dipenda dal tuo stato mentale. Se volessi prendere delle droghe e chiuderti in una camera d’albergo ascoltando unicamente quella musica, penso potrebbe essere un’esperienza strana. Non siamo noi a dettare i modi, gli altri possono trovarli. C’è una parte di musica che, nello streaming che va avanti online all’infinito – almeno in America – inizia verso l’una del mattino e va poi avanti per sette ore. Anche io ho provato un paio di volte, ad addormentarmi con questi suoni scroscianti che salgono, scendono…e quando ti svegli, sono ancora li. È una figata. Non è intesa come “oh che bella canzoncina, passiamo alla prossima”, è concepita per essere un’esperienza differente. La musica e l’arte non hanno limiti, si può fare qualsiasi cosa, se se ne ha la voglia. Non importa che poi abbia successo o che fallisca. Tu falla. E io la faccio. Credo fermamente nella frase di Andy Wharol (originariamente di Marshall McLuhan, ndr) che “l’arte è qualsiasi cosa con cui puoi cavartela”, ma non la intendo in maniera cinica.

Si è saputo che, dopo la vostra versione di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd e il progetto sui King Crimson, avete in cantiere la cover dell’intero album di debutto degli Stone Roses. Qual è il filo che lega tutti questi lavori?

Si, lo faremo. Non come Flaming Lips, più come una manciata di gruppi, tutti insieme. Ad altri artisti che vengono invitati di continuo nel nostro studio, faccio suonare questa o quella parte, così di getto. Gli dico “fai questa cosetta per me”, è divertente. È lo stesso ragionamento fatto per i progetti precedenti. Sono tutti dischi che amo veramente. Lo facciamo prevalentemente perché sono io il primo a voler ascoltare quelle canzoni. L’idea iniziale, con The Dark Side Of The Moon, era quella di fare delle b-side per Embryonic. Io sono poi venuto fuori con questa idea delle cover e gli altri hanno concordato. Procedendo con i lavori, ci è piaciuto talmente tanto che abbiamo suonato tutto il disco. È stato molto divertente. Adesso stiamo lavorando a quello degli Stone Roses. Sono un po’ più di canzoni, ma abbiamo quasi finito. Non è che potremo pubblicarlo, lo metteremo online credo. Come per i King Crimson, l’abbiamo stampato per quei weirdos che amano la musica.

Avete visto gli Stone Roses live alla loro reunion?

Ho visto la prima, nel ’95. Amo davvero il loro primo album. In realtà non è neanche un amore per gli Stone Roses, è proprio amore per quel sound. Per il resto, non penso molto a loro come gruppo, non li seguo. Ma la musica è più grande delle band. Non so se adesso possano replicare dal vivo il loro primo album. Spero che gli vada tutto bene, ma non me ne frega poi molto. Per rendere bene il suono del primo disco, dovrebbero suonare in un modo che non credo sia possibile per loro adesso. Hai quel suono in testa e quando vai a vederli non suonano così. Che vuoi farci? Non saprei. Alcuni gruppi sono diversi invece, suonano esattamente come su disco, e a me piace. Ad alcune persone non importa. I Led Zeppelin ad esempio, quando li vidi da ragazzo, non suonavano per niente come i loro dischi. A tratti potevi distinguere le canzoni, ma non propriamente. Era tutto così incasinato, trasandato e male organizzato. Altri gruppi, invece, tipo i Radiohead, suonano esattamente come i loro dischi. Se vai a vedere i Rolling Stones, non te ne frega nulla di come suonano, vuoi solo essere lì mentre lo fanno e va bene così.

Christmas On Mars (il film) e Embryonic, erano collegati, vero?

Procedo sempre secondo narrative e collegamenti, ma non in quel caso particolare. Alla fine penso che qualsiasi cosa mi prenda più di un giorno o due per essere completata, è sicuramente collegata al resto. Penso che Embryonic sia in realtà uno stacco da tutto quello che avevamo fatto in precedenza. Ma magari mi sbaglio, e sono collegati. Sono sicuro che se mi guardassi dall’alto, tutto quello che faccio sembrerebbe la stessa cosa ripetuta all’infinito. Ne sono sicuro. Sono inestricabilmente ossessionato dalle stesse quattro, cinque cose da sempre…

Che sarebbero?

Probabilmente la follia, la morte, il sesso, il significato della vita e il piacere. Ma il tutto penso sia rovinato dalla mia altra ossessione, che è quella di dover “creare” tutto il tempo. Quando penso a queste cose, mi dico “dovrei disegnare questo, registrare quest’altro”…

Vuoi dire che il tuo momento di piacere viene rovinato dalla tua stessa arte?

Si, probabilmente è così. Ma so che è un fattore subconscio che non posso controllare. So di volerlo fare. Parte di me è completamente ossessionata dal farlo. E non è che pensi di essere la cosa migliore al mondo, solo mi piace farlo.

Parlando del passato, ricordi la prima volta che hai lavorato con Fridmann, il vostro produttore storico?

