La scalata alla montagna dorata

I Fucked Up sono un fulgido esempio di come un gruppo proveniente da più rigidi ranghi del punk hardcore possa maturare un’evoluzione personale sia sul piano strettamente musicale sia su quello, non meno elaborato o carico di significati, dell’immagine e della comunicazione di sé. La band, formatasi nel 2001 a Toronto, ha saputo progressivamente arricchire la propria identità come pochi altri negli ultimi anni. Dagli inizi ortodossi ai muri stratificati di chitarre e alle infinite sovraincisioni che oggi affollano le loro tracce, ogni elemento dice di un fine labor limae che non ha mancato di dare i frutti sperati. Parallelamente all’eloquenza comunicativa, la band ha aggiunto sempre più spezie all’intingolo.

Dovresti vedere i nostri files di Protools, sono sempre un inferno allucinante – dichiara 10,000 Marbles a Vom di Bam! Magazine, riassumendo quella continua rielaborazione che, un paio di mesi fa, ha trovato l’ennesimo sunto nella doppia raccolta Couple Tracks: Singles 2002-2009. Vademecum a base di B sides e rarità, florilegio di singoli, cover ed inediti sperduti tra 2005 e il 2008, l’uscita impone la necessità di una riflessione su ciò che è accaduto fino ad oggi, uno sguardo che getti luce su un passato solo apparentemente lontano.

Oggi i nostri possono permettersi di duettare con miti d’infanzia e celebrità dell’effimero pantheon indie in maratone concertistiche di dodici ore, e vantano un lavoro come The Chemistry Of Common Life, l’album del 2008 osannatissimo da tutte le riviste musicali del globo, dalle più blasonate giù fino ai blog e alle webzine misconosciute. Della partita (vincente) erano alchimie di punk’n’roll villoso alla Turbonegro e hard/space rock primi ’70 (Son Of The Father, Days Of Last), dissertazioni da opera rock (Golden Seal, Looking For Gold), epicità prêt-à-porter (Black Albino Bones e soprattutto la title-track). E ancora, punk chords in minore scansati da stomp dal sapore occulto (Twice Born) e No Epiphany, vero tour de force per un numero sconfinato di chitarre, synth liquidi e coralità ascensionale. Non è dunque un caso che l’album, premiato con il Polaris Music Prize edizione 2009, sia stata la definitiva consacrazione presso il grande pubblico, il culmine di potenzialità già nell’aria da tempo.

Fin dagli esordi i nostri si fanno notare per un hardcore irsuto che non fa mistero dell’influenza di padri storici come Negative Approach e 7 Seconds, ma soprattutto dei paladini della seconda ondata, dai Sick of It All ai Poison Idea di Pig Champion. L’attitudine è vistosamente ambigua, con un primo singolo dall’inequivocabile titolo No Pasaràn preceduto da uno split raffigurante in copertina una folla oceanica di braccia tese. Ma è solo la prima di una lunga serie di efficaci trovate. In primis una sfilza di nickname accattivanti di scuola spudoratamente Dwarves (Concentration Camp, Mustard Gas, Pink Eyes). Poi la teatralità sudata dei live, con Pink Eyes spesso denudato, quando non sanguinante, che si agita in mezzo alla folla come un lupo appena uscito di gabbia. Le grafiche infine non si esimono dall’accostare tradizione anarchica a suggestioni totalitaristiche, alzando gli inevitabili polveroni. E se è innegabile la capacità di comporre ordigni di hard’n’roll dinamitardo e trascinante, altrettanto si deve dire dell’abilità nel crearsi gimmick ad hoc, presto rivelatisi efficaci gimme-ink. Coi FU la due cose vanno di pari passo fin dal primo periodo, la cui furia ragionata viene documentata dalla raccolta Epics In Minutes edita da Deranged. Dance Of Death, Circling The Drain, Baiting The Public dicono di un esordio al fulmicotone che di lì a poco esonderà dagli argini per invadere ben altre sponde. E come sarebbe potuto essere altrimenti, data la patina di mistero e contraddizione che non sembra mai smettere di incuriosire gli scribacchini di mezzo mondo?

