Humor does belong to music

Già decenni fa la (non ancora) malanima di Frank Zappa si domandava se l’umorismo fosse o meno faccenda adatta alla musica. Ci sentiamo di rispondere sonoramente “sì”, noi che verso il baffo di Cucamonga non abbiamo mai nutrito altro che stima occasionale e, viceversa, siamo cresciuti assieme a Enzo Iannacci e Bonzo Dog Band, They Might Be Giants e Steely Dan. Giusto per citare i primi che vengono in mente tra chi, cercando l’ilarità intelligente, non è incappato in scatologia da asilo, livore e scarsa comunicativa. Gente che non usava un maglio per aprire le uova, questa, alla quale un po’ ripensi allorché scorrono uno dietro all’altro i tre dischi sin qui recapitatici da Pelle Carlberg, personaggio garbatamente acido – nel senso di muriatico, non lisergico – un tempo al timone degli Edson.

E in un universo parallelo, scommettiamo che Randy Newman si sia alzato da dietro il piano e gli abbia messo una mano sulla spalla, dicendogli pacato: “Eh, caro mio, sapessi come ti capisco. Ho passato una vita interna a scrivere canzoni argute ed essere frainteso…” Con i dovuti distinguo per importanza storica e percorso stilistico, i due in effetti un po’ si somigliano, se non altro perché incarnano una verità del “vangelo secondo gli Skiantos“, in base alla quale su questo pianeta ormai alla fine non c’è gusto ad essere intelligenti. Mica del tutto vero, se riesci in ogni caso a staccarti dalla massa informe di scrittorucoli “twee” che oltre la sbrodolata autoreferenziale da parrocchietta proprio non riescono ad andare. Bel tipo Pelle, venuto al mondo quaranta anni meno nove mesi or sono a Uppsala, Svezia. Non c’è in ogni caso granché da dire sui suoi trascorsi, in sostanza simili a tanti altri: gli piace la musica buona (“Non posso negare di aver ascoltato tantissimo gli Smiths: a diciassette anni “The Queen Is Dead” cambiò sul serio la mia vita. Anche Lloyd Cole è stato importante, così come quand’ero bambino Cat Stevens e Simon & Garfunkel. In ogni caso credo che molta gente rimarrebbe sorpresa nel sapere di quanto mi abbiano influenzato Weezer, Creedence, Velvet Underground, Pixies e Cure.”).

Così impara a suonare qualche strumento – soprattutto la chitarra – e, conseguita la laurea in letteratura inglese presso l’università di Stoccolma, allestisce la prima band “vera” intanto che si guadagna il pane come impiegato (“Il punto di vista dello studente di letteratura applicato al pop è stato indubbiamente importante per me. Una prospettiva intellettuale è quel che manca al pop odierno”). Faranno un gruzzolo di dischi affatto male i suoi Edson, guardando con rispetto alla Scozia D.O.C. degli ’80 e suscitando in conseguenza di ciò paragoni coi Belle & Sebastian, in piena ascesa. Carlberg trova inoltre tempo per sposarsi e metter su famiglia (numerosa: due maschi e altrettante femminucce…), ma soprattutto ha meditato che tanto vale esporsi in prima persona, visto che la carretta la tira comunque lui (“A dirla tutta gli Edson erano la mia band solista all’inizio. Volevo poter mantenere il controllo delle mie canzoni e arrangiarle come volevo, quindi non c’è gran differenza tra loro e la mia carriera solista. Credo soltanto che un nome di persona si applichi meglio alla mia musica.”). In solitudine il ragazzo debutta con Everything Now! (Labrador, 2005; 6,8/10), nel quale i punti cardinali rimangono grossomodo gli stessi; semmai è la lingua a pungere più in profondità, attingendo dal personale sguardo sulla vita di tutti i giorni. L’atmosfera è di conseguenza raccolta e acustica, il lavoro essenziale però punteggiato – dove occorre – da piccoli dettagli: ne giova il materiale, vergato utilizzando una chitarra suonata in stile “finger picking” mutuato dal folk. Una decina di songs per lo più aggraziate e consapevoli del passato (avverti l’eco di Nick Drake in Oh No! It’s Happening Again e Telemarketing, benché l’uggia stia in secondo piano) con in spalla la voglia di rispondere al cinismo con la stessa moneta e, allo stesso tempo, di sfuggire gli eccessi di intellettualismo e gli stereotipi dell’indie-pop malinconico. Disincantato e citazionista il ragazzo, ciò nonostante possiede un cuor d’oro che – da bravo nordico – non desidera mostrare troppo apertamente.

