BBreaks

Brekbit Nescion

L’11 febbraio 2009 Simon Reynolds ha tenuto alla Foundation for Art and Creative Technology di Liverpool una conferenza sulla non troppo famosa teoria sull’Hardcore Continuum. Teoria espressa in una serie di articoli apparsi su The Wire prima e dopo le varie stesure del libro Energy Flash, che non è niente di meno dell’unica vera bibbia della generazione E. Uscito sul calar dei Novanta, il tomo di oltre 600 pagine storicizzava – prima di tutti e soprattutto in maniera vertiginosamente definitiva – tutti i moti dell’ultima grande generazione del dopoguerra. Quella che sentì Detroit pulsare di futuro e quella stessa che, passando per Ibiza, ballò e sballò a velocità supersonica per poi schiantarsi a terra e frantumarsi sotto le due Torri.

Tutti oramai sanno tutto dei profeti americani della motor city come della Chicago che diede vita all’House. Techno e House oramai sono cose scritte nei libri e pure la giovane Berlino di Allien e The Hacker, degli squat e della Parade ha oramai i suoi anni sul groppone. Eppure se questi concetti sono oramai ascritti e inscritti nella pietra, a tutt’oggi la scuola Brit non gode degli stessi blasoni. Stranezza comprensibile o incomprensibile visto che il buon Reynolds la considera non a torto come la broda dalla quale tutta l’elettronica dance (e non) nacque e si sviluppò.

Lo scorso anno parlavamo di un ritorno dell’Ambient: venata techno o di quella brutta parola, l’IDM, musica intelligente elettronica, chiamata così per distinguerla dall’hardcore dei ragazzetti sballoni. I “faceless bollocks”, i coglioni senza volto che ogni santo WE morivano di – e per – una musica decerebrata (punk), tutta uguale (punk), che tutti potevano fare (punk) e che risponde meglio di tutte al degrado di una nuova generazione di ragazzi con meno valori, meno obbiettivi e meno speranze di quella precedente (insomma: punk al cubo). Era l’ ‘ardkore, rivoluzionaria per l’insieme dei cromosomi che forgiarono una genetica mutante. Diversa e affine dalla sua gemella nazi-metal belga. Un continuum, per dirla con Reynolds e Star Trek. A farla breve, finito il dominio dei dogmi Derrick May, Model 500 (ma anche Inner City), la sbornia di computer e modularità dell’ethos detroitiano che mantenevano un mercato in bilancio a prevalenza import, i ragazzi inglesi tirano fuori questo impasto tamarrissimo post aceeed e ancor più smaccatamente pro-chimica. Prima, è vero, c’era il bleep’n’bass, ed è noto quanto le prime produzioni WARP di Forgemasters, Sweet Exorcists o LFO siano debitrici a quelle Roland d’oltre atlantico. Soprattutto a quella serietà che il nuovo paradigma sfascia con perfetto spirito punk.

Electro b’s takin e’s

Era un pasticcio strano di codici morse, voci pompate nell’elio, degerazioni di tastiere alla Derrick May con la ciliegina sulla torta di un elemento magico e anti-scientista: il break beat. Il campione rubato. Roba che viene anch’essa dall’America ma, ed è qui il bello, se gli Stati Uniti avevano creato Techno e hip-hop, sono stati i kids in UK a unire i lembi del foglio black e a rivoltarlo sul lato white. Personaggi catalogati alla voce drum’n’bass e IDM come Liam Howlett (Prodigy) o gli Autechre: tutti erano nati B-boys e cresciuti adorando i bassi dei ghetto-blaster, quegli scatoloni di plastica con le cassette e le mille leve. I pulsantoni e le mega casse.

E’ sempre e comunque il bass, lo stesso che inizia ad essere una scienza con LFO e Sweet Exorcists e che conduce lungo onde più o meno squadrate al dubstep. Il salto che con i modi più stravaganti e hand-made fa tremare i vetri delle camere disco passando per il sample di Funky Drummer è Hardcore, scritto con spelling volutamente ignorante e proletario: ‘ardkore. Perché le rivoluzioni come al solito salgono dal basso, in tutti i sensi. Bleep sta pur sempre a Kraftwerk e alla centrale elettrica tedesca trapiantata a Detroit, città di motori. Brum Brum futurista a chiusura del Novecento, dove ‘ardkore fa rima con you know the score. Ed è proprio lo slang hip-hop che strappa da quella cultura il cuore della faccenda: il campione. Che, attenzione, può voler dire strategie per ottenere il basso scientificamente più detonante possibile (LFO) ma anche altro.