Hidden World, primo effettivo album, esce 2006 per Jade Tree e segna il primo punto di svolta. Qui le tendenze agit-prop da Oi! punk scalmanato incrociano divagazioni dal retrogusto volutamente esoterico; nel farlo il sound ne esce ripulito ed ingrossato, più catchy e ammiccante. Ma è anche il disco dove l’infatuazione per simboli magici ed occulti trova il suo coronamento, e dove fa il suo ingresso il personaggio (fittizio?) che cambierà le sorti del gruppo, con buona pace degli ortodossi. I Fucked Up infatti assumono il manager-guru (MC5 docet) David Eliade, uno che, tanto per non sfigurare, riprende il cognome dello scrittore rumeno affiliato alla Guardia di Ferro. Non sono in pochi a sostenere che sia quest’ultimo il vero artefice del loro successo e se guardiamo a certe figure del passato (Malcom McLaren in primis) non si può non prendere in considerazione questa ipotesi. Le leggende sul suo conto si sprecano, da quella che lo vorrebbe vero autore dei testi, alle dicerie per cui sarebbe l’unico dell’entourage in grado di accordare una chitarra. Nessuno stupore dunque che le reazioni divergano. Chi plaude la svolta elaborata e stratificata, figlia al contempo della passione per il punk più stradaiolo e per l’hard-blues e la psichedelica (la copertina dell’album dice più di qualsiasi press sheet), e chi accusa i sintomi del tradimento, tuffandosi di rimando nella pletora di 7 pollici e split che, va detto, il gruppo non smetterà di alimentare. È anzi nelle produzioni laterali, nei singoli, negli EP su 12 pollici che i canadesi mostrano il lato più innovativo, dando spazio ad esperimenti inusitati che richiedono, giustamente, una dimensione, e quindi una pubblicazione, propria. Per tutti valga l’emblematico Year Of The Pig, diciotto minuti che fagocitano giochi vocali di genere, distensioni kraut e sfrenate corse tardo-hc . Non proprio il pane quotidiano della prima punk band che trovi in una sala prove qualsiasi.

Seguono roventi tour Europei e apparizioni su MTV i cui set vengono ridotti a brandelli da un pubblico in preda al mosh più esagitato, e il gioco è fatto. Da quando Vice ha scritto di noi per la prima volta abbiamo visto sempre più hipsters o gente indie-rock ai concerti. Ma piu o meno contemporaneamente molti dei nostri fan storici hanno cominciato a odiarci, quindi in fondo ci è pure andata bene! (Rumore, Febbraio 2010). Il cortocircuito mediatico è innescato e i FU sono sulla bocca di tutti e sulle pagine di Pitchfork, NME e finanche il New York Times. Da questo punto in avanti il cerchio si chiude su se stesso e la storia è ormai nota. Ancora oggi l’agenda del gruppo è, al solito, ricca di appuntamenti, come suggerisce il numero delle uscite annunciate tra cui gli inevitabili singoli e split. A cambiare sono però il nome e il calibro degli artisti tirati in ballo, se è vero che nel futuro immediato sono previste collaborazioni con King Khan & BBQ e NOFX, quest’ultimi rivendicati nelle interviste – a bella posta, verrebbe da dire – come importante influenza. Molti li sottovalutano come uno dei mille gruppi pop-punk stupidi, ma The Decline è un capolavoro. Year Of The Pig ha anche altre influenze, la psichedelia e il prog, ma sarei un bugiardo se dicessi che i NOFX non hanno nulla a che fare con quel disco e con la sua stessa esistenza (Rumore, Febbraio 2010).

Proprio come nelle narrazioni epiche che tanto sembrano ispirarli, la saga discografica dei FU è potenzialmente infinita.

20 marzo 2010
20 marzo 2010
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