Eppure Go To Hell, Miss Rydel non le manda a dire con abito dolce e perspicace a una giornalista che aveva criticato gli Edson; un titolo come Musikbyrän Makes Me Wanna Smoke Crack convoca il Beck più caustico alla corte degli Aztec Camera; per la cristallina Riverbank basterà un ascolto per far posto sullo scaffale. Gli Smiths annata ’84 sono evocati da I Had A Guitar (Bjärton and I) e Mind The Gap taglia il cuore in due per mezzo di un violoncello e racconta i pessimi comportamenti dei vigilanti della metropolitana. Dici il tutto piuttosto buono, nondimeno avverti a tratti una sorta di biforcazione tra la forma acustica e introspettiva e i contenuti pungenti. Prova ne sia che il seguito In A Nutshell (Labrador, 2007; 7,0/10) testimonia una scrittura che ha perduto quel poco di fiato corto, la robustezza della quale è sottolineata da un tono più spedito e vivace e arrangiamenti corposi, dove la batteria si vede accresciuta presenza e ruolo e altrettanto succede a chitarre di dosata elettricità e tastiere discrete.

Come se si fosse accorto dell’idiosincrasia di cui sopra, Pelle compie un sensibile passo avanti che restituisce (quasi) in pieno sia il suo peculiare senso dell’umorismo che il ricorso a citazioni mai banali e offerte in punta di penna (un esempio per tutti: la ballata Even A Broken Clock Is Right Twice A Day prende il titolo da una battuta del cult-movie Whithnail And I – in italiano Shakespeare a colazione – utilizzata anche dai Ride su Going Blank Again…). Questo il valore aggiunto che permette di apprezzare ulteriormente cose come I Love You, You Imbecile – babà al vetriolo degno dei primi Beautiful South – e la squillante apertura di Pamplona, gli omaggi ripetuti alla scuola scozzese di cui sopra e una I Just Called To Say I Love You tra Roddy Frame e Byrds. C’è un raccolto peana alla procrastinazione Why Do Today What You Can Put Off Until Tomorrow? e le dita (auto)ficcate negli occhi alla borghesia per Middleclass Kid, la riflessione alla Morrissey I Touched You At The Sound Check e la citazione dalla stesso in salsa Love Clever Girls Like Clever Boys Much More Than Clever Boys Like Clever Girls. La title track, posta in chiusura, è strumentale dolente e cameristico, ma nasconder alla fine tre minuti di presa in giro nei confronti dell’etichetta, nella quale il nostro dichiara tutta la propria incapacità a scrivere un qualsiasi brano di successo.

Contrariamente a quanto fatto tra i primi due lavori, Carlberg non attende a lungo per ribadire il conseguimento della maggiore età autoriale: risale infatti a fine 2008 il terzo lp The Lilac Time, così chiamato forse in omaggio a Stephen Duffy (Lilac Time erano il suo gruppo/paravento che pubblicò nell’87 un omonimo gioiellino popedelico per ridursi poi a una macchietta radiofonica: oggi Stephen compone e produce per Robbie Williams…). Difficile dirlo e confessiamo di esserci volutamente dimenticati di chiederlo per non far la figura dei troppi “nerd” che – a colpi di  rimandi sui loro blog – fan gara a chi è più figo. Ci sembra di gran lunga più sensato mandar giù d’un fiato questa mezz’ora abbondante che si presenta come la cosa migliore sinora partorita dall’artista scandinavo, dove l’ispirazione si sposa senza cedimenti a sonorità curate ma essenziali, lo humour vola lungo la scalinata dal nero al rosa e girano ceffoni che è un piacere (“Con l’ironia c’è sempre un rischio che l’artista deve correre. Devo però dire che molta gente non vede l’umorismo nelle mie canzoni: le mie melodie sono spesso molto “catchy”, devi ascoltare con attenzione per scoprire l’altro lato. Cerco di bilanciare il tutto, perché voglio che i miei brani siano seri, però con un guizzo e una certa dose di distacco.“).

 Senza per questo prevaricare il fine ultimo di un disco pop degno di tale nome: offrire composizioni in grado di stimolare la corteccia cerebrale e portare un raggio di sole nella stanza senza affidarsi a vetusti clichè. Perché questo fanno 1983 (Pelle & Sebastian) e Because I’m Worth It, Fly Me To The Moon (memorabile: un “Moz” dell’86 che sorride mentre dice peste e corna della Ryan Air), Animal Lovers e Nicknames, Whisper e Tired Of Being Pc. Caro Pelle, non vediamo davvero l’ora di sederci al tavolo con te al prossimo giro. Lo sappiamo che la vita è un autentico schifo, ciò nonostante grazie di cuore per farci ridere sopra.

1 Gennaio 2009
1 Gennaio 2009
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