Fuga da Washington

Oh Dear! Come dobbiamo interpretare il titolo?

Jonathan (voce, ndr): Come un "Oh cavoli!". Abbiamo esclamato cose simili e anche peggiori un bel po’ di volte durante la lavorazione di questo disco. Progetti andati in frantumi, pacchi su pacchi, spostamenti di date, registratori che si rompono e un brano che non riuscivamo a rendere soddisfacente. Oh Dear è infatti il titolo dell’unica canzone che abbiamo lasciato fuori dal disco (recensione sul #37). Oh dearè anche una esclamazione che usava spesso la sorella di mia nonna quando ci accoglieva nella sua casa a Londra durante i tour. Ci vedeva arrivare sempre a pezzi e stanchi. È anche un omaggio a lei che ora non c’è più.
Emilio (chitarra, ndr): Moira! La sua pasta al forno, pur essendo in terra d’Albione, era deliziosa. Maccaroni and cheese!

Quanto è importante la componente electro nei nuovi suoni dei Settlefish?

E: Se ti riferisci al gusto vagamente elettronico dato alle batterie di Summer Dropsè “colpa” di John Congleton. Quando abbiamo sentito il missaggio eravamo esaltati perché non avevamo mai pensato a "sentirci" in quel senso. Non ci poniamo delle barriere e così come per il ritmo reggaeton di Head Full Of Dreams, ben venga anche il rullante a "sberla di bud spencer" su Summer Drops. Quando parlo di trovare stimoli parlo anche di queste cose che avvengono in maniera totalmente inaspettata. E il missaggio del disco, così diverso dal precedente, è stato bello e "stupefacente".

La parola pop è sempre stata incisa nel DNA del gruppo, ma adesso sembra essere un elemento preponderante nei vostri suoni. Come se la band si sentisse più libera di esporre se stessa alla gente…

J: Sì, decisamente. Credo che una parte grande ce l’abbia Federico, il nuovo batterista. Il nostro modo di scrivere i pezzi non è cambiato più di tanto, ma lui ha mutato il modo di intendere ritmicamente le canzoni, che hanno maggiore distensione. Esalta anche il lavoro delle chitarre. Poi lui e Paul (bassista) suonano assieme da più di dieci anni. Per il resto è solo una naturale progressione del gruppo. Abbiamo questa tendenza ad abbandonare nei nostri set dal vivo i brani vecchi che non ci convincono più. E già del disco vecchio alcune non venivano eseguite. In maniera naturale avviene quindi quasi una selezione. Credo che se prendi 3-4 brani dal disco vecchio era inevitabile arrivare ad Oh Dear!.

Settlefish 2007

Washington, Dischord, Fugazi. Quanta "colpa" hanno (avevano?) nel suono dei Settlefish?

E: Al di là della speranza che i Fugazisfornino un nuovo disco, siccome sono una grandissima band, la loro influenza credo si sia sedimentata in noi. È ovvio che magari un riferimento, anche se piccolo, a loro si senta, ma per il resto ci sentiamo più liberi di una volta. Il ritmo di Head Full Of Dreams è quasi reggaeton. È un genere terrificante, però quando Fede è saltato fuori con questo pattern allora perché no?

Jonathan, da questo album la tua voce ne esce rafforzata.

J: Quando i volumi si abbassano non ti ritrovi sempre a urlare per cercare di trovare uno spazio nella canzone (ride). Però credo di essere molto migliorato soprattutto grazie ai tanti live ed alle esperienze con altri musicisti e altri progetti. Sono molto contento del disco. Il fatto di registrare in "casa" con Bruno (chitarrista) mi ha messo completamente a mio agio. Insomma siamo abituati a fare le cose assieme.

Ma il matrimonio con Deep Elm è finito definitivamente?

J: Assolutamente. Ci trovavamo molto distanti dal catalogo attuale dell’etichetta e così abbiamo deciso di cambiare strada. Non volevamo vedere il disco uscire senza libretto e con poco spazio per artwork. Per fortuna c’è Giovanni e la Unhip. La priorità dell’etichetta è fare anche un bel prodotto.
E: E poi anche Unhip è sempre stupefacente. Deep Elm ha fatto il suo tempo senza sapersi rinnovare. Ha sempre più puntato sul nome dell’etichetta piuttosto che alla promozione dei gruppi e questo l’ha uccisa.