Certo, era il 1988. Eravamo a Los Angeles a uno show dei Jane’s Addiction, noi eravamo di spalla. Al tempo non avevamo un ingegnere del suono, salivamo solo sul palco e suonavamo. Molto era improvvisato. Jonathan suggerì che avremmo dovuto avere un tecnico del suono e che Fridmann sarebbe potuto essere il nostro uomo. Io non ero interessato, non volevo un tizio noioso che stesse lì a dirci cosa dovevamo fare, ma Jonathan mi assicurò che Dave era uno fuori, un pazzoide. Così mi convinsi. Arrivò con questi capelli lunghi, alcuni dreadlocks. Suonanva con solo una camice addosso, a volte anche senza mutande. La gente lo guardava fisso mentre mixava ed erano tutti stupefatti dai suoni che faceva uscire dagli strumenti. Tutti quei ruggiti e piccoli effetti fantastici. Registrare il nostro materiale era, all’inizio, il suo progetto di laurea, l’ultimo lavoro che doveva svolgere per laurearsi. Mi piacque perché curava molto la dinamica del suono, così cominciammo a lavorare in studio assieme. Al tempo, non pensammo a quel momento come memorabile, ma ovviamente, in prospettiva, lo era. Abbiamo speso tutti questi anni nel fare musica insieme ed è stato molto intenso, siamo molto fortunati ad avere l’un l’altro.

È corretto affermare che Fridmann ha aggiunto la terza dimensione al suono dei Lips?

Beh si. Voglio dire, c’è una parte di te che non sa cosa sia esattamente “la cosa”. C’è sempre l’idea, anche nel modo in cui io e Steven lavoriamo, di non preoccuparci troppo dei ruoli. Tutti fanno tutto. A volte, per dire, Dave suggerisce dei testi. Ma è ovvio che, anche senza queste distinzioni nette, i nostri dischi suonerebbero radicalmente differenti senza Dave. Non so cosa sarebbero di preciso, non sai mai come sarebbe la tua vita senza l’altro. Fortunatamente, lui ci ha aiutati fin qui.

Quale band ha ispirato più di tutte le altre la musica dei Flaming Lips? Forse i Pink Floyd?

Sicuramente una di quelle, si. Ma penso che per trovare le nostre radici dovresti veramente tornare indietro agli inizi. Abbiamo cominciato come la più merdosa e primitiva delle punk band, suonavamo i riff psichedelici fatti in casa. Non eravamo bravi a suonare. Parte di noi oggi, è ancora quella punk band primitiva e drogata, ma c’è anche un’altra parte ora, sofisticata e artistica. All’inizio ci ispiravamo alle altre punk band di Oklahoma City. Certo, ci piacevano i Beatles e i Pink Floyd, ma non pensavamo di poter fare musica di quel genere. Non ci è mai passato per la testa. Vedendo tutte queste band in città pensavamo che si, potevamo farlo anche noi qualche pezzo punk pieno di feedback, per al massimo sei mesi o un anno. Quindi la miccia l’accese il punk, quell’idea che “si poteva fare”. L’ispirazione musicale sicuramente deve molto ai Pink Floyd di Syd Barrett, perché la sentivo come più incasinata, introversa. Adesso, possiamo suonare come vogliamo. Non abbiamo limiti.

Avete sentito che Richard Branson sta per lanciare la crociera nello spazio? Saresti interessato a un biglietto, che costerà circa 130.000 sterline?

Gli ho fatto già una proposta e sono in contatto con alcune persone che se ne stanno occupando. Noi Flaming Lips vogliamo essere la prima band che suona nello spazio. So che anche Lady Gaga vuole essere la prima, ma noi pensiamo che dovremmo essere noi il primo gruppo che suona nello spazio.

Penso che anche i Muse vogliano…

Si, lo so (ride)…lo so. Qualcuno sarà il primo e noi pensiamo che spetti a noi. Non penso che la nostra musica sia meglio di quella di Lady Gaga o dei Muse, ma credo che sia più nello spirito dell’esplorazione. Gaga ha delle affermazioni umanistiche da fare riguardanti la vita qui sulla terra. Per i Muse, beh, non so cosa cantino ma il tutto sembra essere su di un unico livello di boombast. Penso che i Flaming Lips abbiano dimostrato, nel tempo, non di essere superiori, ma di essere più interessati ai misteri del mondo, ai perché e ai come. Credo che anche Branson abbia questa caratteristica in sé, ma non ne sono sicuro. Forse gli facciamo schifo! Lui però sembra abbastanza determinato nel portare a termine il progetto e lo farà.

Quindi te la senti di rivelare ufficialmente che suonerete nello spazio, anche a breve?

Nei prossimi quattro o cinque anni, è probabile. Alcune persone andranno lassù, ma non so se sarà qualcosa che si farà improvvisamente da qui a cinquant’anni, oppure se succederà solo in un determinato momento e a nessuno fregherà. Nel 1969 arrivammo sulla luna. Io pensavo che sarebbe cambiato tutto! Oggi invece nessuno va più sulla luna. Per me sarebbe molto figo farlo, non so come però. Non so cosa ci sia oltre, penso solo che dovremmo farlo. Marcherebbe comunque un passo per l’umanità…(ridendo)

La musica potrebbe raggiungere altri pianeti…nello spazio il suono si propaga all’infinito, giusto?

Oh, quello non lo so. Non la penso in quella maniera. Credo solo che sia qualcosa che dovremmo provare a fare.

22 Aprile 2013
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