Suonare il silenzio. Intervista a Gigi Masin

Visionario ed etereo, eppure cinico e pungente. Gigi Masin – che si esibirà dal vivo il prossimo 20 ottobre al Magazzino sul Po di Torino all’interno della rassegna #finoamezzanotte – si presenta come una personalità artistica di grande spessore. Da sempre, musicalmente e culturalmente, fuori dagli schemi tradizionali, travolto da quell’innata capacità di scrutare il mondo dalle angolature meno banali, Masin – musicista e producer originario di Venezia, città a cui è indissolubilmente legato –  è ai più noto come l’autore di quel capolavoro che è Wind (1986). Un album che nacque dalle esperienze di Masin non solo a teatro, ma anche nella produzione di colonne sonore per i documentari della Rai.

E così, anche se si tratta di musica “per film immaginari” – scimmiottando la più banale delle definizioni per prodotti discografici del genere – le immagini e le fascinazioni emergono vivide e lampanti dall’udito, per poi travolgere il corpo. Atmosfere sospese in un divagare di fascinazioni new-age ed elementi di ambient che, nell’anno della composizione del disco, rimasero appannaggio di pochi intimi. Masin, infatti, decise di non mettere in vendita il disco. Chiunque lo avesse voluto, avrebbe dovuto contattare il musicista e recarsi a casa sua. Il tutto prima di un alluvione che avrebbe distrutto le poche copie stampate. Ma forse non è solo questo episodio ad aver reso di culto Wind, ricercato, a metà dei primi Duemila, da collezionisti e cultori disposti a spendere cifre esorbitanti. Complice anche l’uscita nel 2002 di It’s In Our Hands di Björk che campionava Clouds, una delle tracce dell’ottimo lavoro del veneziano. La caccia al disco era ufficialmente partita: così Masin accettò di farlo ristampare nel 2015 dalla Music From Memory.

Nel suo palmares, però, c’è tanto altro, come appunto si addice a una personalità trasversale e profonda. Si trovano la collaborazione con i Tempelhof con cui il producer classe ’55 ha firmato due gemme come Hoshi e Tsuki e l’apertura del progetto Gaussian Curve, fondato assieme a Jonny Nash e Marco Sterk. Intrecci e contaminazioni dal carattere aperto e visionario, ritratti sonori di squarci ignorati della realtà quotidiana.

La tua carriera, come hai spesso ribadito in altre interviste, è stata fortemente influenzata dall’ascolto della radio, quasi un rifugio in cui formare la propria personalità. Quali programmi hai ascoltato maggiormente e quali i brani che ti hanno portato a intraprendere la carriera di producer?

Più che un rifugio, mi sembrava una finestra aperta sul mondo, una boccata d’aria fresca in un panorama culturale e musicale decisamente ingessato e bigotto. In verità la RAI nazionale nascondeva dei gioielli. Il tempo a loro concesso era veramente poco (Guardabassi, Nissim) ma in netto contrasto con la bellezza della musica scelta. Senza dimenticare Arbore, Giaccio o Massarini ovviamente. Ma il mio cuore è solo per Radio Lussemburgo, ascoltabile sulle onde medie verso sera quanto il segnale era migliore. In verità direi che brani come Good Vibrations dei Beach Boys o Ruby Tuesday dei Rolling Stones mi hanno presto fatto capire che il sogno della mia vita sarebbe stato diventare uno speaker radiofonico, un “radio dj”…

Sei veneziano e, nonostante il tuo successo su scala internazionale, hai sempre deciso di rimanere nella città lagunare. Che sensazioni sonore, visive e mentali ricevi da questo luogo? Si ritrovano nelle tue produzioni, nelle tue visioni paesaggistiche, in elementi come l’acqua e il vento?

