L’altra faccia dell’hauntology, tra rave e italo disco: intervista a Georgia

Abbiamo sciorinato tutto quello che c’è da dire su Georgia nelle recensioni dei suoni due album. Proprio per questo motivo, appena c’è stata l’opportunità di chiacchierare con la diretta interessata, non ce la siamo lasciati sfuggire. Non ancora trentenne, la musicista inglese ha piazzato due dischi che hanno unito plausi dalla critica e dal pubblico. Ma, per comprendere un fenomeno ampiamente celebrato in terra britannica e non solo, siamo partiti da principio. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la sua storia comincia sui campi di calcio calcati dall’indomita Rose, quando giocava nel Qpr. Poi, una «combinazione di stimoli da parte di mamma e papà» le ha fatto capire che da grande voleva diventare una musicista, e che il calcio era solo un «amore temporaneo».

Nessuna sorpresa per una che in casa è stata abituata a frequentazioni di un certo livello, ad esempio Kate Tempest è un’amica di famiglia («siamo cresciute insieme e quando ho cominciato a suonare la batteria con lei ho solo realizzato quanta genialità c’è nella sua musica»). Nonostante questa amicizia, la politica non è mai entrata nella musica di Georgia, autrice di canzoni ispirate dalle «persone e dalle loro relazioni». Dell’esperienza live con Tempest, la talentuosa figlia di Neil Barnes (Leftfield) si porta dietro soprattutto la ricettività del pubblico durante il live. Una reazione che le ha fatto amare la musica dance e, quindi, l’illuminazione durante un live di Oneohtrix Point Never, di cui ama particolarmente i tappeti sonori («sono ipnotici e mi fanno impazzire»).

A rendere la musica di Georgia così interessante è proprio l’incastro di diverse influenze. Non c’è solo il dancefloor, ma anche l’Africa. La scopre quando studia Etnomusicologia all’Ucl, utile per scoprire nuovi strumenti e acquisire quel mindset analitico per comprendere al meglio gli effetti della musica a livello emotivo e culturale. Le poliritmie e l’elettronica si scontrano su di un terreno che intreccia post punk e grime nell’Ep d’esordio Come In (2014); quando le faccio notare questo mix eterogeneo che all’epoca mi parve chiaro, rimango spiazzato dall’esaltazione che arriva dall’altra parte del telefono: «Oh, wow! È passato tanto tempo, quando lo stavo scrivendo ero totalmente immersa nel mio viaggio tra hip hop, grime, jazz e musica elettronica… Sono molto legata a quell’Ep perché mi ha portato ad avere un contratto discografico! La title track è ancora oggi una delle canzoni che ho scritto che mi piacciono di più».

Ed eccoci all’esordio. Georgia è crocevia tra gli esotismi di Mia e le sferzate dei Death Grips, è anche un disco notturno («All’epoca dell’Ep avevo già in mente un album, per la mia generazione gli album sono ancora importanti. È stato un grande esperimento, creato tra la mia cameretta e un vero e proprio studio di registrazione. Il mood è sicuramente stato influenzato dai turni disponibili, che erano tutti di notte»). Non che Rose sia stata un’alcolista, ma il seguito del debutto non sarebbe stato lo stesso se lei non avesse deciso di dare un cambio alla sua vita («Avevo bisogno di cambiamenti e bevevo parecchio, non era patologico ma ho deciso di cambiare direzione»). Ne parla con molta semplicità e smentisce quello che in sede di recensione scrivevo, pensando che andare ai rave da sobria poteva aver cambiato anche la sua prospettiva della dance.

Assidua frequentatrice dei rave (qui lo zampino della famiglia è evidente), Georgia non disdegna le ballad, anzi («Le adoro! Perché sono una grande fan di Kate Bush e mi piace spiazzare, non essere prevedibile. Prendi Billie Eilish; non è definibile, è eclettica ed è proprio quello il bello!»). Ragionamento ineccepibile, che sposto su Seeking Thrills. L’album è piaciuto un po’ a tutti nel Regno Unito, proiettando l’artista verso nuove altitudini in termini di fama. La sua personal journey l’ha portata a celebrare un edonismo fondato sulla libertà dell’essere umano, che consiste nel rispetto di ciò che fanno le persone, nell’apprezzamento delle diversità e nella volontà di godersi la vita. Soprattutto di questi tempi…

La conversazione cambia ritmo quando si parla di sound. Georgia ci tiene a spiegarmi quanto lavoro è stato fatto sulla voce, che voleva “spaziale”, proprio come tanti dischi degli anni Ottanta che ha divorato in questi anni («L’album è tutto incentrato sui particolari, ci abbiamo messo un anno e mezzo a mixarlo. Molto meno a scriverlo!»). Poi parte un elenco infinito di synth, drum machine e qualsiasi cimelio da nerd, perché «è tutto analogico», e per lei è un grandissimo motivo di vanto. Mi sembra di capire, quindi, che è molto orgogliosa di Seeking Thrills e la risposta affermativa risulta tutt’altro che banale («Volevo crescere e migliorare in quanto artista. Per fare questo ci vuole molta disciplina, soprattutto in studio. Sapevo di cosa avevo bisogno, cosa evitare, cosa conservare, cosa buttar via. Se, come ti dicevo, per me gli album sono ancora importanti, non potevo non farne uno come si faceva una volta. Con tutta l’attenzione e la cura di un tempo»).

Insomma, questo disco fotografa un’amante degli anni Ottanta, cresciuta nei Novanta e che guarda al futuro. Me lo conferma la diretta interessata, che dice di trovarsi a suo agio in questa tensione che sembra uscita da un discorso tra Marty McFly e Doc. Se non si fosse capito, parlare con Georgia significa imbattersi in un labirinto di ragionamenti che toccano punti culturali lontanissimi tra loro. Tra questi, sbucano fuori anche la Chicago house e la “meravigliosa” Italo disco (anche se il pezzo che più la incanta è dei britannici The Creatures).

Prima di chiudere riusciamo a fare due chiacchiere sulla resa live del disco: Georgia è una one woman band nascosta in parte dietro percussioni e synth, ma vicinissima a quel pubblico con cui ama sentirsi “in contatto” («mi piace sentirmi parte del pubblico ed è per questo che non voglio una band. Mi fa sentire come se qualcosa di grande potesse accadere da un momento all’altro tra me e loro»). A fine mese sarà in Italia, non c’è miglior occasione per toccare con mano tutto quello che ci siamo detti.

4 Febbraio 2020
4 Febbraio 2020
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