Percorsi lontani dall’ideologia che sta dietro al sound computazionale Techno; il viaggio dei nerd inglesi porta a una scelta che comprende pezzi di Sesame Street (Smart e’s, Sesame Treet) o  dialoghi di Star Trek (Mr Kirk’s Nightmare, 4 Hero). Così un Hardcore Hiphop break – velocizzato per bene da Shut Up And Dance via Mantronix – causa un’epilessia nuova. La quale avrà nei Cold Cut (Beats and Pieces, 1987. Tra l’altro dal 1996 label manager della Ninja Tune) dei profeti del funky drummer di James Brown, per estendersi fino al funk e ai post-modernismi da classifica del Beck in combutta coi Dust Brothers, giusto per citare un esempio per tutti.

Anni di crossover i Novanta ricordate? Così come Pump Up the Volume dei M/A/R/R/S e Theme from S’Express di S’Express erano la roba seminale che preparava il terreno albionico allo scossone, l’ardkore. Cromosomi nuovi che traducono, amplificandoli, gli effetti dell’MDMA tagliato con lo speed e ne sono diretti boomerang sonici. Più che no future è euforia oltre-epilettica. E’ pronto alla dark side, come dice Reynolds ma, per quel che c’interessa, creativo e povero nei mezzi, due spiccioli e un’idea – anche scopiazzata, anzi: decontestualizzata – che muta in altro per puro sbaglio lasciato nel mix. E nel mix non dimentichiamo la Giamaica e il suo dub, altra scienza che gravita potentemente intorno ai break veloci e getta un altro ponte, tutto inglese questa volta, tra i neri con i joint e i bianchi pieni di E.

Collective Zomby

Il cerchio base è pronto per il salto temporale in un 2009 che inizia con fatti assai curiosi come il seminario di cui sopra e un articolo, sempre del Nostro critico albionico preferito, dove scopriamo un aneddoto succulento. Ovvero che gli Animal Collective, ancora sull’onda del nuovo Merriweather Post Pavilion, additano un oscuro dj-produttore dub-step a loro mito e ne ostentano le vicinanze in una mentalità votata al loop e al(le) pastiche. E’ Zomby il cui album/caso Where Were You In ’92, entrato per il rotto della cuffia pure in diverse classifiche di fine anno, riporta in vetta le sonorità del periodo ‘ardkore old skool dal ’90 al ’92. Il biennio d’oro, la fase all’elio prima delle nubi nere che avranno la meglio col semi-gabba (via Belgio e Joey Beltram), cui seguiranno schianto e ricomposizione (la minimal) da una parte, e dall’altra il nuovo punto fermo del continuum: Jungle e drum’n’bass.

L’album di Zomby è un prodotto studiato a tavolino e lo stesso ragazzo brit che lo abita ci ha fornito nomi e cognomi, fatti e connessioni. Le etichette sono Formation, Ibiza e Music House. I nomi Manix, Acen, 2 Bad Mice, Origination, Noise Factory, Hackney Hardcore, Lennie De Ice. Da buon carbonaro ha tralasciato tante cose, particolari importanti ma che importa. La cultura white label è l’opposto dello stardom, e per l’inedito più recondito c’è sempre il peer to peer a farla finita coi segreti assoluti. Che a dire il vero non ci sono mai stati, ragion per cui il segmento minimo ci interessa ancor di più perché chiave d’accesso per entrare e modificare il continuum. Prima di parlare della sua connessione, dunque, è doveroso salire in cattedra.

Bit Generations

Suonano parecchio simili nella lingua inglese, le due parole su cui ruota questo articolo. E, cosa ben più importante, rappresentano i pilastri di un’ampia fetta degli ultimi trent’anni di musica o poco meno. Bit e beat: frammento e ritmo. Entità che più distanti tra loro non potevano sembrare fino all’avvento dell’hip-hop. Finché ci rendemmo conto che un passaggio estratto da un disco altrui e ripetuto – manualmente o campionato faceva poca differenza – poteva tramutarsi in cosa totalmente altra rispetto all’originale. Qualcosa che con gli Shut Up And Dance figliati dai Public Enemy decollerà fino al ‘cartoon sound’ ardkore.