Difficile che una città come Venezia non ti segni nel bene o nel male. Essere persone “umide” soggette anche nell’animo alle basse e alte maree non sempre è cosa facile, siamo così bugiardi che non ci sentirai mai dire che amiamo Venezia con tutto il cuore. In realtà la adoriamo. Per me il “silenzio” di Venezia è unico al mondo, dimenticate i turisti e la barche o il chiasso delle calli… il silenzio, quando si è lontani dal trambusto e dal vociare scomposto delle truppe vacanziere, è pura magia e sospensione, si trasforma in assoluta suggestione nei primi pomeriggi di primavera o in autunno, con le rondini che disegnano percorsi nel cielo sfidando il sole.

Segui la scena elettronica italiana, magari quella che, puntando su sperimentazione e approccio semi-concettuale, sta riscuotendo consensi di qualità all’estero? Leggevo, in una tua intervista per RA, una lamentela nei confronti dell’ambiente culturale italiano e dei media, colpevoli di scarsa considerazione verso le musiche fuori dai canoni tradizionali. Noti un miglioramento?

C’è sempre qualcuno che è un passo avanti, la cui poesia ci sorprende. L’Italia in questo campo è un paese ricco ed affascinante. Io ribadisco che se apro i giornali leggo sempre e solo riferimenti ai noti nomi della musica leggera e vari articoli, soprattutto nella stampa della mia città, all’amico o al nipote del potente di turno che ha purtroppo deciso di formare un gruppo rock cantando in veneziano. Io capisco che il giornalista dedichi metà pagina al suo amico cantautore che copia Battiato/Battisti/Zero perché l’amicizia è un gran dono, ma se evitassero di proporcelo come arte di livello mondiale sarebbe meno ridicolo e meschino.

Come ti spieghi il ritrovato interesse – rinato negli ultimi anni – del circuito elettronico verso le tue produzioni? Retromania? Si spiega anche così, senza nulla togliere ai meriti artistici del disco, l’interesse della Music From Memory verso la ristampa di Wind? Come anche il caso di The Wind Collector con Alessandro Monti e Alessandro Pizzin (1991), ristampato nel 2016 da The Bear On The Moon e Diplodisc?

“Retromania” è proprio brutto… Ho soltanto continuato negli anni a fare la mia musica, sinché, con il ritorno del vinile, i miei dischi, come quelli di molti altri, sono stati riscoperti ed hanno avuto il riconoscimento, meritato o meno, che in passato non avevano avuto.

1986: 32 anni fa usciva Wind, il tuo album riconosciuto come una preziosa gemma. Che ricordi hai del periodo e del contesto in cui è nato?

Wind è nato in un altro pianeta, con l’idea di essere un episodio unico e solitario nella mia vita, quando decisi di regalarmi e regalare un disco con la mia musica. La sua forza è stata proprio girare di porta in porta, di mano in mano… convincendomi che era un inizio e non una casualità.

Come cambia il rapporto di produzione quando sei in studio con i Tempelhof e quando, invece, ti ritrovi con Jonny e Marco dei Gaussian Curve? Come è nata l’idea del secondo progetto?

Grazie al cielo non cambia di molto. Sia Luciano e Paolo dei Tempelhof, che Jonny o Marco, sono persone stupende e amici carissimi con cui suonare o parlare di musica o solo cenare è veramente una gioia rara. Non è comune la possibilità di suonare in studio o in concerto intendendoci solo con uno sguardo e, sempre e sopratutto, sorridere e passare ore fantastiche assieme. A volte gli incontri paiono casuali e invece nascondono dei piccoli tesori..

Cosa vedi nel tuo immediato futuro? Possiamo aspettarci il ritorno della collaborazione con i Tempelhof?

Sto lavorando al mio prossimo disco, continuo a collaborare con musicisti che mi onorano della loro stima e dai quali avrò sempre da imparare.. I Tempelhof sono stati e sono per me una delle meraviglie della musica italiana, e spero di scoprire presto cosa hanno in serbo per il futuro.

15 Ottobre 2018
15 Ottobre 2018
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