Nel vostro mondo ideale ci sarebbe spazio per le definizioni e i generi? Esiste davvero una "linea" da rispettare o i confini esistono solo per essere superati?

J: Però, che domanda… noi non ci siamo posti particolari confini.
E: Per anni ci hanno definiti emocore, una definizione che ci ha letteralmente sbarrato una serie non indifferente di strade. Non ci piacciono affatto le definizioni, tentiamo di scrivere canzoni con uno stile che ormai consideriamo nostro. Non per niente ascoltiamo di tutto: dal jazz, al dub alla sperimentazione. L’unico confine da superare è quello di fare qualcosa che ci stimoli e non ci annoi.

L’indie è morto? Se sì, chi o cosa l’ha ucciso?

J: La mia idea di indie è vivissima.
E: Oramai qualsiasi cosa è indie anche perchè le major non investono più sul rock, quindi per necessità quasi tutto il rock è indipendente. Per quello che mi riguarda l’indie storico è rappresentato da Pavement, Dinosaur Jr. Fugazi e Sebadoh, band che non centrano nulla, ad esempio con i Maximo Park, che vengono definiti indie. A me piacciono le cose genuine in cui non sento un volersi porre a tutti i costi in un certo ambito sonoro solo perché in quel momento butta così. Se la precedente sentenza può essere presa anche come definizione, trovo che l’indie rock sia vivo, se invece dobbiamo parlare di frangette, cheap mondays e compagnia bella, beh, tutta questa roba passerà e chi se ne frega.

Dal vivo siete una band che non si risparmia. Quanto è faticosa la vita in tour? È difficile mantenere la stessa intensità in ogni data?

J: Qualche anno fa il gruppo si faceva condizionare dal pubblico. Ora per niente. Abbiamo trovato una dimensione, vedo che in tutte le date siamo sempre carichi. Siamo in cinque, e se uno di noi una sera non è in forma gli altri quattro danno qualcosa in più. Poi essendo tutti impegnatissimi durante la settimana quando ci troviamo per suonare è un modo per stare assieme. Ultimamente c’è un clima di gioia perenne. La vita in tour è perfetta. C’è sempre un momento soprattutto nei tour lunghi dove ti sembra che giri tutto a perfezione, soprattutto intorno alla metà. Poi subentra la voglia di tornare a casa. Noi al momento non vediamo l’ora di ripartire.

Voi vi siete definiti un gruppo politico, sotto certi aspetti. Secondo voi nella musica dove comincia l’impegno e dove il semplice slogan?

E: Non ho mai particolarmente amato band come i Modena City Ramblers. In Italia è facile presentarsi a pugno chiuso e cantare Bella Ciaoperché sai benissimo che gran parte del pubblico va in brodo di giuggiole quando viene premuto il tasto "combat". Questo atteggiamento secondo me ha anche anestetizzato i ragazzi. Vai al concerto, ti senti chiamare "compagno" ed esci dalla sala credendo di avere partecipato a chissà cosa. Ma si tratta solo di intrattenimento. Noi non siamo comunisti, anche se ci poniamo genericamente a sinistra, ma abbiamo sempre avuto chiaro il concetto di "comunità" e di posti in cui la "comunità" possa esprimersi, come ad esempio Atlantide, che è un piccolo centro sociale situato in un torresotto della cinta muraria bolognese. Le cose nate dal basso, con pochi soldi, ma con la volontà di comunicare hanno sempre avuto importanza per noi. Non ci vedrete mai con le bandiere rosse, ma saremo sempre attivi per difendere il nostro modo di vedere e fare le cose.

Che cosa manca all’Italia per guardare finalmente dritto negli occhi e senza complessi di inferiorità le altre realtà musicali europee e internazionali?

E: Ci sono troppi gruppi che si piangono addosso e che ammuffiscono in sala prove sperando nel "grande contratto", che non arriverà mai se i ragazzi continuano a stare in sala prove. C’è ancora poca qualità e molta ignoranza nei confronti di suoni nuovi o che esulino da quello che puoi sentire sulle radio e le tv commerciali. In Italia c’è gente che spera tornino gruppi che suonino tale e quale ai Marlene Kuntz, ma il mondo gira per un altro verso. Tra le band che in qualche modo hanno un minimo di visibilità c’è poca comunità, molta diffidenza, un po’ di sgambetti. E anche se la situazione è migliorata c’è ancora molto da lavorare.