Parola chiave: accelerazione frenetica di vita e consumi nella quale siamo immersi; velocità addizionata speed che porterà il continuum alla drill di Aphex o Squarepusher come agli astrattismi degli Autechre. Gente lontana dai furti di strada – il funky drummer – eppure così vicina ad essi. Bit e beat infatti sono le chiavi anche per loro, le stesse degli hip-hoppers nei parchi di New York, magari addizionate di futuro e chimica, ma il meccanismo incubatore è lo stesso. In mezzo a questo varco c’è l’ardkore in Inghilterra e l’hip-house della grande mela, ambedue zone franche, specie la prima dove non c’è ego nè brand e tutti copiano, pardon campionano. La magia di tutto ciò è che Erik Satie e Brian Eno valgono tanto quanto Grandmaster Flash o Steinski. E la musique concréte di Pierre Henry, passando per i Muppet e Spock, arriva alle masse ed entra in ogni casa. Pop non stop e tanti saluti all’accademia.

Che si tratti del rumore di piatti e bicchieri di un café o del ronzio di fondo di un aeroporto, di drone chitarristico o polvere di glitch, di scratching sul giradischi o collagismo che più funky si muore, il frammento coagula le infinite potenzialità dell’attimo. E’ un autentico e multiforme ipertesto che rinasce continuamente, diverso eppure uguale in forma e spirito. Prima si accennava a Funky Drummer di James Brown, break ritmico per eccellenza che torna in Ottanta e Novanta, alla base dei Public Enemy di Fight The Power e di acid e ‘ardkore. Come un virus vivente decurtato di ogni legame di sangue, ci porta fino al ponte dove gli Animal Collective e Zomby s’incontrano e si scambiano i complimenti. In quel bit e in quei beat reiterati ci sono elettronica e collagismo, mutazioni genetiche e anomia (“ma anche” anemia). Tutte caratteristiche dalle quali partono entrambi e alle quali entrambi ritornano in un rito che ha tutto del pre, pi— che post adolescenziale. Ma non è tutto qui. Il presente è anche Harmonic 313, incarnazione del noto ex ambientale Mark Pritchard.

Altri sono il legami che legano ciò che oggi è cool alla broda primi Novanta. Curioso, se non addirittura sublime, il ritorno a casa Warp di sonorità b-boy che in un sol colpo coronano i tre decenni di anniversario e ricongiungono gli ’80 ai ’90. In When Machines Exceed Human Intelligence tornano i calcolatori di Forgemasters e LFO – quindi Detroit e Kraftwerk in un sol colpo – e quell’atteggiamento da cultura del ghetto, mutante e mutata come le deviazioni estreme di casa Anticon. In altre parole, sono breakbeat e tastiere analogiche,  l’altra faccia del ritmo looppato e programmato delle scuole intelligenti. Drum machine Roland o Korg e le beat box. Sempre su WARP, il nuovo e.p. di Squarepusher altro non è che il secondo omaggio dichiarato all’ardkore, meno ovvio di Zomby per via di quel tipico taglio intelligent, ma altrettanto evidente. Breakbeat e origini dunque anche per lui e, sempre a proposito di nuove uscite della casa, ecco un Hudson Mohawke a ripescare vocine in elio, battuta sincopata e un bel cappuccino Anticon.

C’è proprio voglia di soffiare all’etichetta non solo le caratteristiche che l’hanno resa famosa, ma addirittura  reinnestarle nei circuiti che una volta conversavano direttamente con l’hip-hop. Adorabile Hudson quando (probabilmente) campiona o rifà l’attacco di Strings Of Life di Derrick May in Speed Stick ed emblematico lo svolgimento del brano con la comparsa di vocine di bambini dallo spazio come un Aphex o dei Boards Of Canada. Come dire: le tradizioni e le contaminazioni da manuale. Di fatto, per il nuovo nodo del continuum è ancora presto ma chissà, con la vita spericolata e iperaccelerata di oggi.

