Il dito nella piaga

Passano gli anni, ma questo ultracinquantenne da Predappio (eh, già…) continua ad aggirarsi smilzo anzi affilato ad agitare il fronte rock italiano. D’autore e nudo e crudo. Come ci conferma ampiamente il recente, apprezzabilissimo Rojo. Felici quindi di scambiare due chiacchiere via mail con Giorgio Canali.

Non so se concordi, ma Rojo mi sembra il tuo album più diretto, tanto dal punto di vista del sound che delle melodie. C’entrano forse gli avvicendamenti nella formazione dei Rossofuoco?

Il fatto che ci siano due nuove personalità nel nuovo album, non può non influire sul risultato finale… Quasi tutti i pezzi sono composti nella solita vecchia maniera nostra: improvvisazioni a multitracce in record fisso e successive strutturazioni di canzoni ipotetiche in attesa che mi venga l’illuminazione per riempirle di parole… Quando si improvvisa, ognuno dei musicisti mette il suo colore, inevitabilmente; Nanni Fanelli al basso è molto più nervoso e spigoloso di quanto lo fosse Claude Saut in tutti gli album precedenti e, un basso con uno stile così diverso, non può non influire nella composizione… Se poi aggiungi una terza chitarra in pianta stabile e, se questa chitarra la suona Stewie Dal Col che ha due anime musicali ben distinte (quella tipicamente new wave nota agli estimatori del suo gruppo storico, i Frigidaire Tango e quella rock, che gli deriva dalla militanza pluriennale dentro Radiofiera), è chiaro che qualche differenza evidente rispetto al passato ci deve essere. Se il tutto risulta un po’ più diretto e immediato, non posso che essere felice.

La rivoluzione è il tema ricorrente del disco, quello che ti ha fatto superare il blocco creativo, come racconti in cartella stampa. Mi è venuto spontaneo pensare che c’entrino qualcosa le sommosse popolari che hanno scosso i paesi nordafricani ed i movimenti di protesta spagnoli e greci. Sei d’accordo se ne traggo la conseguenza che il rock di Canali non possa esistere che come gesto artistico impegnato (engagé)?

La rivoluzione in questo album è un pretesto per parlare della stupidità che regna sovrana, quella che poi rende impossibile ogni cambiamento in meglio… Il mio unico impegno (engagement), da sempre, è quello di mettere il dito nella piaga della cecità che impedisce di vedere al di là del proprio naso, la stessa cecità che fa leggere a molti, nelle mie parole, una demagogia che, se permetti, è completamente assente… Ma la capacità di discernimento, evidentemente, è roba per pochi eletti… In una canzone del primo Lazlotòz cantavo: “probabilmente dobbiamo schiodarci dalla linea di tiro di questi maleducati che sparano a tutto quello che non riescono a capire e questa danza ha passi troppo complicati“…

Il finale di Carmagnola #3 è la tempesta incandescente a deragliamento controllato come non siamo abituati a sentirne dal rock italiano. Per mancanza di convinzione? Per mancanza di manico? Per timore di addentrarsi troppo in un linguaggio che non gli (ci) appartiene?

Il problema è che è più facile cercare il consenso della platea suonando “obellacciaociaociao” e “chinonsaltaberlusconiè” e giù tutti insieme a battere le mani a ritmo sopra la testa…

La seconda volta (consecutiva) che ho ascoltato Ci sarà ho pensato: se questa l’avesse sfornata un Ligabue farebbe sfracelli nelle playlist. Ok, è solo un’ipotesi ad minchiam, però mi torna buona per chiederti: questa dimensione rock “alternativa” non ti ha rotto i coglioni? Ovvero: quanto sarebbe importante per te vedere la tua musica premiata da una diffusione maggiore, dall’attenzione dei grandi media e via discorrendo?

Probabilmente avrei meno problemi a sbarcare il lunario… Però la soddisfazione impagabile di leggere negli occhi del tuo poco pubblico che il messaggio è stato ricevuto vale da sola gli stenti… L’aumento della popolarità, trascina con se un inevitabile peggioramento della “qualità” del tuo pubblico… Se hai cento persone che ti ascoltano, su queste, la quasi totalità capisce le emozioni che cerchi di comunicare, se la tua audience cresce, è chiaro che cresce (in maniera esponenziale) anche la possibilità che il tuo pubblico sia composto anche di imbecilli che travisano ciò che stai dicendo… Lo so è snob e quasi fascista ma, come diceva Borges: “la mayoría de la gente es tonta”.

Intanto non perdi il vizio (parallelo? complementare?) di produrre dischi altrui. Ultimo, se non erro, il nuovo dei Radiofiera, un’altra band col vizio della resistenza ad alzo zero. Cosa ti spinge a produrre un disco? Quali sono i requisiti – scusa la terminologia da risorse umane – affinché Canali accetti di produrre una band?

Sinceramente, a patto che non sia qualcosa che mi folgora per caso e che mi intriga al punto di lanciarmi, cerco di lavorare con persone che mi piacciono, indipendentemente dal genere o dallo stile… E’ lo stesso criterio che cerco di adottare con Psicolabel, la mia microetichetta che ho riaperto da poco (l’album di Radiofiera è il numero 1 del nuovo catalogo): fare dischi solo con amici, perciò, per favore, non state a mandarmi demo…
Prima diventiamo amici, poi si vede.

25 Settembre 2011
25 Settembre 2011
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