Per la riscoperta dei basamenti del ritmo Novanta troviamo poi della Drum’n’Bass che torna praticamente identica a se stessa. Com’era ‘tanto tempo fa’. Prima un Roni Size che rifà se stesso (New Forms 2, Mercury 2008) e poi una manciata di echi dei lussi e della velocità del suono morse hardcore (Prodigy e 4 Hero fino a Goldie). Redivivo quel classico rullante in Commix (Fabriclive 44) e nell’album di Utah Jazz It’s A Jazz Thing, dove brillano pure i campioni vocali in stile A Guy Called Gerald (altra bella ristampa di qualche tempo fa Black Secret Technology, A Guy Called Gerald Music, 2008). Non possiamo nemmeno tralasciare quell’humus di cui Zomby fa parte, il dubstep figlio dei precedenti e che, tecnicamente, non è mera isola ma snodo del continuum, provetta in sottrazione di battute e basso ‘ardkore. Che questo stile ritorni in pasto alla Techno detroitiana non sorprende, anzi concilia. Oltre atlantico la Techno ritrova il basso tosto e a Nord d’albione, dice Reynlods, le produzioni house tagliate sempre più funky stanno aumentando. Funky Drummer is back and proud.

WARP @ WERK

Nel calderone delle re immersioni focus quasi ovvio per l’intorno di Mr. Zomby, ovvero l’etichetta Werk che assomiglia tanto (ma tanto) agli esordi Warp. Ancora giovane la label piace proprio per questo incrocio dei pali che la Warp stessa – attraverso i suoi nuovi acquisti – non vuole farsi scappare. Zomby, Actress e Lukid fanno tesoro di lasciti hip e hop, ambient house (a proposito ricordiamoci che Mark Pritchard era con Middleton nei Global Underground), idm, e ovviamente break beat. Il mix ha il taglio mentale Warp come le influenze electro che virano verso il dubstep sono roba della Muziq.

Ma parliamo di quel piccolo gioiello che è Hazyville di Actress. Roba che urta dietro la quale c’è Darren J. Cunningham, mezzo capoccia della label assieme all’amico DJ Gavin Weale, uno a cui piace l’automazione del groove in stile ambient house primi novanta: cassa ovattata e snare d’antan. Quella di Hazyville è IDM che punta direttamente a certa house in bassa battuta ma che – badate bene – non è sci-fi. Lui fa il sub nei mari del groove e, furbescamente, giostra di cesello gli ingredienti. La dose giusta al momento giusto che in Crushed ricorda da vicinissimo gli Antares dell’indimenticata Omniverse.

Parlando di ambient, nel quartiere centrale della Werk bazzica Lukid a.k.a. Luke Blair con il suo Foma. Una chicca per teste cresciute a pane e Boards Of Canada il suo secondo album (dopo Onandon) è una faccenda che sa di jazz, elettronica e funk con spalmate d’unguenti Prefuse 73, Dabrye e Flying Lotus. Nel titolo non sfugge, ai più attenti, il riferimento al postmodernismo di Kurt Vonnegut e Foma è sinonimo di bugia, nondimeno il  il ragazzo di fandonie non ne smercia. Anzi: i suoni prendono forma dall’estetica Werk e impastano tutto con una spolverata delle recenti visioni Animal Collective.

Outro

Così, sul calar degli anni zero, tante cose ritornano a poppa. I classici cicli e ricicli portano a galla connessioni urgenti come quelle tra house/techno e hip-hop/electro. E proprio come a inizio Duemila assistevamo a un’ondata di ventenni in riarmo post-punk, ora la fiamma brilla per ciò che diede origine all’ardkore e al suo continuum. Non di meno, alcuni segnali arrivano pure dagli ambienti più propriamente hip-hop, anch’essi in ricarica old skool (vedi Cool Kids ma anche per certi versi i Kill The Vultures con la loro typewriter beat box e campioni d’antan). Saranno le lezioni di Grandmaster Flash e Steinsky di nuovo in ristampa e riflettori a far da eco. Saranno i soliti miraggi di noi scribacchini ma, fateci caso, sono proprio i momenti più autenticamente punk e le loro scosse di assestamento che fanno e rifanno scoccare scintille. Detonazioni a distanza generazionali. Il presente dunque, anche quello ipertestuale d’oggi, è come allora, inconoscibile e servono perciò distanze e mitologie per reinventarlo e ricrearlo ogni volta. Certi momenti sono più coraggiosi di altri. E’ vero. Questo è un momento ancora di riesame del novecento. E noi ancora qui a testimoniare la storia come l’abbiamo vissuta.